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02 Aprile 2026 - 10:53
Concimi naturali nel mirino Coldiretti: “Basta demonizzare il digestato” mentre i costi agricoli esplodono
Il terreno è quello dell’agricoltura, ma lo scontro è politico, economico e ambientale. Il tema dei concimi naturali prodotti dagli allevamenti torna al centro del dibattito europeo, con una proposta che potrebbe cambiare gli equilibri del settore: equiparare il digestato ai fertilizzanti chimici, superando le restrizioni previste dalla Direttiva Nitrati.
Una prospettiva che viene accolta con favore da Coldiretti Torino, che parla apertamente di una possibile svolta. “È una buona notizia per l’agricoltura torinese”, sottolinea il presidente Bruno Mecca Cici, indicando nell’iniziativa promossa dall’Italia a Bruxelles un passaggio decisivo per il futuro del comparto.
Il punto, però, va oltre la tecnica. Per gli operatori del settore si tratta di chiudere una stagione segnata da quella che definiscono una vera e propria “demonizzazione” dei concimi naturali. Un approccio che, secondo gli allevatori, ha penalizzato un sistema produttivo che potrebbe invece rappresentare una risposta concreta a più problemi contemporaneamente: sostenibilità ambientale, costi di produzione e sicurezza alimentare.
Il digestato, al centro della discussione, non è un prodotto nuovo. Si tratta di un materiale ottenuto dalla fermentazione degli effluenti zootecnici — come liquami e letame — all’interno di impianti di biogas e biometano. Un processo che consente di produrre energia rinnovabile e, allo stesso tempo, un fertilizzante naturale già stabilizzato e ricco di sostanze utili per il terreno.
Dal punto di vista agronomico, il digestato è considerato un ammendante, in grado di migliorare la struttura del suolo e di fornire nutrienti facilmente assimilabili dalle piante. Una funzione che lo avvicina ai concimi tradizionali, ma con un impatto ambientale ridotto. Secondo i dati citati dal settore, il suo utilizzo permetterebbe di abbattere le emissioni fino a 840 chilogrammi di CO2 per ettaro, contribuendo così agli obiettivi di decarbonizzazione. Un elemento che rafforza la posizione di chi sostiene la necessità di un suo riconoscimento pieno a livello europeo.

Eppure, fino ad oggi, il quadro normativo ha posto limiti stringenti alla sua diffusione, equiparandolo di fatto a reflui da gestire più come rifiuti che come risorse. È proprio su questo punto che si concentra l’iniziativa italiana: rivedere le regole per consentire un utilizzo più ampio e funzionale del digestato nei campi.
La questione assume un peso ancora maggiore alla luce della crisi energetica e delle materie prime, aggravata dalle tensioni internazionali. Il conflitto in Medio Oriente ha infatti innescato un aumento significativo dei costi per il settore agricolo.
I numeri parlano chiaro: i fertilizzanti chimici sono aumentati del 55%, mentre il gasolio agricolo ha registrato rincari fino al 60%. Un impatto diretto sulle aziende, che si trovano ad affrontare una campagna di semina sempre più onerosa. In questo contesto, il digestato viene visto come una possibile alternativa in grado di ridurre la dipendenza dall’estero e contenere i costi. Un’opportunità che, secondo Coldiretti, non può più essere ignorata.
“Ogni ostacolo alla produzione di fertilizzanti biologici è sempre meno comprensibile”, sottolinea Mecca Cici. Il riferimento è a un sistema che, a suo dire, fatica a riconoscere il valore strategico degli allevamenti non solo per la produzione di carne e latte, ma per l’intera filiera agricola. Il tema, però, resta divisivo. Da un lato, chi vede nel digestato una soluzione sostenibile e innovativa. Dall’altro, chi teme un allentamento delle normative ambientali e dei controlli, soprattutto in aree già soggette a problemi di inquinamento da nitrati.
La Direttiva europea, infatti, nasce proprio per limitare l’impatto dell’agricoltura intensiva sulle acque, fissando limiti precisi all’utilizzo di azoto nei terreni. Modificarla significa intervenire su un equilibrio delicato, dove ambiente e produzione devono convivere.
È qui che si gioca la partita più complessa. Non si tratta solo di autorizzare un prodotto, ma di ridefinire un modello. Per Coldiretti, la direzione è chiara: riconoscere il digestato come risorsa e non come problema. Un passaggio che consentirebbe di valorizzare il lavoro degli allevatori, ridurre i costi e rafforzare l’autonomia produttiva del Paese.
Ma la decisione finale spetterà all’Europa, dove il confronto è già aperto e dove diversi Stati membri hanno espresso interesse per la proposta italiana. Nel frattempo, il dibattito resta acceso anche a livello locale. Gli agricoltori chiedono risposte rapide, mentre le istituzioni sono chiamate a trovare un equilibrio tra esigenze produttive e tutela ambientale. In gioco non c’è solo una norma, ma il futuro di un settore che si trova al centro di trasformazioni profonde. E che, tra crisi globali e sfide climatiche, è chiamato a reinventarsi senza perdere sostenibilità e competitività.
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