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Addio ad Andrea Giudici, il re dei bottoni, sempre al fianco dell'alta moda e dell'innovazione

Suo padre Luigi aveva fondato a Montanaro il Bottonificio Piemontese di cui Andrea era ancora presidente

Andrea Giudici aveva 82 anni

Andrea Giudici aveva 82 anni

Andrea Giudici se n’è andato nel primo pomeriggio di oggi, venerdì 3 aprile. Aveva 82 anni, e dentro ne portava almeno sessantacinque passati in azienda, ogni giorno, senza sconti. Il re dei bottoni. Ma lui, più che un re, è stato un artigiano ostinato, uno che stava dietro le quinte e teneva insieme tutto: lavoro, famiglia, memoria.

La sua storia è quella del Bottonificio Piemontese di Montanaro, un’eccellenza che ha attraversato generazioni e mode. L’aveva fondato suo padre, Luigi Giudici, partendo da una stanza. Andrea aveva iniziato a lavorare con lui e i suoi fratelli a 15 anni e non se n’è più andato. Non per dovere, ma per una passione che non si è mai spenta. «I segreti non sono scritti in nessun libro», raccontano oggi i figli Luigi e Lorenzo. «Li abbiamo imparati da lui, guardandolo lavorare».

Fino a metà febbraio era ancora in azienda. Poi il ricovero a Chivasso, una polmonite, le complicazioni. Ma anche dall’ospedale continuava a chiamare, a ricordare cosa fare, come farlo. Fermo come una roccia, come lo è stato per trent’anni alla guida del Bottonificio, sempre con la stessa regola: tutti i clienti sono uguali, e il lavoro va fatto al meglio, senza eccezioni.

Era nato a Cologne, in provincia di Brescia, ma il Piemonte era diventato casa quando aveva appena cinque anni. Qui aveva costruito tutto. Un’azienda familiare, oggi portata avanti dai figli, con cinque dipendenti, piccola ma capace di stare nel mondo puntando sulle eccellenze e sulle lavorazioni di nicchia. «Se facessimo produzione di massa ci schianteremmo contro i cinesi», diceva. E allora ascolto, qualità, dettagli. Sempre.

Dietro ogni bottone, una storia. La galalite, derivato del latte, tornata oggi materiale di nicchia. I bottoni in canapa e cotone, sostenibili, richiesti dalle nuove sensibilità. Le capsule, le serie limitate. E poi le richieste più strane: bottoni rotti apposta, fatti girando la macchina a velocità folle per accontentare un cliente francese. Oppure i teschi, quando la moda li pretendeva. Fino al ritorno alle forme essenziali, con il lusso che si nasconde: Louis Vuitton che chiede il monogramma sul retro, perché «il lusso non si deve ostentare».

E poi c’era Valentino Garavani. Un rapporto fatto di rispetto, intuizione, fiducia. Andrea riusciva a trasformare in materia quello che lo stilista esprimeva a parole. «Tradurre un’idea in un bottone», era questa la sua arte. Valentino gli fece arrivare più di una volta i suoi complimenti. E lui continuò a lavorare per la maison fino a un mese e mezzo fa. Anche dopo la scomparsa dello stilista, Andrea scrisse per ringraziare. Un gesto semplice, come era lui.

Le sue mani sono finite anche sui bottoni della maison Missoni, l’ultimo lavoro seguito dal lui stesso dalla A alla Z. Mani che sapevano ancora creare gli utensili a mano, perché un bottone non nasce da una macchina soltanto: nasce da un’idea, da un tocco, da un’esperienza che si accumula negli anni.

C’era anche la corsa, nella sua vita. Non quella contro il tempo, ma quella su due ruote. Fondatore della Ciclistica Montanarese, negli anni Ottanta, Andrea pedalava ancora fino all’estate scorsa: quaranta chilometri, con la stessa costanza di sempre. La bici, il mare, qualche fuga con la moglie Adelia. Ma il centro restava lì, tra i macchinari e i materiali.

Adelia Scrazzolo, sua moglie, compagna di una vita intera. Si erano conosciuti da ragazzi, a 18 anni, alle giostre, sulla pista dell'autoscontro. Da lì non si erano più lasciati. «La coppia perfetta», dicono i figli. Lei non lavorava in azienda, ma c’era sempre: consigli, presenza, equilibrio. Una simbiosi rara, costruita nel tempo.

Andrea non amava stare sotto i riflettori. Era uno che lavorava dietro, che raccontava con gli occhi accesi solo quando qualcuno voleva davvero ascoltare. Alla Reggia di Venaria, lo scorso novembre, incantava i clienti stranieri spiegando come nasce un bottone. Piccoli oggetti, ma mondi interi.

Non ha mai fatto mancare nulla ai suoi figli. E ha lasciato loro molto più di un’azienda: un modo di stare al mondo. Guardare avanti, adattarsi ai tempi, senza perdere l’anima. Era più moderno di molti ventenni, pur restando fedele alle sue radici.

Oggi il Bottonificio Piemontese continua. Luigi e Lorenzo portano avanti quel sapere antico, fatto di gesti precisi e intuizioni improvvise. E in ogni bottone che nascerà, ci sarà ancora qualcosa di lui: la pazienza, l’invenzione, la dignità del lavoro.

Perché Andrea Giudici non costruiva solo bottoni. Costruiva legami. E quelli, a differenza di tutto il resto, non si rompono.

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