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18 Marzo 2026 - 11:13
Una casa segreta per ragazze vittime di violenza nel bene confiscato alla mafia a Venaria
A Venaria Reale nasce una casa per ragazze minorenni vittime di violenza. Non un progetto simbolico, non un’inaugurazione di facciata, ma uno spazio reale, operativo, pensato per chi ha tra gli 11 e i 18 anni e ha già conosciuto cosa significa subire, temere o vivere dentro la violenza di genere. Si chiama “Help House Girls” ed è stata presentata martedì 17 marzo nella Sala del Consiglio comunale.
La notizia sta tutta qui, nuda e concreta: una comunità residenziale a indirizzo segreto, attiva 24 ore su 24, costruita per accogliere ragazze che spesso non hanno alternative. Ma fermarsi a questo sarebbe troppo facile. Perché questa casa dice molto di più, e soprattutto racconta qualcosa che riguarda tutti.
Il primo dato, quello che pesa davvero, è il luogo. “Help House Girls” nasce in un immobile confiscato alla criminalità organizzata, oggi restituito alla città con una funzione opposta rispetto al passato. Dove prima c’era potere illegale, oggi c’è protezione. Dove c’era controllo, oggi c’è libertà. Non è retorica: è un cambio di segno netto, visibile, che trasforma un simbolo negativo in un presidio civile.
Il Prefetto di Torino Donato Cafagna lo ha detto senza giri di parole: «La destinazione ad una finalità sociale dei beni confiscati costituisce una delle risposte più alte e compiute…» . Tradotto: lo Stato non si limita a togliere, ma restituisce. E quando restituisce così, il messaggio arriva.
Ma la questione non è solo urbanistica o simbolica. Il punto è chi entrerà in quella casa. Ragazze. Minorenni. Non donne adulte con un percorso già definito, ma adolescenti che stanno ancora costruendo sé stesse. Ed è qui che il progetto cambia scala.
“Help House Girls” è, di fatto, la prima comunità educativa residenziale in Italia dedicata esclusivamente a minori vittime di violenza di genere . Un primato che dovrebbe far riflettere più che esultare. Perché significa che fino a oggi questo spazio mancava. Che c’era un vuoto. E che quel vuoto, nel frattempo, qualcuno lo ha pagato.
I numeri aiutano a capire. Nel mondo, ogni giorno, 39.000 ragazze vengono costrette a sposarsi prima dei 18 anni. In Europa centinaia di migliaia vivono con le conseguenze delle mutilazioni genitali femminili. In Italia, la maggior parte degli abusi sui minori avviene in ambito familiare o relazionale . Non fuori. Dentro.
E allora questa casa non è solo un rifugio. È una risposta a qualcosa che accade già, spesso lontano dagli occhi, quasi sempre dentro relazioni che dovrebbero essere protettive e invece diventano il contrario.

Le autorità intervenute ieri per la presentazione del progetto in sala consiliare a Venaria Reale
Il progetto porta la firma dei Centri Antiviolenza E.M.M.A. ETS, una realtà che lavora da oltre vent’anni su questi temi. Non è un dettaglio. Perché qui non si tratta di improvvisare accoglienza, ma di costruire percorsi. Dentro la struttura, infatti, opererà un’équipe multidisciplinare: educatrici, psicologhe, assistenti sociali, operatori sanitari. Un sistema che accompagna le ragazze nel tempo, non solo nell’emergenza.
L’obiettivo è chiaro: uscire dalla violenza e non tornarci. Ma dirlo è facile. Farlo significa lavorare sulla consapevolezza, sull’autonomia, sulla possibilità concreta di immaginare un futuro diverso. E questo richiede tempo, competenze, continuità.
La presidente dei Centri Antiviolenza E.M.M.A., Silvia Spadini, lo ha spiegato così: «È un progetto pensato per coprire un vuoto politico, istituzionale e operativo…» . Parole che pesano. Perché chiamano in causa direttamente le istituzioni. E implicitamente ammettono che, fino a oggi, qualcosa non ha funzionato.
Il sindaco Fabio Giulivi ha parlato di «passo di grande responsabilità e civiltà» . È una definizione che suona giusta, ma che apre una domanda: perché ci è voluto così tanto? E soprattutto, quante realtà come questa servirebbero davvero per incidere sul problema?
Non è un caso che alla presentazione fossero presenti tutte le principali autorità del territorio: Prefettura, Questura, Carabinieri, Guardia di Finanza, Regione. Un fronte compatto. Un segnale istituzionale forte. Ma anche qui, la questione è sempre la stessa: il consenso attorno a questi progetti è ormai unanime. La difficoltà sta nel tradurlo in azioni concrete, diffuse, replicabili.
Perché “Help House Girls” è, oggi, un progetto pilota. E i progetti pilota sono sempre un test. Funzionano, dimostrano che è possibile, ma restano isolati se non diventano sistema.
C’è poi un altro elemento che attraversa tutta la vicenda, ed è il nome a cui la struttura è dedicata: Anna Maria Zucca, fondatrice dei Centri Antiviolenza E.M.M.A., scomparsa lo scorso gennaio. Non è una semplice intitolazione. È il riconoscimento di un percorso, di un’idea portata avanti nel tempo, spesso controcorrente.
In un contesto dove la violenza di genere viene ancora raccontata come emergenza, Zucca ha lavorato per costruire risposte strutturate. Questa casa, in fondo, è anche il risultato di quella visione.
E allora la domanda finale non riguarda solo Venaria. Riguarda il modello. Se è vero, come dicono i promotori, che sempre più ragazze minorenni si rivolgono ai centri antiviolenza, allora questo tipo di struttura non è un’eccezione. È una necessità.
Il rischio, come sempre, è fermarsi alla celebrazione del singolo caso virtuoso. Taglio del nastro, fotografie, dichiarazioni. E poi? Il punto è quello. Se questa esperienza resta isolata, diventa un esempio. Se viene replicata, diventa una politica.
“Help House Girls” è una casa. Ma è anche un test per capire se siamo davvero disposti a prendere sul serio la violenza di genere quando riguarda le più giovani. Non a parole, non nei convegni, ma nei servizi, nelle strutture, nelle scelte.
Perché alla fine è lì che si misura tutto: nella distanza tra quello che diciamo e quello che costruiamo.
E oggi, a Venaria, qualcosa è stato costruito davvero.

La sala consiliare gremita
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