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18 Marzo 2026 - 20:56
Gisele Pelicot
Una sala in piedi, commossa, per accogliere Gisele Pelicot, protagonista di una vicenda giudiziaria che ha scosso l’opinione pubblica internazionale. A Torino, nel suo unico evento pubblico in Italia nell’ambito di Aspettando il Salone del Libro, la donna ha ricevuto una lunga standing ovation all’inizio e alla fine dell’incontro alla Cavallerizza Reale.
Un momento carico di emozione, accompagnato da un messaggio forte e diretto: «È possibile rinascere dalle proprie ceneri. Il mio è un messaggio di speranza, nonostante tutto è possibile rialzarsi anche quando si pensa di avere toccato il fondo. Io sono la dimostrazione che è possibile ritrovare nell'oscurità un po' di colore».
Pelicot, 72 anni, ha da poco pubblicato la sua biografia “Un inno alla vita” (Rizzoli, traduzione di Bérénice Capatti), in cui racconta gli abusi subiti dal marito e da oltre 50 complici per quasi un decennio. A dialogare con lei è stata la direttrice del Salone del Libro Annalena Benini, in un incontro che ha rappresentato uno dei momenti più intensi del ciclo di eventi che precede la manifestazione, in programma dal 14 al 18 maggio.

Nel suo intervento, Gisele Pelicot ha spiegato il senso profondo del libro: «Questo libro è il racconto di un percorso compiuto da tre generazioni di donne che sono state capaci di ritrovare la gioia di vivere: mia nonna, mia mamma e io. Ho ereditato da loro la mia forza. Non mi sono mai persa d'animo, non sono mai crollata. La vita continua. Sono tornata ad amare ed è una grande forza: amare ed essere amata».
Parole che hanno trovato eco anche nell’intervento di Annalena Benini, che ha sottolineato il valore della testimonianza: «Ringrazio Gisele Pelicot per avere spostato il lato della vergogna e avere dato coraggio a tutte le donne vittime di violenza. Il suo libro, limpido e complesso, sconvolgente, ripercorre una vita intera anche prima della violenza. La felicità, i traumi, le speranze, senza nessuna reticenza. È il racconto di una rinascita, della possibilità di andare avanti a testa alta, addirittura con fiducia, di amare».
Uno dei passaggi più forti riguarda la scelta di affrontare un processo a porte aperte. Una decisione maturata con consapevolezza: «Non è una decisione che ho preso velocemente, ma non l'ho mai rimpianta. Non volevo che restasse una vicenda tra me e quei 51 uomini. Non è la vittima che deve sentirsi in colpa. L'ho fatto per tutte le donne che hanno subito abusi sessuali e non sono riuscite a denunciarli. Volevo che tutti vedessero le facce degli imputati, erano loro a dovere provare vergogna e non io».
Nel racconto emerge anche il dolore più intimo, quello familiare: «Pensavo di avere condiviso 50 anni di vita felice con un uomo amorevole, generoso. È stata una deflagrazione, uno tsunami. Il momento più difficile è stato raccontarlo ai miei figli, avevo pensato di sparire, ma poi ho capito che avrebbero perso anche il mio sostegno».
Eppure, nelle sue parole non c’è spazio per l’odio: «Ho vissuto più vite, non provo odio e neppure rabbia che non fanno altro che distruggere. Provo indignazione per essere stata tradita, ma il mio è un messaggio di pace e di amore».
Un messaggio che si chiude con un invito chiaro, rivolto a tutte le donne: non dubitare mai.
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