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“A Cuba si muore per asfissia”: il ritorno di Fiodor Verzola dall’isola dove manca tutto ma non il dolore

Blackout, farmaci introvabili, ospedali al collasso e un’isola che soffoca nel silenzio. Il racconto da Cuba dell’assessore di Nichelino dopo la missione umanitaria dal 17 al 26 marzo

“A Cuba si muore per asfissia”: il ritorno di Fiodor Verzola dall’isola dove manca tutto ma non il dolore

Fiodor Verzola, tra i sorrisi dei bambini di una scuola cubana, durante la missione umanitaria sull’isola.

All’alba del 17 marzo non è partito un semplice volo. È decollata, piuttosto, una piccola sfida contro il silenzio. La campagna internazionale Let Cuba Breathe, promossa in Italia anche da AICEC e inserita nella più ampia Nuestra América Convoy, ha portato sull’isola medicinali, dispositivi sanitari e materiali essenziali in uno dei momenti più drammatici della recente storia cubana. Alla missione hanno partecipato delegazioni e attivisti provenienti da 19 Paesi, mentre la coalizione internazionale collegata al convoglio riunisce quasi 300 organizzazioni di oltre 30 Paesi. Tra i Paesi confermati nel convoglio europeo figurano, tra gli altri, Italia, Svizzera, Inghilterra, Austria, Irlanda, Belgio, Portogallo, Francia, Grecia, Algeria, Islanda, Scozia e Spagna. 

Tra i volontari italiani c’era anche Fiodor Verzola, assessore del Comune di Nichelino. Oggi è già rientrato, dopo una permanenza a Cuba dal 17 al 26 marzo, ma dalla sua voce il viaggio non sembra ancora finito. Alcune esperienze, del resto, non si chiudono con il timbro del passaporto: restano addosso come polvere, come sale, come una ferita che non sanguina più ma continua a bruciare. “Torno con un senso di incompiuto”,mi confida.“Non riesco ancora a dare un senso generale a quello che ho visto e vissuto, probabilmente mi ci vorrà del tempo”.

Cuba, intanto, continua a vivere una crisi che ha il passo lento e feroce delle cose sistemiche: rete elettrica fragile, carenza di carburante, ospedali in sofferenza, scarsità di medicinali, acqua razionata, turismo precipitato. Reuters ha documentato nelle scorse settimane il peggioramento del sistema sanitario, con ospedali alle prese con mancanza di farmaci, guanti, antibiotici e perfino acqua; nello stesso tempo il settore turistico, che era una delle grandi valvole economiche dell’isola, è crollato fino a 1,8 milioni di visitatori nel 2025, il dato più basso da oltre vent’anni. 

È dentro questo paesaggio ferito che Verzola colloca il senso della propria presenza. “Non è stato un viaggio di piacere, ma una missione umanitaria”, racconta. E il tono non ha nulla della formula. È la voce di chi ha visto da vicino ciò che, da lontano, rischia di restare soltanto una notizia fra le altre.

“Sono andato come capo delegazione di Rifondazione Comunista su questa iniziativa di solidarietà fattiva, sostanzialmente, che ha una valenza umanitaria da un lato, per portare farmaci e generi di prima necessità in un momento in cui l’isola sta attraversando la crisi più buia della sua storia”, dice nel corso della nostra conversazione. Poi affonda il colpo nella sua lettura politica: Con 67 anni di embargo, più le ultime restrizioni del blocco di Trump e il taglio delle ultime forme di sostegno energetico dal Venezuela, l’isola non ha più niente: non arriva più niente, non c’è carburante, di conseguenza non c’è più energia elettrica, l’acqua è razionata, il cibo scarseggia, i farmaci non arrivano”.

Le sue parole non cercano neutralità emotiva, semmai un’immagine capace di restituire la percezione del luogo. E quell’immagine arriva netta, quasi brutale: “Quello che ho trovato è una situazione devastante che mi ricorderò per tutta la vita”. Poi aggiunge: “L’impressione che mi ha dato è quella di essere in una guerra vera e propria, ma senza le bombe: c’è tutto di una guerra, tranne le bombe. È un Paese in ginocchio”.

È qui che il racconto si fa più denso, non solo per ciò che dice Verzola, ma per il modo in cui lo dice: Cuba gli appare come un assedio medievale, un castello preso per fame. “Politicamente sembra un assedio medioevale: l’esercito che cerca di conquistare un castello, il castello non si arrende e allora lo prende per fame, gli taglia tutti i generi di sostentamento, non gli fa arrivare più niente e aspetta che dall’interno ci sia una reazione”. È una metafora dura, ma efficace perché in fondo la fame, quando si prolunga, smette di essere solo fame: diventa pressione politica, logoramento sociale, una pedagogia crudele della resa.

