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Sanità sotto attacco: oltre 23 mila operatori aggrediti nel 2025

La relazione dell’Osservatorio: quasi 18 mila episodi nel 2025, la maggior parte verbali ma un quarto sfocia in violenza fisica

infermiera aggredita

infermiera aggredita

In corsia si cura, ma sempre più spesso si viene anche aggrediti. È il paradosso inquietante che emerge dalla Relazione annuale dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie, diffusa in occasione della Giornata nazionale di prevenzione contro la violenza sugli operatori sanitari e socio-sanitari.

I numeri raccontano un fenomeno ormai strutturale. Nel 2025 sono stati 23.367 gli operatori sanitari coinvolti in quasi 18 mila episodi di aggressione. Il dato è sostanzialmente in linea con quello dell’anno precedente, ma cresce il numero delle vittime: nel 2024 erano circa 22 mila, oggi si supera quota 23 mila.

È la fotografia di una sanità sempre più esposta alla tensione e alla violenza, dove chi lavora in prima linea – medici, infermieri, operatori socio-sanitari – si trova spesso a gestire non solo l’emergenza clinica ma anche quella sociale.

La relazione conferma una dinamica ormai consolidata. Le aggressioni sono soprattutto verbali, nel 69% dei casi, con insulti, minacce e intimidazioni rivolte al personale sanitario. In circa un quarto dei casi si arriva alla violenza fisica, mentre nel 6% degli episodi vengono colpiti oggetti, arredi o attrezzature.

Gli aggressori sono prevalentemente gli stessi pazienti, spesso in condizioni di forte stress o sofferenza. Non mancano però casi in cui a colpire sono parenti o accompagnatori, che scaricano sul personale sanitario frustrazione e rabbia per attese o decisioni mediche.

A pagare il prezzo più alto sono soprattutto le donne, che rappresentano la maggioranza delle vittime.

La categoria più colpita resta quella degli infermieri, che rappresentano il 55% degli operatori aggrediti. Seguono i medici con il 16% e gli operatori socio-sanitari con l’11%. Non è difficile comprenderne il motivo: gli infermieri sono spesso il primo contatto con il paziente, la figura che accoglie, gestisce e deve contenere situazioni di tensione.

Sul piano organizzativo il luogo dove la violenza si manifesta più frequentemente resta l’ospedale, soprattutto il Pronto Soccorso, dove si concentrano attese, emergenze e situazioni di forte pressione emotiva. Ma il fenomeno non si limita alle corsie ospedaliere. Ogni contesto sanitario può diventare teatro di aggressioni.

La Croce Rossa, ad esempio, segnala che due terzi degli episodi di violenza contro i propri operatori avvengono direttamente sulle ambulanze, durante gli interventi di emergenza.

Tra i dati più rilevanti del 2025 emerge anche l’aumento delle persone denunciate o arrestate per lesioni gravi o gravissime ai danni di operatori sanitari. I casi sono arrivati a 1.096, più del doppio rispetto all’intero triennio precedente.

Secondo gli esperti il dato è legato alle nuove norme introdotte negli ultimi anni per contrastare le aggressioni: la procedibilità d’ufficio per le lesioni contro personale sanitario e l’arresto in flagranza differita, che consente di intervenire anche dopo l’episodio sulla base di prove e immagini.

Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha definito il problema una vera emergenza civile. «Aggredire chi cura significa indebolire l’intero Servizio sanitario nazionale, compromettere la qualità delle cure e incrinare quel rapporto di fiducia tra cittadini e professionisti che è alla base di ogni percorso di assistenza», ha dichiarato in un messaggio inviato al convegno “Curare senza paura”, promosso dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici a Perugia.

Il ministro della salute, Orazio Schillaci

Sulla stessa linea il presidente della Fnomceo, Filippo Anelli, che parla apertamente di una crisi nel rapporto tra cittadini e sistema sanitario. «Colpire chi cura significa ledere il diritto alla salute», ha affermato, definendo il fenomeno una frattura del patto civile su cui si fonda la sanità pubblica. «La professione sanitaria è uno dei luoghi in cui la Costituzione si realizza ogni giorno», ha ricordato.

Per contrastare il fenomeno il Ministero della Salute ha aggiornato le raccomandazioni sulla sicurezza nei luoghi di cura, invitando le aziende sanitarie ad adottare interventi strutturali. Tra le misure indicate: formazione del personale per la gestione dei conflitti, sistemi di allarme e body-cam, presidi delle Forze di polizia nei contesti più critici, riorganizzazione degli spazi sanitari e supporto psicologico agli operatori vittime di aggressioni.

«La sicurezza di chi si prende cura della nostra salute è una priorità assoluta», ha ribadito Schillaci.

Un appello arriva anche dal presidente della Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere, Giuseppe Quintavalle. «Nessun professionista della sanità deve sentirsi solo. Di fronte a episodi di aggressione o minaccia è fondamentale non avere paura di denunciare».

Perché dietro ogni numero della statistica c’è una persona che lavora in corsia, su un’ambulanza o in un ambulatorio. Persone che ogni giorno si prendono cura degli altri e che sempre più spesso si trovano a farlo tra tensioni, paura e violenza. Un segnale che il sistema sanitario – e la società – non può più permettersi di ignorare.

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