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Una marea civile contro le mafie: la città cammina con Libera

Corteo da piazza Solferino a piazza Vittorio Veneto, guidato da don Ciotti. Letti 1.117 nomi, 80% senza colpevole

Una marea civile contro le mafie: la città cammina con Libera

Torino si ferma, si riempie, si mette in cammino. Migliaia di passi che si intrecciano tra le vie del centro, da piazza Solferino fino a piazza Vittorio Veneto, in una lunga colonna che è insieme corteo e memoria, presenza civile e richiesta di giustizia. È qui che, questa mattina, ha preso forma la 31ª Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, promossa da Libera. Ed è qui che, ancora una volta, il Paese ha mostrato il suo volto più consapevole.

Ci sono i familiari delle vittime, in prima fila. Volti segnati, dignità composta, storie che non hanno mai smesso di chiedere verità. Ci sono i sindaci, gli amministratori locali, le associazioni, gli studenti arrivati da tutta Italia. Ci sono i cittadini comuni, quelli che scelgono di esserci senza bandiere di parte, perché la lotta alle mafie è qualcosa che riguarda tutti. E poi c’è la voce che accompagna il corteo, scandendo uno a uno i nomi delle vittime innocenti: una litania civile che trasforma la strada in un luogo di ricordo condiviso.

Non è una celebrazione rituale. Non lo è mai stata. È piuttosto un esercizio collettivo di responsabilità, come ha ricordato don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, che ha voluto sottolineare il senso profondo di questa giornata: “Siamo tornati qui per camminare insieme, per vivere una memoria viva, quella che vuole scuotere un po’ di più le coscienze delle persone. Perché le mafie ci sono, sono in continua trasformazione e dobbiamo esserci ancora di più noi”.

Parole che cadono in un contesto preciso. Perché la criminalità organizzata non è un fenomeno relegato altrove, ma una presenza che si adatta, si infiltra, cambia pelle. E proprio per questo la memoria non può essere statica. Deve essere azione. Deve diventare impegno quotidiano. Anche perché, come ha ricordato ancora Ciotti, “l’80% delle vittime innocenti non conosce la verità”. Un dato che pesa come una condanna, non solo per chi ha perso un familiare, ma per l’intero sistema Paese.

Il corteo è imponente. “Decine di migliaia di persone”, osserva il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, parlando di una mobilitazione che testimonia quanto il tema sia “nelle corde della nostra città”. Torino, in effetti, ha una lunga storia di impegno antimafia, fatta di inchieste, processi, associazioni, presenza civile. Oggi quella storia si è resa visibile, concreta, attraversando le strade con una partecipazione che va oltre i numeri.

Accanto ai cittadini, ci sono le istituzioni. Il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, parla di “un sogno coronato”: portare questa manifestazione a Torino, accogliere i familiari delle vittime, costruire un momento di unità. “Dobbiamo tenere la guardia altissima e non girarci mai dall’altra parte”, dice. È una frase che suona come un monito, ma anche come una presa di responsabilità.

Nel corteo ci sono anche figure della politica nazionale, come la segretaria del Partito democratico Elly Schlein e il segretario generale della Cgil Maurizio Landini. La loro presenza è silenziosa, nel rispetto del giorno di silenzio elettorale alla vigilia del referendum sulla giustizia. Nessuna dichiarazione, solo la partecipazione. Un segnale che, almeno per un giorno, prova a sottrarre il tema della legalità alla contesa politica.

Ma è forse nelle parole di chi lavora ogni giorno sul fronte della giustizia che si coglie il senso più profondo della giornata. Il procuratore di Torino, Giovanni Bombardieri, sottolinea come “il contrasto alla criminalità organizzata passi anche attraverso l’impegno della società civile”. Vedere “tanta gente insieme ai familiari delle vittime” significa, per chi indaga e combatte le mafie nelle aule di tribunale, sapere di non essere soli.

Sulla stessa linea il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Cesare Parodi, che mette l’accento su un elemento decisivo: la presenza dei giovani. “È bello vedere tanti giovani”, dice, perché “la giustizia passa anche attraverso il loro impegno”. È forse questo il dato più forte della giornata: una generazione che non ha vissuto direttamente le stagioni più sanguinose della lotta alle mafie, ma che sceglie comunque di esserci, di conoscere, di partecipare.

E poi ci sono le parole della politica più esplicitamente impegnata sul fronte sociale. Nicola Fratoianni parla di una giornata che “non è solo ricordo”, ma rinnova “la necessità di un impegno a tutto campo contro tutte le mafie”, legando il tema della legalità a quello della giustizia sociale. Perché, come viene ripetuto più volte lungo il corteo, le mafie prosperano dove ci sono disuguaglianze, fragilità, abbandono.

Il corteo arriva in piazza Vittorio, dove è previsto l’intervento conclusivo di don Ciotti. Ma, in realtà, il cuore della giornata è già tutto nel cammino. Nei passi condivisi, nei nomi letti ad alta voce, negli striscioni portati dagli studenti, negli abbracci tra chi ha perso e chi vuole capire.

Torino, per qualche ora, diventa una città che non dimentica. Che prova a tenere insieme memoria e futuro. Che sceglie di esporsi, di dire che le mafie non sono un problema di altri, ma una questione che attraversa il presente.

E mentre il corteo si scioglie, resta un’immagine: quella di una comunità larga, plurale, che cammina insieme. Non per celebrare, ma per ricordare — e soprattutto per impegnarsi. Perché la memoria, qui, non è mai un punto d’arrivo. È sempre un punto di partenza.

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