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A Settimo Torinese la mensa di Elena Piastra è servita. Costa 25 milioni di euro ma...

Costi in aumento, 300 mila euro pubblici per tappare i buchi e consiglieri informati su Facebook: l’interpellanza di Maiolino, D’Ambrosio e Zigiotto smonta la narrazione del Comune

A Settimo la mensa di Elena Piastra è servita: costa 25 milioni di euro

Chiara Gaiola, Elena Piastra, Enzo Maiolino

A Settimo Torinese si scopre che anche una mensa scolastica può diventare un caso politico da manuale. Non per quello che finisce nel piatto, ma per quello che resta fuori: spiegazioni, trasparenza e, soprattutto, rispetto delle sedi istituzionali.

A sollevare il coperchio sono i consiglieri comunali dei Fratelli d'Italia Vincenzo Maiolino, Francesco D’Ambrosio e Giorgio Carlo Zigiotto. Hanno fatto una cosa quasi fuori moda. Hanno letto le carte e al prossimo consiglio comunale presenteranno un'interpellanza.

E le carte raccontano una storia lunga, che parte addirittura dal 2014, quando il servizio viene affidato con procedura aperta secondo gli articoli 54 e 83 del Codice degli Appalti, con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa. Una storia che prosegue senza scossoni fino al 2022, quando la Giunta – con la delibera 282 – decide di rinnovare il servizio fino al 31 dicembre 2025. Tutto regolare, tutto lineare. Almeno fino a quando non si arriva all’oggi.

Perché nel 2025, con la proposta di Consiglio comunale numero 58 del 14 luglio, l’amministrazione mette le basi per una nuova gara. E qui qualcosa cambia. Secondo i consiglieri di Fratelli d’Italia, non si tratta solo di un passaggio tecnico, ma di un punto critico: la procedura arriva in ritardo e con criteri tali da scoraggiare la partecipazione. Tradotto in italiano semplice: meno concorrenza, meno offerte, meno convenienza. E quando si parla di milioni di euro pubblici, non è esattamente un dettaglio secondario.

Risultato finale: il 19 febbraio 2026 Unione NET assegna la concessione per nove anni ad Authentica S.p.A. per oltre 25,7 milioni di euro, con un costo unitario di 5,88 euro a pasto. Per la cronaca Autenthica Spa è la stessa azienda, cioè Eutourist, che ha in mano l'appalto ma che ha cambiato il nome. Ed è qui che la vicenda smette di essere tecnica e diventa politica. Perché il prezzo sale, e con lui le domande. Quelle vere. Quelle che danno fastidio.

Domande che, però, non trovano risposta nelle sedi ufficiali. E qui si entra nel bel mezzo del problema. Perché – ed è forse il passaggio più surreale dell’intera vicenda – i consiglieri comunali scoprono i dettagli non attraverso atti o comunicazioni istituzionali, ma tramite un comunicato stampa comparso sui social e su alcuni giornali. Informazioni definite dagli stessi interpellanti “frammentarie e non ufficiali”. Una formula educata per dire una cosa molto meno elegante: a Settimo Torinese si governa a colpi di post.

E dentro quel comunicato si scopre che il Comune metterà 300 mila euro all’anno per compensare l’aumento dei costi. Una scelta politica enorme, strutturale, che non riguarda solo il presente ma vincola il futuro. Quei soldi, infatti, non cadono dal cielo: vanno trovati, ogni anno, dentro un bilancio che è già un equilibrio precario.

Peccato che nessuno spieghi da dove arriveranno, per quanto tempo saranno garantiti, quali capitoli verranno toccati. Il tutto affidato alla filosofia del “intanto annunciamo, poi vedremo”.

E allora la domanda dei Fratelli d'Italia diventa inevitabile: si tratta di una scelta pianificata o di una rincorsa? Perché se si è costretti a mettere 300 mila euro per tenere in piedi il sistema, forse qualcosa nella gara – o nei suoi tempi – non ha funzionato come dovrebbe.

Nel frattempo arriva anche il pacchetto delle novità, raccontato con entusiasmo ma senza istruzioni per l’uso. I primi piatti cucinati direttamente nelle scuole: bello, moderno, quasi rivoluzionario.

"Ma come? Dove? Con quali attrezzature? Con quale personale? Con quali garanzie sanitarie? Domande legittime, risposte assenti." E quando manca il “come”, il resto è solo slogan.

interpellanza

Poi i menù internazionali, perché ormai anche la mensa deve essere globale. Un tocco esotico che fa sempre scena. Ma che rischia di diventare quasi grottesco se inserito in un contesto dove non si riesce a chiarire nemmeno la gestione ordinaria. "Prima si spiega come funziona il servizio, poi – eventualmente – si pensa al cous cous...".

E infine la merenda. Inclusa nel servizio. Un dettaglio? Neanche per sogno. Perché dietro quella merenda c’è una domanda concreta: "le famiglie potranno ancora portarla da casa oppure no?"

Libertà o obbligo? Anche qui, nessuna risposta. E quando l’amministrazione non riesce a chiarire nemmeno questo, il messaggio che passa è uno solo: le decisioni vengono prese, i dettagli si vedranno.

Infine, quasi nascosto tra le righe, emerge il diritto per il Comune di acquistare il centro cottura al termine della concessione. Una prospettiva importante, che potrebbe cambiare il futuro del servizio. Ma anche qui: a quali condizioni? Con quali costi? Con quale visione? Ancora una volta, niente. Una promessa senza contorno.

E mentre tutto questo accade, c’è un ultimo elemento che pesa come un macigno e che qualcuno sembra voler dimenticare: i consiglieri di Fratelli d’Italia quelle linee di indirizzo non le hanno votate. Non per ideologia, ma per motivi precisi: ritardi, criteri discutibili, rischio di scarsa concorrenza. Oggi quelle stesse criticità tornano tutte insieme, come un conto lasciato in sospeso.

E allora la sensazione è semplice, quasi brutale nella sua evidenza: non è la mensa il problema. Non è il menù, non è la pasta, non è nemmeno la merenda.

È il metodo.

Perché quando un appalto da oltre 25 milioni di euro viene raccontato prima sui social che in Consiglio Comunale, quando le cifre emergono senza un quadro chiaro, quando le decisioni arrivano prima delle spiegazioni e quando le domande restano senza risposta, il rischio è uno solo: che più che amministrare si stia improvvisando.

E a quel punto, il problema non è più cosa c’è nel piatto. È chi ha deciso cosa cucinare. E soprattutto come.

La sensazione, sempre più concreta, è che mentre qualcuno apparecchia la tavola, ai cittadini venga servita una sola portata: poca chiarezza e conto salato.

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