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09 Aprile 2026 - 11:56
Dieci ore per salvare una vita: intervento estremo ad Alessandria contro un tumore raro
Dieci ore in sala operatoria, una squadra di specialisti, tecniche chirurgiche avanzate e una sfida che andava oltre il gesto medico. È la storia di Andrea, 52 anni, e di un intervento complesso eseguito all’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Alessandria, che ha segnato un punto di svolta nel suo percorso di malattia. Non una guarigione definitiva, ma qualcosa di altrettanto decisivo: la possibilità di tornare a vivere senza dolore e con una prospettiva più serena.
La vicenda clinica di Andrea inizia nel 2019, quando una paralisi improvvisa del nervo facciale sinistro porta alla scoperta di un carcinoma della parotide. Il primo ciclo di cure, basato sulla chemioterapia, riesce a contenere la malattia. Ma il percorso si rivela lungo e complesso. Nel 2022 il tumore si estende, coinvolgendo la muscolatura masticatoria e strutture profonde del distretto testa-collo, rendendo necessaria la radioterapia.
È però all’inizio del 2025 che la situazione cambia drasticamente. Compare un esoftalmo marcato, con l’occhio sinistro che inizia a sporgere progressivamente dall’orbita. La vista si perde completamente, mentre il dolore diventa sempre più intenso e invalidante. Gli esami strumentali, in particolare la risonanza magnetica, rivelano una nuova massa che occupa l’orbita, la fossa temporale e parte delle strutture ossee circostanti.
A questo punto, Andrea arriva all’AOU di Alessandria. Il quadro è complesso, la prognosi incerta, le opzioni terapeutiche limitate. Ma proprio in queste situazioni entra in gioco la medicina multidisciplinare, uno dei punti di forza della struttura alessandrina. Otorinolaringoiatri, chirurghi maxillo-facciali e neurochirurghi si confrontano, valutano, progettano un intervento che non è solo tecnico, ma anche strategico: fermare la malattia, ridurre il dolore, migliorare la qualità della vita.
Il 18 settembre Andrea viene sottoposto a un intervento di exenteratio orbitae, una procedura radicale che prevede la rimozione dell’intero contenuto dell’orbita, comprese le strutture compromesse dalla malattia. Una scelta drastica ma necessaria, resa ancora più delicata dalla vicinanza con il cervello.
Durante l’operazione, i chirurghi eseguono anche un’apertura temporanea della parte frontale del cranio, per verificare l’integrità delle membrane che proteggono l’encefalo. Un passaggio fondamentale, che consente di escludere ulteriori estensioni del tumore e di procedere con maggiore sicurezza.
La fase successiva è quella della ricostruzione, altrettanto complessa. Viene prelevato un lembo di tessuto dal braccio destro del paziente – un lembo radiale fascio-cutaneo – insieme ai vasi sanguigni. Questo tessuto viene poi trapiantato nell’area dell’orbita, con un lavoro di microchirurgia che prevede il collegamento preciso di arterie e vene. L’obiettivo è duplice: ripristinare i volumi e proteggere la zona operata, favorendo una guarigione stabile e funzionale.
L’intervento dura complessivamente circa dieci ore. In sala operatoria lavorano sette dirigenti medici, affiancati da nove professionisti tra infermieri e strumentisti, oltre a due anestesisti. Un lavoro di squadra continuo, in cui ogni fase richiede coordinamento, precisione e capacità di adattamento.
L’esame istologico, eseguito sui tessuti asportati, rivela un elemento ulteriore di complessità: si tratta di un carcinoma adenoidocistico della ghiandola lacrimale, una neoplasia rara e non collegata al tumore precedente. Un dato che conferma la difficoltà del caso e la necessità di un approccio altamente specialistico.

Il decorso post-operatorio è delicato. Andrea viene trasferito inizialmente in Terapia Intensiva, per poi tornare nel reparto di Otorinolaringoiatria e Chirurgia Maxillo-Facciale. La perdita dell’occhio sinistro è definitiva, ma il risultato più importante è un altro: il dolore, che lo accompagnava da mesi, scompare completamente.
Un cambiamento che va oltre il dato clinico. «Il risultato ottenuto rappresenta un importante traguardo – spiegano i medici Raffaele Sorrentino e Matteo Nicolotti – soprattutto perché ha consentito di alleviare una condizione di sofferenza molto pesante e di restituire al paziente una prospettiva più serena».
Andrea dovrà ora affrontare un nuovo ciclo di radioterapia, parte di un percorso terapeutico ancora in corso. Ma lo farà in condizioni diverse, con una qualità di vita migliorata e una maggiore capacità di affrontare le cure.
Il caso rappresenta anche un esempio concreto di come la sanità pubblica possa gestire situazioni altamente complesse senza ricorrere a trasferimenti in altri centri. «Affrontare interventi di questo livello ad Alessandria – sottolinea il direttore generale Valter Alpe – significa offrire risposte qualificate vicino al territorio, riducendo i disagi per i pazienti e garantendo una presa in carico completa».
Un modello che punta sull’integrazione tra competenze, sulla collaborazione tra discipline e sull’innovazione. In questo contesto si inserisce anche il lavoro del Dipartimento Attività Integrate Ricerca e Innovazione, che coordina progetti e percorsi avanzati con l’obiettivo di ottenere il riconoscimento a IRCCS per l’ospedale.
Anche a livello regionale, il caso viene letto come un segnale positivo. «È un esempio di come la sanità piemontese sappia affrontare le sfide più difficili – osserva l’assessore Federico Riboldi – mantenendo al centro la persona e investendo in percorsi sempre più innovativi».
La storia di Andrea, dunque, non è solo quella di un intervento riuscito. È il racconto di un percorso complesso, fatto di diagnosi, recidive, scelte difficili e, infine, di una risposta sanitaria che ha saputo coniugare alta specializzazione e attenzione umana.
In un sistema spesso sotto pressione, episodi come questo mostrano un’altra dimensione della sanità: quella in cui tecnologia, competenza e lavoro di squadra si traducono in qualcosa di concreto. Non sempre nella guarigione, ma nella possibilità di restituire dignità, sollievo e una nuova prospettiva. Per Andrea, significa tornare a vivere senza dolore. Per l’ospedale di Alessandria, è la conferma di un modello che punta a crescere. Per la sanità pubblica, un esempio di ciò che può essere quando funziona davvero.
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