Negli stessi giorni del convoglio europeo, il quadro internazionale attorno a Cuba si è mosso in modo contraddittorio ma significativo. La Russia ha inviato verso l’isola una petroliera, la Anatoly Kolodkin, con circa 730.000 barili di greggio, il primo carico rilevante arrivato dopo mesi, autorizzato da Washington non con difficoltà. Il Messico, che aveva sospeso le spedizioni di petrolio per evitare ritorsioni statunitensi, ha però mantenuto un canale di sostegno attraverso il convoglio umanitario partito da Isla Mujeres, con barche cariche di cibo, medicine, latte in polvere e altri beni essenziali; Reuters riferisce che la coalizione ha consegnato a Cuba circa 20 tonnellate di aiuti via mare e via aerea. La Cina, da parte sua, è diventata un attore centrale nel tentativo di tamponare la crisi energetica, con la donazione di materiali ed expertise per la costruzione di 22 nuovi parchi solari e con forniture legate alla mobilità elettrica e ai sistemi fotovoltaici. In altre parole: mentre l’embargo e le nuove restrizioni stringono, alcuni partner cercano di aprire spiragli, Mosca con il petrolio, Pechino con il solare, Città del Messico con gli aiuti umanitari e la disponibilità politica a mantenere un sostegno. 

Fiodor Verzola questo movimento lo ha percepito sul campo, ma lo ha percepito soprattutto nella sproporzione tra bisogni e risposte. “Personalmente ho portato 100 chili di materiale e in totale 5 tonnellate e mezza di farmaci; si sono poi aggiunte le tonnellate di materiale della flottiglia del Messico. È chiaro che tutto questo rappresenti una goccia nell’oceano, spiega. “Però la valenza fondamentale di questa missione è stata la denuncia politica, perché finalmente si è tornati a parlare di quello che sta succedendo a Cuba”.

L’isola che racconta non è cartolina, non è folklore, non è il vecchio riflesso romantico di una rivoluzione in bianco e nero. È piuttosto una geografia dell’interruzione. “Quando siamo arrivati dall’aeroporto e abbiamo preso questi trenini per arrivare in albergo, la prima impressione è stata post-apocalittica, come nei film di zombie: tutto spento, tutto buio”. E ancora: “Ci hanno cambiato hotel all’ultimo perché quello dove dovevamo essere alloggiati era andato completamente in down e non garantiva più l’elettricità.

“Ovunque manca energia”, sintetizza. “Fuori dalle città la situazione è anche ben peggiore”.

Le cronache internazionali confermano che marzo è stato segnato da nuovi e gravi collassi della rete elettrica: Reuters ha riferito di blackout nazionali ripetuti e di un sistema energetico sempre più instabile, aggravato dalla carenza di diesel e dal taglio delle forniture. La stessa crisi sanitaria si intreccia direttamente con quella energetica: acqua che non arriva quando le pompe si fermano, cliniche costrette a rallentare, terapie oncologiche complicate dalla scarsità di farmaci di supporto. 

Ed è proprio negli ospedali che il racconto di Verzola cambia ritmo, si abbassa, si fa quasi un sussurro. “Ho fatto l’errore, passami il termine, di visitare l’istituto oncologico nazionale dove c’è un reparto pediatrico. Sono cose che mi ricorderò tutta la vita”, dice. “Ad oggi si decide chi deve vivere e chi deve morire, ed è una cosa drammatica, a prescindere da come uno la possa pensare politicamente”. La frase è dura, definitiva. Ma dietro c’è la materialità della mancanza: “Riescono a somministrare le prime cure, ma per gli effetti secondari non c’è nulla. Se un bambino si prende un raffreddore, non c’è il paracetamolo da somministrargli. Le persone che finiscono in ospedale rischiano di morire perché non ci sono farmaci, in pratica”.

Il quadro emerso nelle inchieste di Reuters è coerente con questa testimonianza: il ministero cubano della Sanità ha ammesso liste d’attesa chirurgiche enormi, carenze di medicinali, antibiotici, anestesia e materiali, mentre i responsabili sanitari hanno riconosciuto un peggioramento nelle possibilità di cura, soprattutto per i pazienti oncologici e pediatrici. 

