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Cronaca
12 Novembre 2025 - 09:51
Sfratto a un’anziana invalida di 85 anni dopo 56 anni nella stessa casa: "Mia madre rischia di finire in strada"
Da 56 anni, la finestra del sesto piano di via Sospello si apre sulla stessa strada, sullo stesso quartiere, sugli stessi gesti ripetuti ogni giorno. È da lì che una donna di 85 anni, invalida, ha visto crescere i figli, sparire i vicini, cambiare Torino. Oggi, però, quella finestra rischia di chiudersi per sempre. Entro marzo 2026, dovrà lasciare la casa dove vive dal 1968. Una lettera di sfratto arrivata a fine ottobre ha messo fine a un equilibrio costruito con pazienza e sacrificio, fatto di abitudini e di piccole certezze quotidiane.
La donna, vedova, vive con una pensione di reversibilità di 800 euro al mese. Il suo affitto, circa 150 euro comprese le spese, è rimasto invariato per oltre mezzo secolo. Un canone basso che le ha permesso di restare, ma anche un segno di trascuratezza: pareti scrostate, muffa, nessun intervento di manutenzione significativo. Un appartamento rimasto identico agli anni Settanta, in un palazzo popolare che oggi, in un mercato immobiliare inflazionato, rappresenta un’occasione per chi vuole vendere.
La disdetta non è frutto di morosità né di tensioni tra inquilino e proprietari, ma di una decisione economica. L’alloggio sarà messo in vendita. I proprietari, informati della situazione dell’inquilina, hanno confermato la volontà di procedere, lasciando aperta la possibilità di un eventuale nuovo contratto, ma senza impegni. Una formula ambigua che non cambia la sostanza: l’anziana dovrà lasciare la sua casa.
Il figlio, che vive a pochi chilometri, si è attivato per trovare una soluzione. Ha verificato la possibilità di affittare un nuovo alloggio nella zona, ma i prezzi sono ormai proibitivi: anche per un monolocale, si supera spesso la soglia dei 600 euro mensili. Le richieste di edilizia popolare presentate negli ultimi mesi non hanno prodotto risultati. I tempi di attesa superano i tre anni. Un periodo insostenibile per chi vive con reddito fisso e salute precaria.

Quella di via Sospello è una storia che racconta una realtà più ampia: la vulnerabilità abitativa degli anziani nelle città italiane. Torino, in particolare, è da anni teatro di un lento ma costante aumento dei canoni di locazione, accompagnato da una diminuzione di alloggi a prezzi calmierati. Gli anziani soli, i pensionati con redditi minimi, diventano le prime vittime di un mercato che non prevede tutele reali per chi non ha proprietà e non può contare sull’aiuto economico dei figli.
La situazione dell’anziana di via Sospello mette a nudo una contraddizione profonda: il diritto dei proprietari a disporre dei propri beni si scontra con il diritto alla casa di chi, per decenni, ha abitato lo stesso spazio in regola e senza debiti. Una questione che non può essere ridotta a una controversia privata. È un problema di giustizia sociale, di solidarietà urbana, di politiche abitative che non riescono più a proteggere i cittadini più fragili.
L’unica ipotesi sul tavolo sarebbe una mediazione che consenta all’anziana di restare dove ha vissuto tutta la vita, magari con un nuovo contratto di locazione o una formula di affitto con riscatto. Una soluzione che richiederebbe volontà da entrambe le parti, e forse anche un intervento pubblico.
Intanto, la donna continua a vivere nel suo appartamento, tra vecchi mobili e fotografie sbiadite, con la paura di dover lasciare tutto. Quella casa, per lei, non è un bene economico, ma un luogo di memoria, di sicurezza, di continuità. Perdere le chiavi significherebbe perdere se stessa.
Torino si trova così di fronte a una domanda che tocca il cuore della convivenza civile: cosa accade a chi, dopo una vita di regolarità, non riesce più a permettersi la propria casa? E fino a che punto una città moderna può restare indifferente davanti a chi rischia di essere espulso dal proprio passato?
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