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Israele ignora la tregua e bombarda il Libano: “100 obiettivi in 10 minuti”, centinaia di morti (VIDEO)

Beirut sotto le bombe nel giorno del cessate il fuoco con l’Iran: escluso il Libano, scatta l’offensiva più violenta della guerra

Nel giorno in cui Israele accetta il cessate il fuoco con l’Iran, il Libano torna a bruciare. Una contraddizione che si traduce in numeri drammatici: circa 300 morti e centinaia di feriti secondo la Croce Rossa libanese, mentre Beirut, la valle della Beqaa e il sud del Paese vengono colpiti dalla più intensa ondata di raid dall’inizio del conflitto.

L’operazione, rapidissima e devastante, si concentra su 100 obiettivi colpiti in pochi minuti, con attacchi mirati – secondo Israele – a strutture militari e di intelligence di Hezbollah. Ma il bilancio umano racconta un’altra realtà: decine di vittime civili, persone intrappolate sotto le macerie e ospedali al collasso.

Il governo israeliano rivendica la linea dura, chiarendo che la tregua con l’Iran non riguarda il Libano. L’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu lo mette nero su bianco: «Israele sostiene la decisione del presidente Trump di sospendere gli attacchi contro l'Iran per due settimane, a condizione che l'Iran apra immediatamente lo Stretto e cessi tutti gli attacchi contro gli Stati Uniti, Israele e i Paesi della regione. Israele sostiene inoltre l'impegno americano per garantire che l'Iran non rappresenti più una minaccia nucleare, missilistica e terroristica per gli Stati Uniti, Israele, i Paesi arabi confinanti con l'Iran e il mondo intero. Gli Stati Uniti hanno informato Israele del loro impegno a raggiungere questi obiettivi, condivisi da Stati Uniti, Israele e dagli alleati regionali di Israele, nei prossimi negoziati. Il cessate il fuoco di due settimane non include il Libano».

Una posizione che, di fatto, lascia aperto il fronte libanese proprio mentre si tenta una de-escalation regionale. E mentre Israele accusa Hezbollah di utilizzare civili come scudi umani, le conseguenze sul terreno sono devastanti.

A Beirut, in particolare nella periferia meridionale di Dahiyeh, roccaforte del movimento sciita, si registrano le scene più drammatiche. Il capo della Croce Rossa libanese, citato da Al Arabi, parla di un bilancio che supera le 300 vittime tra morti e feriti, con molte persone ancora sotto le macerie e strutture sanitarie ormai al limite.

Il governo libanese alza la voce. Il primo ministro Nawaf Salam denuncia l’escalation e lancia un appello alla comunità internazionale: «Tutti gli amici del Libano sono invitati ad aiutarci a fermare questi attacchi con tutti i mezzi disponibili». Parole che arrivano mentre, sottolinea lo stesso Salam, Beirut «accoglie con favore l'accordo tra Iran e Stati Uniti e intensifica gli sforzi per raggiungere un accordo di cessate il fuoco in Libano», ma Israele continua a colpire.

Anche dall’Iran arriva un avvertimento. L’ambasciatore presso le Nazioni Unite a Ginevra, Ali Bahreini, mette in guardia Tel Aviv: Israele deve fermarsi in Libano, altrimenti ci saranno conseguenze e la situazione rischia di aggravarsi ulteriormente.

Il paradosso è evidente: mentre si apre uno spiraglio diplomatico tra Stati Uniti e Iran, il conflitto si intensifica su un altro fronte, con il Libano che resta escluso dalla tregua e diventa il nuovo epicentro della guerra.

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