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02 Aprile 2026 - 10:30
Operata mentre ascolta la sua musica: al San Luigi un intervento innovativo
Non solo un intervento chirurgico, ma un’immagine che racconta come sta cambiando la medicina. Una paziente sveglia, in sala operatoria, mentre ascolta la sua playlist preferita. Non è un dettaglio marginale, ma il simbolo di un approccio che unisce tecnologia, competenze e attenzione alla persona. È accaduto all’ospedale San Luigi Gonzaga di Orbassano, dove una donna di 53 anni affetta da fibrosi cistica è stata operata per una complessa calcolosi renale senza ricorrere all’anestesia generale.
Una scelta non dettata da preferenze, ma da necessità clinica. Le condizioni respiratorie della paziente, compromesse dalla patologia genetica, rendevano infatti l’anestesia totale troppo rischiosa. Da qui la decisione di adottare una strada alternativa: l’intervento è stato eseguito in rachianestesia, con la paziente cosciente per tutta la durata della procedura.
Un’operazione tutt’altro che semplice. Il calcolo presentava caratteristiche particolarmente complesse per dimensioni, posizione e conformazione. L’équipe di Urologia, guidata da Cristian Fiori, ha optato per una tecnica percutanea, che consente di raggiungere il rene attraverso un piccolo accesso cutaneo, evitando incisioni tradizionali e riducendo l’impatto sul corpo.
In questo contesto, la musica ha avuto un ruolo preciso. Non un elemento decorativo, ma uno strumento terapeutico. Studi scientifici dimostrano infatti che l’ascolto musicale durante procedure in anestesia locoregionale contribuisce a ridurre ansia e stress, migliorando il comfort del paziente. E così, mentre i chirurghi lavoravano con strumenti miniaturizzati e laser ad alta precisione, la paziente ascoltava le canzoni che le sono più familiari. Un’immagine che restituisce il senso di una medicina che non si limita a curare, ma prova a prendersi cura.
La storia della paziente aiuta a comprendere la complessità del caso. Da 53 anni convive con la fibrosi cistica, una malattia genetica cronica che colpisce principalmente apparato respiratorio e digestivo. Seguita dal centro del San Luigi dal 1991, conosce bene i rischi legati alla propria condizione.
Quando sono comparse le coliche renali, inizialmente si era rivolta a un altro pronto soccorso. Qui le era stato prospettato un intervento in anestesia generale. Una soluzione che però non la convinceva. “Conosco il mio corpo”, ha spiegato. Da qui la richiesta di coinvolgere il Centro Fibrosi Cistica del San Luigi, dove è seguita da anni.
Il trasferimento ha permesso di costruire un percorso su misura. Dopo alcuni giorni di valutazioni e consulti, è stato deciso l’intervento. Un momento affrontato con timore, soprattutto per l’anestesia spinale, ma che si è rivelato meno traumatico del previsto.
Dopo l’operazione, la paziente è stata monitorata in Recovery Room e poi trasferita nel reparto di Pneumologia, negli spazi dedicati proprio alla fibrosi cistica. Un ritorno in un ambiente familiare, elemento che ha contribuito a ridurre ulteriormente lo stress post-operatorio.
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Il caso mette in luce un aspetto centrale della sanità moderna: la multidisciplinarità. Urologi, anestesisti, pneumologi e specialisti hanno lavorato insieme per costruire una strategia sicura ed efficace. Un modello organizzativo che si rivela fondamentale soprattutto nei casi più complessi.
“Abbiamo adattato ogni fase dell’intervento alle condizioni della paziente”, spiegano i medici coinvolti. Anche il posizionamento sul lettino operatorio è stato studiato nei minimi dettagli per garantire una respirazione adeguata durante la procedura.
Il San Luigi Gonzaga si conferma così un punto di riferimento regionale per la gestione della fibrosi cistica, con circa 250 pazienti seguiti e un’équipe dedicata. Negli ultimi anni, l’introduzione di nuove terapie ha migliorato significativamente la qualità della vita, ma non ha eliminato le complicanze legate alla malattia.
È proprio in questi scenari che emerge il valore di un sistema sanitario capace di adattarsi. Non esiste una soluzione standard, ma percorsi costruiti su misura. L’intervento di Orbassano diventa quindi un esempio concreto di sanità personalizzata, dove ogni scelta viene calibrata sulle condizioni specifiche del paziente.
Ma c’è anche un altro elemento che merita attenzione: l’umanizzazione delle cure. La possibilità di affrontare un intervento chirurgico ascoltando la propria musica rappresenta un cambio di paradigma. Non più solo tecnologie avanzate, ma anche attenzione agli aspetti emotivi e psicologici. Un approccio che trova sempre più spazio nei sistemi sanitari evoluti, dove il benessere del paziente viene considerato parte integrante del percorso di cura.
Anche a livello istituzionale, il caso viene letto come un segnale positivo. Dimostra come innovazione, competenze e sensibilità possano convivere, offrendo risposte efficaci anche in situazioni complesse. La sanità piemontese, spesso raccontata attraverso criticità e difficoltà, mostra così un volto diverso. Quello di un sistema che, quando funziona, è in grado di garantire qualità, sicurezza e attenzione alla persona.
E forse è proprio questo l’aspetto più significativo della vicenda. Non solo il successo dell’intervento, ma il modo in cui è stato affrontato. Una paziente sveglia, una sala operatoria, la musica in sottofondo. E una medicina che, passo dopo passo, prova a diventare sempre più vicina alle persone.
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