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Ponti sul Po, concessa la proroga: tre mesi in più per evitare lo stop ai lavori

Approvato l’emendamento in Senato: slitta al 30 settembre 2026 il termine per aggiudicare i lavori

Ponti sul Po, concessa la proroga: tre mesi in più per evitare lo stop ai lavori

Ponti sul Po, concessa la proroga: tre mesi in più per evitare lo stop ai lavori

La proroga è arrivata. E cambia il quadro, almeno sulla carta. Il Senato ha approvato all’unanimità l’emendamento che sposta al 30 settembre 2026 il termine per aggiudicare i lavori sui ponti del Po nel Torinese. Tre mesi in più rispetto alla scadenza fissata al 30 giugno. Non è un dettaglio tecnico: è il tentativo di evitare che tutto si fermi.

A rivendicarlo è Roberto Rosso, senatore di Forza Italia, che parla di risultato decisivo: «I ponti sul Po sono salvi grazie all’approvazione, oggi in Senato, del mio emendamento al Ddl Commissari straordinari». La linea è chiara: senza questo slittamento, il rischio era perdere finanziamenti e bloccare interventi attesi da anni.

Il punto però non è solo la proroga. È la storia recente di questa partita.

Perché fino a poche settimane fa lo scenario era diverso. La richiesta di allungare i tempi era già finita contro un muro nel Milleproroghe, lasciando una scadenza più stretta, giudicata dagli enti locali quasi impraticabile. Sei mesi in meno che, nel mondo delle opere pubbliche, significano gare da chiudere in fretta, verifiche accelerate, margini ridotti al minimo. «La differenza tra programmare con un minimo di respiro e lavorare con l’acqua alla gola», aveva sintetizzato il vicesindaco metropolitano Jacopo Suppo.

Roberto Rosso

Adesso quel margine si allarga. Non fino a fine anno, come inizialmente proposto, ma comunque abbastanza — nelle intenzioni — per tenere in piedi il sistema.

Rosso insiste su questo passaggio: «Si tratta di una proroga decisiva che tutela opere strategiche». E il riferimento è concreto. Nel quadrante torinese ci sono nodi che non possono permettersi ritardi: i ponti sul Po di Castiglione e quello di Carignano, su tutti. Ma anche il ponte Preti a Strambinello. Strutture spesso centenarie, progettate per un traffico che non esiste più, oggi attraversate ogni giorno da migliaia di veicoli.

Il quadro è noto da tempo. Ponti vecchi, flussi in aumento, costi dei materiali cresciuti, procedure autorizzative complesse. Una combinazione che rallenta tutto. E che rende le scadenze rigide più un ostacolo che una garanzia.

La proroga, allora, diventa una toppa necessaria. Ma non risolve il nodo di fondo.

Perché mentre Roma allunga i tempi, sul territorio resta l’incertezza. L’elenco definitivo delle opere finanziate non è mai stato chiarito fino in fondo. I Comuni continuano a progettare senza sapere con certezza quali interventi arriveranno davvero a gara. Si lavora, si spendono risorse, ma dentro un quadro incompleto.

E qui la contraddizione resta intatta. Da un lato si riconosce l’urgenza — infrastrutture non più adeguate, sicurezza da garantire. Dall’altro si procede per correzioni successive: prima una scadenza stretta, poi una proroga, ora un’altra ancora.

Rosso rivendica il risultato come risposta concreta: «Forza Italia dà una risposta seria, concreta e attesa da sindaci, amministratori locali e cittadini». Ma la realtà è che questa risposta arriva dopo una prima scelta che aveva compresso i tempi e riaperto il problema.

In gioco non ci sono solo numeri o scadenze. Ci sono collegamenti quotidiani, accessi ai servizi, equilibri economici locali. Ponti che non sono alternative, ma passaggi obbligati.

La proroga al 30 settembre 2026 evita, per ora, il rischio più immediato: perdere i finanziamenti e bloccare tutto. Ma il sistema resta fragile. Perché il tempo è stato allungato, non risolto. E la differenza tra recuperare il ritardo e accumularne altro si giocherà nei prossimi mesi, dentro procedure che continuano a essere lente e complesse.

Il risultato politico è segnato. Il problema operativo resta aperto.

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