Ma Cuba, nel racconto di Verzola, non è fatta soltanto di istituzioni e dati. È fatta di sguardi, di reazioni, di corpi che si incrociano nello spazio pubblico. “Tre tipi di reazione”, ricorda, pensando gli incontri per strada. “Quella dell’odio, con gente che ci faceva il segno di tagliarci la gola o ci insultava; quella dell’incredulità, perché ci scambiavano per turisti; e poi quella delle persone con cui riuscivamo a parlare, che quando capivano il progetto ci ringraziavano e con cui ci sono stati scambi umani molto intensi”.

“La percezione che avevo era quella di essere completamente avulsi dal contesto, come se fossimo qualcosa che non c’entrava nulla con quel dolore”, racconta ancora.

In questo passaggio c’è tutta la complessità di un Paese stremato. La disperazione, quando diventa cronica, deforma anche la grammatica dell’incontro. Il forestiero può apparire come speranza, insulto o semplice intruso. Eppure, è proprio in quella frattura che, a tratti, si è aperto uno spazio di relazione. “Ci raccontavano come stavano vivendo, e lì capivi che il punto non era solo l’aiuto materiale ma la necessità di far sapere fuori dall’isola che cosa sta accadendo”.

C’è poi un altro dettaglio, apparentemente marginale, che invece illumina l’intero viaggio: la percezione del denaro e dell’inflazione. “Ho cambiato 100 euro e mi hanno dato una quantità enorme di pesos, non sapevo dove metterli. Per pagare una cosa semplice serviva una mazzetta di soldi impressionante”, racconta. È una scena quasi da romanzo sudamericano, ma dentro c’è il volto concreto del dissesto. Anche AP ha riferito in questi giorni di un’economia cubana ancora stretta dall’inflazione e dalla dipendenza dal contante, al punto che la banca centrale ha appena introdotto nuove banconote ad alto taglio per facilitare i pagamenti quotidiani. 

Se c’è però un’immagine che più di altre inchioda il racconto alla sua verità tangibile, è quella della strada. “Vedi palazzi crollati, immondizie ovunque, gente per strada che mendica, che rovista nella spazzatura. È drammatico, davvero drammatico”.

Alla fine, più dei numeri, restano due immagini. La prima è quella che Verzola usa per spiegare l’atmosfera generale: “Asfissia è il termine esatto”, da cui Let Cuba Breathe. “Stanno togliendo il respiro a Cuba”, insiste. La seconda è ancora più forte: “Ho lasciato un pezzo di me lì”. Per questo, dice, tornerà. Non sa ancora quando, forse già in occasione del Primo Maggio, ma tornerà. Anche perché ha fatto una promessa ai bambini incontrati in una palestra di lotta libera: scarpe, tute da combattimento, attrezzature.

In fondo, tutta la sua testimonianza ruota attorno a una parola che respira sotto molte altre: responsabilità. Responsabilità individuale, certo, ma anche politica, europea, internazionale. Perché Cuba oggi è un luogo dove si addensano questioni che travalicano l’isola: il senso e i limiti delle sanzioni, il peso delle grandi potenze, la fragilità dei sistemi sanitari quando l’energia manca, la capacità o l’incapacità dell’Occidente di vedere una sofferenza che non esplode in tempo reale sotto forma di missile.

La gente muore lo stesso, muore per asfissia”, evidenzia con forza Verzola. Ed è forse questa la frase che resta più a lungo. Perché non ha il fragore della propaganda ma, piuttosto, il suono opaco delle cose che si consumano lentamente: una lampadina che non si accende, un reparto che rallenta, un farmaco che non arriva, un bambino che aspetta…

E allora la delegazione partita il 17 marzo e tornata, almeno quella italiana, il 26 marzo, non è stata soltanto un trasporto di scatole e medicinali. È stata un gesto minimo contro una gigantesca abitudine all’indifferenza. Una mano tesa, sì, ma anche un atto di testimonianza, perché ci sono luoghi in cui il primo soccorso, prima ancora delle cure, è impedire che il dolore resti senza nome.

(La maggior parte delle fotografie pubblicate a corredo dell’articolo sono state fornite da Fiodor Verzola e documentano alcuni momenti della missione umanitaria a Cuba. La diffusione delle immagini, incluse quelle in cui compaiono minori, è avvenuta su autorizzazione del fornitore, che ne ha attestato la disponibilità e la raccolta dei necessari consensi).
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