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Neonati fragili, il paradosso italiano: il latte salvavita c’è, ma non arriva a tutti

A Torino il confronto nazionale: nuove tecnologie e una rete più equa per salvare i bambini più vulnerabili

Latte umano donato

Latte umano donato, solo un neonato fragile su tre ne ha accesso: l’Italia resta indietro

Per i neonati più fragili non è soltanto nutrizione, ma una vera terapia salvavita. Il latte umano donato rappresenta una risorsa fondamentale per i bambini prematuri o con gravi complicazioni, eppure in Italia resta ancora un bene limitato, accessibile solo a una parte dei piccoli che ne avrebbero bisogno. Il dato è chiaro: appena un terzo dei neonati sotto i 1500 grammi può beneficiarne, lasciando scoperta una fascia vulnerabile che supera le tremila unità ogni anno.

Una criticità che non nasce dalla mancanza di consapevolezza scientifica, ma da un sistema ancora frammentato. Le Banche del Latte Umano Donato, strutture dedicate alla raccolta, conservazione e distribuzione del latte, sono oggi 44 su tutto il territorio nazionale, ma la loro distribuzione è disomogenea, con aree – soprattutto nel Sud – dove il servizio è meno presente o difficilmente accessibile.

Il tema torna al centro del dibattito in occasione del congresso nazionale dell’Associazione delle Banche del Latte Umano Donato, in programma a Torino il 16 e 17 aprile. Un appuntamento che riunisce operatori, medici e ricercatori con un obiettivo preciso: costruire una rete più equa e uniforme, capace di garantire a tutti i neonati fragili le stesse opportunità di cura, indipendentemente dalla regione di nascita.

Il latte umano, in particolare per i prematuri, non è un semplice alimento alternativo. Numerosi studi dimostrano che riduce il rischio di infezioni, favorisce lo sviluppo intestinale e contribuisce a migliorare la sopravvivenza. In terapia intensiva neonatale, la sua disponibilità può fare la differenza tra complicazioni gravi e un percorso di crescita più stabile.

A rendere ancora più evidente la centralità di questo tema è la prospettiva normativa europea. A partire dal 2027, il latte umano donato sarà riconosciuto come tessuto biologico, al pari di sangue e organi. Un passaggio che segna un cambio di paradigma, riconoscendo ufficialmente il suo valore sanitario e imponendo standard più rigorosi per la gestione, la sicurezza e la tracciabilità.

Tuttavia, il riconoscimento normativo rischia di restare incompleto se non accompagnato da un rafforzamento dell’infrastruttura esistente. La sfida principale è organizzativa: superare le disuguaglianze territoriali e garantire una copertura omogenea, sul modello di quanto già avviene per la donazione del sangue.

In questo contesto, la tecnologia può giocare un ruolo decisivo. Durante il congresso torinese sarà presentato un nuovo sistema di pastorizzazione per piccoli volumi di latte, sviluppato dall’Università di Torino insieme al Consiglio Nazionale delle Ricerche. Si tratta di un’innovazione che punta a risolvere uno dei limiti principali del sistema attuale: la difficoltà di trattare quantità ridotte senza compromettere le proprietà nutritive.

Il dispositivo, già in uso presso la banca del latte dell’Ospedale Infantile Regina Margherita e del Sant’Anna, consente di garantire sicurezza microbiologica mantenendo intatte le caratteristiche biologiche del latte. Un aspetto cruciale, perché il valore terapeutico del latte umano dipende proprio dalla sua composizione, ricca di anticorpi e fattori protettivi.

I risultati preliminari sono considerati promettenti e aprono alla possibilità di estendere questa tecnologia ad altre strutture, migliorando l’efficienza del sistema e aumentando la disponibilità complessiva.

Accanto all’innovazione tecnologica resta però centrale il tema della donazione. Senza un numero sufficiente di madri donatrici, il sistema non può funzionare. Serve quindi una maggiore sensibilizzazione, capace di trasformare un gesto individuale in una risorsa collettiva. Il modello esiste già, ed è quello delle reti trasfusionali. L’obiettivo dichiarato è replicare quel livello di organizzazione anche per il latte umano, creando un sistema integrato che colleghi ospedali, banche del latte e centri di raccolta.

Il congresso di Torino rappresenta un passaggio importante in questa direzione. Non solo un momento di confronto scientifico, ma anche un’occasione per definire strategie concrete e condivise. Perché il dato di partenza resta difficile da ignorare: oggi, in Italia, due neonati fragili su tre non hanno accesso a una risorsa che potrebbe migliorare in modo significativo le loro condizioni di salute.

Colmare questo divario significa intervenire su più livelli: organizzazione, tecnologia, cultura della donazione. Ma soprattutto significa riconoscere che il latte umano donato non è un’opzione, bensì una componente essenziale della cura. E in un sistema sanitario che punta all’equità, garantire a ogni neonato fragile le stesse possibilità non dovrebbe essere un obiettivo, ma una condizione di partenza.

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