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17 Aprile 2026 - 16:30
David Bowie come non lo avete mai visto: a Torino la mostra che cambia prospettiva
C’è un modo più sottile, e forse più autentico, per raccontare David Bowie: non inseguire il mito, ma tornare alle relazioni che ne hanno alimentato l’immaginario. È da questa intuizione che nasce David Bowie, mio fratello, il progetto dello scrittore David Lawrence che approda per la prima volta in Italia scegliendo Torino come tappa di un percorso espositivo già passato da Parigi e Saint-Rémy-de-Provence. Dal 17 aprile al 12 luglio, negli spazi di Spazio Musa, la mostra costruisce un racconto lontano dalla semplice retrospettiva e più vicino a un’indagine sensibile sulla costruzione di un’identità artistica tra vita privata, riferimenti culturali e trasformazioni pubbliche.
Il tratto distintivo dell’esposizione sta proprio nella sua capacità di evitare la nostalgia facile. David Bowie, mio fratello non si limita a mettere in fila immagini celebri o momenti iconici della carriera del musicista britannico, ma prova a restituire un ritratto più complesso, fatto di connessioni e passaggi spesso meno visibili. Bowie non viene presentato come un genio isolato, ma come il risultato di una rete fitta di incontri, influenze e legami umani. Una scelta narrativa che sposta lo sguardo e restituisce profondità, in un tempo in cui molte mostre sembrano fermarsi all’effetto-vetrina.
Al centro del percorso emerge la figura di Terry Burns, il fratellastro, che diventa una vera e propria chiave di lettura. Non un dettaglio biografico, ma un elemento strutturale. È attraverso di lui che Bowie entra in contatto con mondi culturali decisivi, dalla letteratura al jazz, suggestioni che riaffioreranno nel tempo nella sua produzione artistica. La mostra suggerisce così che comprendere Bowie significhi anche attraversare le zone meno illuminate della sua formazione, quelle in cui l’esperienza personale si intreccia con l’elaborazione creativa.
Il percorso espositivo si sviluppa attraverso una selezione di fotografie rare, firmate da autori che hanno seguito Bowie lungo la sua carriera, tra cui Denis O’Regan, Philippe Auliac e Michel Haddi. Ma ciò che colpisce è l’impostazione curatoriale: niente ordine cronologico rigido, bensì nuclei tematici capaci di raccontare trasformazioni, continuità e metamorfosi. Una scelta coerente con l’identità stessa dell’artista, che ha sempre fatto della mutazione il proprio linguaggio. Raccontarlo in modo lineare, in fondo, rischierebbe di tradirne la natura.
Accanto alle immagini di Bowie, la mostra costruisce un vero e proprio ecosistema culturale, fatto di presenze che ne hanno influenzato il percorso. Dai riferimenti familiari fino a una costellazione di artisti e intellettuali: Miles Davis, Lou Reed, Iggy Pop, Mick Jagger, Bob Dylan, Brian Eno, John Lennon, Jimi Hendrix, Jim Morrison, William S. Burroughs, Jack Kerouac. Non è un elenco ornamentale, ma la mappa di un universo creativo attraversato da linguaggi diversi: musica, letteratura, arti visive. Un intreccio che restituisce la complessità di un artista capace di assorbire e reinventare continuamente ciò che lo circondava.
L’arrivo della mostra a Torino aggiunge un ulteriore livello di lettura. Dopo le tappe internazionali, il debutto italiano a Spazio Musa non appare casuale. La città, da sempre attenta ai linguaggi culturali più stratificati, diventa il contesto ideale per un progetto che non vuole semplicemente celebrare un’icona, ma interrogarla. Il dialogo tra immagini e testi, sviluppato su piani paralleli, invita il visitatore a fare qualcosa di più che osservare: leggere, collegare, interpretare. Entrare, in qualche modo, nel laboratorio creativo di Bowie.
È forse proprio questo l’aspetto più riuscito del progetto di David Lawrence: la capacità di restituire un ritratto umano dell’artista senza scivolare né nel feticismo biografico né nella celebrazione superficiale. Bowie emerge come una figura complessa, attraversata da relazioni decisive e da influenze molteplici, capace di trasformare il vissuto in linguaggio artistico. Il risultato non è l’ennesima immagine da aggiungere al repertorio del mito, ma un cambio di prospettiva. E quando cambia lo sguardo, anche le icone più consolidate tornano a respirare.

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