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21 Marzo 2026 - 02:06
Quando il Canavese gridava “Padania libera”
Mi arriva una telefonata. Una di quelle che allora cambiavano la giornata e, a volte, anche il modo di guardare le cose. Era il direttore de La Sentinella. «Mi han detto - mi dice - che dalle parti di Chivasso la Lega Nord farà una grande festa. Vacci».
Nessun briefing, nessuna mail, nessun comunicato stampa patinato. Solo un taccuino, una macchina fotografica e la curiosità. Settembre del 1996. Trent'anni fa.
Arrivo a Monteu da Po, in un campo a pochi metri dal sito archeologico di Industria e mi si apre davanti un mondo che, fino a quel momento, avevo solo intravisto di sfuggita. Non la solita festa di paese, anche se c’erano le giostrine per i bambini, il profumo della carne alla griglia, la birra che scorreva come in ogni sagra. Bastava alzare lo sguardo per capire che lì stava succedendo qualcosa di diverso. Bandiere verdi ovunque, slogan urlati senza vergogna, «Stacchiamoci da Roma», «Padania libera», gente che ci credeva davvero. Non per finta, non per posa. Ci credeva con una convinzione disarmante.
C’erano i gadget, le monete della Padania, le carte d’identità “padane”, le camicie verdi, i cappellini, addirittura la Guardia Nazionale della Padania. E poi le facce. Quelle non le dimentichi. Operai, pensionati, ragazzi poco più che ventenni. Gente normale che per un giorno si sentiva parte di qualcosa di grande. Non solo politica. Identità, appartenenza, riscatto, o almeno l’idea di tutto questo.

Al centro di tutto un omone, Paolo Bini, segretario provinciale del Canavese. C’era lui dietro quella macchina e la faceva girare davvero. Dalla redazione mi dissero: continua a seguirlo. E lo feci qualche settimana più tardi con il referendum per la provincia del Canavese. Urne vere. Scrutatori veri. Voti veri. Numeri veri e risultato finale. «Il Canavese vuole staccarsi da Torino! Scrivilo!».
Si inventò perfino Miss Padania in Canavese. Ricordo ancora la prima edizione, al ristorante Mago di Caluso, correva il 1997. Vinse Samantha Cerato, di Chivasso. Anche lì, tra sorrisi e passerelle improvvisate, quella stessa strana energia, difficile da spiegare se non l’hai vista.
Insomma c'è stato un tempo in cui la Padania, qui da noi, andava forte. Aveva una sua geografia, una sua organizzazione, una sua liturgia. Ciriè come sede centrale, i ponti sul Po come simbolo, le catene umane, i giuramenti davanti a un televisore collegato con Venezia. Sembrava quasi una rappresentazione, e invece per molti era una cosa vera, concreta.
Io quegli anni me li ricordo bene. E me li ricordo anche per quello che non erano ancora. Ai Giglio Vigna, per com’è fatto Giglio Vigna, o agli Andrea Cane, per com’è fatto Andrea Cane, o alle Giorgie Povolo, per com'è fatta Giorgia Povolo, allora non avrebbero dato neanche il ruolo di portabandiera. Non perché non valessero, ma perché il clima era diverso. Era un movimento ruvido, istintivo, più di pancia che di strategia. Più vaffanculo di quanti, anni dopo, ne avrebbe urlati Beppe Grillo. Con una differenza: qui non si voleva rifare l’Italia, ma uscirne.
Erano gli anni di Gipo Farassino, delle canzoni in piemontese tondo tondo, delle serate in piazza che finivano in cori e applausi, senza filtri, senza paura di sembrare eccessiva.
Nel 1998 arriva Bossi e ai duemila di Monteu se ne aggiungo altri 5 mila in un campo, volti noti, canavesani. E lì, per molti colleghi, cambia qualcosa anche nel modo di raccontare. Perché fino a quel momento si era visto il movimento, la base, l’organizzazione. Ma con Bossi davanti capisci che il nodo è un altro. Non è solo quello che succede, è quello che rappresenta.
