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30 Marzo 2026 - 17:44
Federica Sacco
In un Paese che dice di avere fame di operatori socio-sanitari, c’è una donna di 45 anni che resta a casa. Non perché non sappia fare il suo lavoro. Non perché non voglia lavorare. Ma perché il sistema la lascia fuori. E questa è una storia che, a guardarla bene, non riguarda solo lei.
Si chiama Federica Sacco, ha 45 anni, vive a San Mauro, e la sua storia è la fotografia di un sistema che non funziona.
La sua storia? Per anni imprenditrice, a un certo punto della vita ha deciso di cambiare. Si è formata, ha studiato, ha fatto un corso da OSS. È entrata in ospedale, al Giovanni Bosco. Lavorava. Era dentro. Parte di qualcosa. Non solo un lavoro: una direzione, una stabilità ritrovata.
Poi la vita l’ha fermata: la morte del padre. Ha dovuto lasciare.
E da lì è iniziato il vero problema. Non la malattia. Non la fatica. Ma il rientro. Quel passaggio che dovrebbe essere naturale, e che invece diventa un ostacolo.
Ha un’invalidità del 46% per una trombosi venosa con embolia polmonare — una condizione che non le impedisce di lavorare, lo ha già dimostrato sul campo, giorno dopo giorno.
Dicembre 2024: un’agenzia interinale la contatta per un impiego all’ospedale di Ciriè, ma a una condizione non detta — eppure chiarissima. L’invalidità non deve comparire. Federica la toglie. La cancella. Si nasconde per poter essere chiamata. Funziona. Torna a lavorare nei trasporti sanitari, nei turni diurni. Fa quello che ha già dimostrato di saper fare. E lo fa bene.
Un anno dopo, un’altra porta si apre: Humanitas, Gradenigo. Più vicina a casa. Trasporti, sala operatoria. Un passo avanti. Forse quello giusto.
Ai colloqui è chiara: vanno bene i turni, non la reperibilità. «Va bene», le dicono. Sembra finalmente un incastro possibile.
Il 5 dicembre lascia Mainpower. Il 7 inizia al Gradenigo, ma il primo giorno le chiedono la reperibilità. Una richiesta che cambia tutto. Rinuncia. È fuori. Di nuovo.
Oggi è in Naspi. Nel frattempo ha fatto tutto quello che le istituzioni chiedono: ha contattato centri per l’impiego, aziende sanitarie, agenzie. Ha scritto ovunque. Ha bussato a tutte le porte possibili. Ha perfino partecipato a un concorso pubblico: prova scritta superata. Poi la prova pratica, un test teorico a crocette, lontano dalla realtà del lavoro. Ancora una volta, fuori.
«Come me ci sono tante persone», scrive in una lettera inviata al Presidente del consiglio Giorgia Meloni e ad alcuni Ministri. Non è una storia isolata. È un meccanismo che si ripete.
E qui il paradosso diventa evidente, quasi insopportabile: in un sistema sanitario che lamenta carenza cronica di personale, dove si cercano OSS e i reparti fanno i conti con turni scoperti e organici ridotti, c’è chi è formato, disponibile, pronto — e resta fermo.

Fermo perché appartenente alle categorie protette. Fermo perché, nella pratica, quella tutela diventa un ostacolo. Fermo perché dichiarare una condizione fisica significa, troppo spesso, essere esclusi invece che inclusi.
Le graduatorie scorrono lentamente, i criteri premiano l’anzianità più che le competenze, le agenzie si tirano indietro quando emerge l’invalidità. E così chi potrebbe lavorare subito resta sospeso in un limbo fatto di attese, silenzi, risposte vaghe. Un limbo che consuma tempo, energie, fiducia.
E intanto il sistema continua a dire che mancano operatori.
«Non chiedo assistenza», scrive Federica. «Chiedo di lavorare». Non un privilegio, non una corsia preferenziale. Solo una possibilità reale.
È una richiesta che dovrebbe essere la più semplice da accogliere.
La verità? C'è che la storia di Federica è una crepa. Dentro ci passa una domanda che riguarda tutti: com’è possibile che, in un mondo che ha bisogno di OSS, chi è pronto a esserlo venga lasciato fuori?
Forse la risposta è proprio lì, in quella distanza enorme tra le leggi e la realtà. Tra ciò che si promette e ciò che accade davvero.
E in mezzo, persone come Federica. Che non chiedono di essere aiutate. Chiedono solo di essere messe nelle condizioni di fare ciò che sanno già fare. Lavorare. Come tutti.
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