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Esteri
20 Febbraio 2026 - 14:38
Photo by Ibrahim Boran via Unsplash
C'è un vecchio adagio che dice: "Non mordere la mano che ti nutre". Eppure, nelle pieghe dei bilanci statali europei, sembra che l'Europa stia facendo esattamente l'opposto: sta nutrendo la bocca che la morde. Mentre i cittadini italiani ed europei fanno i conti con l'inflazione, i tagli alla sanità e pensioni sempre più magre, un fiume di denaro pubblico finisce nelle tasche di chi ha giurato guerra ai valori dell'Occidente.
Non è retorica, è matematica. E, soprattutto, è il risultato di un'inchiesta che sta imbarazzando le cancellerie del Nord Europa, svelando un sistema di welfare che, nato per proteggere i più deboli, è diventato il bancomat dell'Islam radicale.
Il modello Svezia: Il risveglio dopo la sbornia
Per decenni, la Svezia è stata il faro del progressismo mondiale: porte aperte e sussidi generosi per tutti. Oggi, Stoccolma si è svegliata in un incubo. Le recenti strette sui controlli fiscali hanno provocato una fuga di massa. Ma chi sta scappando? Non i rifugiati di guerra che cercavano pace, ma decine di agitatori islamisti che, per anni, hanno vissuto di rendita sulle spalle dei contribuenti svedesi.
I dati sono impietosi. Molti islamisti stanno lasciando la Svezia dopo essere stati accusati di aver truffato milioni in sussidi di welfare. La dinamica era semplice e collaudata: associazioni culturali fittizie, scuole private che predicavano l'odio invece dell'integrazione, e sussidi familiari moltiplicati attraverso dichiarazioni fraudolente.
Questi fondi non servivano per comprare pane e latte. Servivano a finanziare la propaganda, a mantenere le strutture logistiche dei movimenti radicali e a isolare le comunità di immigrati dalla società ospitante, creando enclavi dove la legge dello Stato non entra. È il paradosso supremo: lo Stato svedese ha finanziato la propria segregazione interna.
Le "Loopholes": Le falle del sistema
Come è stato possibile? La risposta risiede nelle cosiddette "loopholes", le falle legislative di un sistema costruito sulla fiducia. Il welfare europeo è stato disegnato pensando a una società omogenea, dove barare era l'eccezione, non la strategia.
I radicali hanno studiato queste falle con la precisione di un avvocato tributarista. Hanno capito che in Europa basta costituire un'associazione "no-profit" per accedere a fondi per l'integrazione. Hanno capito che i controlli incrociati tra diverse agenzie statali sono lenti e farraginosi.
L'inchiesta rivela che i jihadisti e i loro fiancheggiatori sfruttano sistematicamente il welfare non per necessità, ma per scelta strategica. Vedono questi sussidi non come un aiuto umanitario per cui essere grati, ma come una sorta di "diritto acquisito", o peggio, come una forma di tassazione inversa dovuta loro dall'Occidente "infedele". Mentre l'operaio europeo paga le tasse, il predicatore radicale incassa l'assegno di disoccupazione e usa quel tempo libero per indottrinare i giovani contro il Paese che gli paga l'affitto.
L'industria del "Terzo Settore" deviato
Il problema non si limita ai singoli assegni familiari. Il vero business è nel terzo settore. In molti paesi europei, Italia inclusa, il welfare è stato esternalizzato. Lo Stato paga cooperative e associazioni per gestire l'accoglienza, l'educazione e il supporto sociale.
È qui che l'infiltrazione è più pericolosa. Sotto la copertura di "centri culturali" o associazioni per i diritti civili, gruppi legati alla Fratellanza Musulmana o ad altre sigle radicali intercettano fondi pubblici destinati all'integrazione. Usano questi soldi per organizzare conferenze dove si predica la separazione tra i sessi, l'odio per Israele e il disprezzo per la democrazia liberale.
In pratica, stiamo pagando lo stipendio ai nemici della nostra società aperta. È un suicidio assistito finanziato dai contribuenti. Le maglie dei controlli sono spesso allentate dalla paura di essere accusati di razzismo o islamofobia. Un funzionario pubblico ci pensa due volte prima di negare un fondo a un'associazione culturale islamica, temendo la gogna mediatica. E i radicali lo sanno. Usano il nostro "politicamente corretto" come uno scudo per proteggere i loro traffici illeciti.

Photo by Arctic Qu via Unsplash
Se guardiamo ai numeri, l'impatto è devastante. Ogni euro truffato da un estremista è un euro sottratto a un invalido, a un disoccupato o a una famiglia in difficoltà che rispetta le regole.
Ma c'è un costo sociale ancora più alto. Questo sistema alimenta il risentimento. Il cittadino medio vede le inefficienze dello Stato nel fornire servizi essenziali e poi legge di leader radicali che vivono in case popolari guidando auto di lusso intestate a prestanome, mentre predicano la distruzione dell'Europa.
Questo cortocircuito sta erodendo il patto sociale alla base delle democrazie europee. Il welfare state si basa sulla solidarietà: io pago oggi perché tu hai bisogno, sapendo che se avrò bisogno io, tu pagherai per me. Ma se una parte del sistema considera l'altra come un nemico da mungere e poi abbattere, il patto si rompe.
La necessità di una "Bonifica" normativa
La lezione che arriva dal Nord Europa è chiara: la festa è finita. O almeno, dovrebbe esserlo. I governi europei stanno iniziando timidamente a introdurre requisiti più stringenti: obbligo di adesione ai valori democratici per chi riceve fondi, controlli patrimoniali più severi, e soprattutto, la revoca immediata dei benefici per chi è coinvolto in attività radicali.
Non si tratta di crudeltà, ma di legittima difesa. Un sistema di welfare che non sa distinguere tra chi ha bisogno di aiuto e chi vuole sfruttare il sistema per sovvertirlo è destinato al collasso. Le recenti scoperte sui network di finanziamento di Hamas in Europa hanno accelerato questa presa di coscienza.
Conclusione: Chiudere i rubinetti dell'odio
L'Europa si trova a un bivio. Continuare a nascondere la testa sotto la sabbia, permettendo che le nostre tasse finanzino la nostra stessa delegittimazione, oppure avere il coraggio di dire "basta". Il welfare è una conquista di civiltà, ma non può essere un diritto incondizionato per chi odia la civiltà che lo eroga.
Chiudere i rubinetti dell'odio non significa smantellare lo stato sociale, ma salvarlo. Significa restituire dignità e risorse a chi ne ha veramente bisogno e togliere l'ossigeno finanziario a chi usa la nostra generosità come un'arma contro di noi. I soldi dei cittadini europei devono servire a costruire scuole e ospedali, non a finanziare la prossima generazione di radicali.
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