Bossi non era uno come gli altri. Non lo era nel modo di parlare, nel modo di stare sul palco, nel modo di incendiare una piazza. Non cercava di piacere a tutti. Anzi. Divideva. E forse proprio per questo funzionava. Ricordo ancora quelle parole dure, gli attacchi ai giudici, alla curia, a Roma, ai giornali, all'Europa, al governo, all'Italia. «È meglio crepare che vivere da schiavi». Frasi che oggi sembrano lontane, quasi irreali, ma che allora trovavano un’eco potente tra i tanti orfani politici della prima Repubblica.
Non un politico rassicurante. Un agitatore, un predicatore, uno che parlava alla pancia e al cuore prima ancora che alla testa. Per questo aveva un seguito. Non perché fosse perfetto, ma perché sembrava autentico. Perché dava voce a un malessere che covava da tempo e che nessuno, fino a quel momento, aveva raccontato così.
E lì arriva il mio problema più grande: tornare in redazione e raccontare tutto questo con le persone con cui, fino al giorno prima, ridevamo di Bossi. Perché sì, diciamolo: si rideva. Era facile farlo. Era comodo. Bastava prendere una frase, isolarla, e il pezzo era fatto. Ma io avevo visto altro.

Avevo negli occhi quelle migliaia di persone che non ridevano affatto. Che prendevano tutto tremendamente sul serio. E allora il problema era: come lo scrivi? Come lo racconti senza tradire loro? Senza farne una caricatura, ma anche senza sposarlo?
A quei tempi La Sentinella era sicuramente un giornale di sinistra. E quella non era una cosa neutra. Ogni parola andava pesata. Ogni aggettivo poteva spostare il senso. Dovevi mantenere la distanza, ma senza scivolare nella superiorità. Dovevi essere critico, ma senza essere cieco. E non sempre ci riuscivi. A volte tornavi finivi un pezzo con la sensazione di aver semplificato troppo. Altre volte con quella di aver spiegato troppo poco.
Perché la verità è che quella stagione lì non si lasciava raccontare facilmente. Non stava dentro le categorie comode. Non era solo protesta, non era solo folklore, non era solo politica. Era un miscuglio difficile, contraddittorio, a tratti anche inquietante. Ma reale. Terribilmente reale.
Guardandolo oggi, con il distacco degli anni e con la notizia della morte di Bossi, mi viene da pensare che forse il suo vero talento è stato proprio questo: costringerci a prendere sul serio qualcosa che in altri tempi si sarebbe liquidato con una risata.
Che cos’è stato davvero Umberto Bossi? Un visionario? Un populista? Un leader carismatico? Forse tutte queste cose insieme. Ma soprattutto è stato uno che ha dato forma a un sentimento diffuso, che ha trasformato un malessere in identità, che ha fatto sentire protagonisti territori e persone che si percepivano ai margini e forse un po' lo erano e ancora lo sono.
Poi il tempo ha fatto il suo lavoro. Ha smussato, trasformato, normalizzato. Il movimento è cambiato, i volti sono cambiati, i linguaggi si sono fatti più accettabili, più istituzionali. Quella carica quasi ingenua, quella fede incrollabile, si è dispersa.
Ma se chiudo gli occhi, Monteu da Po nel ’96 lo vedo ancora. Sento le voci, gli slogan, il rumore dei bicchieri, il fruscio delle bandiere. E sento anche quella fatica, tutta mia, di mettere insieme ciò che vedevo con ciò che avrei dovuto scrivere.
Bossi è stato questo: uno spartiacque. Uno che ha rotto gli schemi, che ha acceso entusiasmi e polemiche, che ha costruito e diviso. Uno che non si può raccontare solo con le categorie di oggi.
E forse, più di tutto, è stato l’uomo che, per un certo periodo, ha fatto credere a migliaia di persone — anche qui, tra il Canavese e il Po — che un’altra storia fosse possibile. Anche solo per un attimo. Anche solo in una piazza di provincia, sotto un palco addobbato di verde. E che, nel farlo, ha costretto anche noi, che raccontavamo, a guardare quella storia senza più il filtro comodo dell’ironia.
Ah! Giusto. Dimenticavo. Paolo Bini, poi, dalla Lega è scappato via a gambe levate ma questa è un'altra storia. Oggi felicemente collabora per questo giornale.
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