È un tardo pomeriggio di marzo in Valle di Susa (TO): il cielo è basso, grigio. Tutto sembra muoversi piano, senza fretta. Eppure, in quel ritmo ovattato, c’è un dettaglio che incrina la normalità.
In un piazzale, tra l’asfalto e lo sguardo incuriosito di chi passa, giace un’elica. Grande, pesante, fuori posto. Qualcuno rallenta, qualcuno si ferma, qualcuno prova a indovinare.
Quell’elica appartiene a un B-17 “Flying Fortress”, uno dei bombardieri simbolo della Seconda guerra mondiale. E porta con sé una storia che non è mai davvero finita.
A ricostruirla, con pazienza quasi ostinata, sono stati i membri del Comitato per la Commemorazione dell’Equipaggio del B-17 delle Aiguilles des Glaciersè, dei quali fa parte anche il geologo torinese Gianni Boschis, coordinatore della ricerca sul versante italiano.
È lui a spiegare come un oggetto del genere sia arrivato fin lì, lontano dalle rotte della memoria più immediata: "È la storia di un bombardiere americano precipitato sul Monte Bianco il primo novembre 1946. Era diretto da Napoli a Londra. A bordo c’erano otto uomini. Non ci furono sopravvissuti".

Il punto del ritrovamento dell'elica
Una tragedia che, per molto tempo, è rimasta sepolta dai ghiacci.
Nelle prime ore di quel giorno, intorno alle quattro del mattino, il B-17 – modello G, quasi nuovo, con meno di 200 ore di volo, scomparve dai radar. Il maltempo era stato previsto, ma nulla lasciava presagire una deviazione così drammatica: al momento dell’impatto, l’aereo si trovava a quasi 160 chilometri fuori dalla rotta prevista. Perché, resta ancora oggi una domanda aperta.
Lo schianto contro l’Aiguille des Glaciers, sul massiccio del Monte Bianco, fu devastante. L’aereo si disintegrò, spargendo frammenti e resti umani su entrambi i versanti, quello italiano e quello francese. Le ricerche partirono subito: oltre cinquanta velivoli perlustrarono l’area per giorni. Ma non trovarono nulla. Dopo diciotto giorni, il caso fu archiviato come uno dei tanti misteri irrisolti del dopoguerra.
La montagna, però, non dimentica. Custodisce.
Fu nell’estate del 1947 che una pattuglia alpina francese, durante un’esercitazione, si imbatté per caso nei primi resti. Documenti, frammenti, tracce umane. Abbastanza per dare un nome a quella scomparsa. I corpi recuperati furono restituiti alle autorità americane e sepolti con onore nel Cimitero nazionale di Arlington, negli Stati Uniti. Il resto, però, rimase lì, intrappolato nel ghiaccio.
E lì sarebbe rimasto ancora a lungo.
Bisogna aspettare gli anni Settanta perché il ghiacciaio inizi a restituire ciò che aveva custodito. Il lento ritiro dei ghiacci, oggi simbolo evidente del cambiamento climatico, riporta alla luce pezzi di fusoliera, oggetti personali, frammenti di vita interrotta. Ogni ritrovamento è un tassello, ogni oggetto una domanda.
È da questa spinta che, nel 2010, nasce il Comitato, un gruppo eterogeneo: tecnici, guide alpine, ingegneri, geologi, storici e giornalisti. Tra loro anche Erik Gillo, autore del documentario B17 Mont Blanc, missing aircraft in the glacier, che ha contribuito a dare voce e immagini a una storia rimasta troppo a lungo sommersa.
Il lavoro del Comitato ha qualcosa di profondamente umano: restituire identità. Per anni si sono cercate le famiglie degli otto membri dell’equipaggio. Figli, nipoti, parenti lontani. Persone che, fino a poco tempo fa, sapevano poco o nulla di come e dove si fosse conclusa quella vicenda.
A loro sono stati restituiti piccoli frammenti: oggetti, resti, simboli, pezzetti di memoria.
Anche l’elica fa parte di questo percorso. Fu individuata negli anni Settanta dalla guida alpina Edoardo Pennard, incastrata tra le rocce poco sotto la cima. Per anni è rimasta lì, come sospesa tra cielo e ghiaccio.
Poi, nel 2010, durante un sopralluogo aereo, ci si accorse che si era spostata, scivolando pericolosamente verso una fessura, sull’orlo di un precipizio. Se fosse caduta ancora, sarebbe scomparsa nel ghiacciaio, forse per sempre.

L'elica incagliata fra le rocce
Così è partita una vera e propria missione di recupero. Per oltre un decennio, quell’elica ha trovato riparo proprio in Valle di Susa, custodita da Boschis. Oggi, però, è pronta a partire di nuovo. Destinazione: Francia. Grazie a una donazione al Comune di Bourg-Saint-Maurice, e con il via libera della Soprintendenza, diventerà parte di un monumento dedicato all’equipaggio, vicino al rifugio des Mottets.
Un nuovo viaggio, l’ultimo. C’è qualcosa di profondamente significativo in questo spostamento. È il passaggio da oggetto disperso a memoria condivisa. Da frammento a racconto collettivo.
E mentre il furgone si prepara a caricarla e a portarla via, sotto lo sguardo distratto ma incuriosito di chi passa, quell’elica continua a fare ciò che ha sempre fatto: raccontare.
