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Sanità: "Delitto e disavanzo". Un buco da ottocentosettantanove milioni di euro

Bilanci preventivi delle Asl e degli ospedali disegnano un deficit vicino al miliardo. Torino guida la classifica con l’Asl Città di Torino e la Città della Salute. Riboldi convocato in Commissione sanità a Palazzo Lascaris mentre da Roma il Mef prepara le verifiche

Sanità: "Delitto e disavanzo". Un buco da ottocentosettantanove milioni di euro

Icardi, Valle, Riboldi

Quando si leggono certi numeri della sanità piemontese, il cittadino medio compie un gesto istintivo: controlla il portafoglio. Non perché pensi di trovarci gli 879 milioni di euro che mancano all’appello, ma per assicurarsi che qualcuno non abbia già iniziato a cercarli lì dentro.

Ottocentosettantanove milioni. Scriverlo per esteso aiuta a capire la faccenda. Non è semplicemente un deficit: è una dimensione dell’anima. È la cifra che emerge sommando i bilanci preventivi delle aziende sanitarie piemontesi per il 2026. Un numero che non fa soltanto paura: fa letteratura. Sembra il titolo di un romanzo russo. Delitto e disavanzo.

E come in ogni buon romanzo russo, i personaggi sono molti, le responsabilità diffuse e la tragedia annunciata.

Il Piemonte, nel frattempo, continua a fare quello che fanno tutte le amministrazioni quando i conti vanno male: rassicurare. Con grande serenità. Con grande aplomb. Con grande fantasia. E infatti per l’anno scorso sono stati messi 203 milioni “per mantenere i livelli sanitari”. Traduzione simultanea dal burocratese: per chiudere i conti del 2025 senza che qualcuno iniziasse a urlare troppo forte.

È un po’ come quando si mette un secchio sotto il soffitto che perde: non ripara il tetto, ma evita di bagnare il parquet.

Il problema è che nel frattempo i numeri dei singoli ospedali e delle Asl sembrano usciti da una gara di tiro al bersaglio. E il bersaglio, inevitabilmente, è l’assessore regionale alla sanità Federico Riboldi, che si ritrova al centro di una di quelle situazioni in cui i numeri diventano talmente grandi da sembrare quasi astratti.

Prendiamo Torino. La sola Asl Città di Torino prevede un rosso da 152,9 milioni di euro. Una cifra che già da sola basterebbe a far sudare freddo qualsiasi ragioniere comunale. Ma il vero capolavoro contabile resta la Città della Salute, il gigantesco ospedale delle Molinette: 129,9 milioni di deficit preventivo. Solo che qui c’è un dettaglio interessante. Ogni anno la Regione anticipa circa 230 milioni per permettere alla struttura di cominciare l’attività. Sommati ai 129 milioni di rosso previsto, fanno circa 360 milioni.

Trecentosessanta milioni.

Praticamente una piccola manovra finanziaria, ma concentrata dentro un ospedale.

E sarebbe ingiusto fermarsi a Torino, perché il resto del Piemonte non vuole certo essere accusato di scarsa partecipazione al grande romanzo del disavanzo sanitario.

L’Asl di Novara prevede 52,5 milioni di perdita, quella di Alessandria 53,7 milioni, mentre nel Verbano-Cusio-Ossola si arriva a circa 58 milioni, che per una provincia di montagna pesano come un ghiacciaio sul bilancio. L’Asl To4 sfiora i 50 milioni, la To5 supera i 34, mentre la To3 si ferma — si fa per dire — a 29,8 milioni.

Scendendo verso sud la musica non cambia. Cuneo 1 prevede 37,6 milioni di rosso, Cuneo 2 arriva a 43,5 milioni, Asti si aggira sui 32,7, Vercelli sfiora i 40 milioni e Biella supera i 35 milioni.

Poi ci sono gli ospedali, che fanno la loro parte nel grande affresco contabile. Il Santa Croce e Carle di Cuneo mette a preventivo 30,9 milioni di perdita, il Maggiore della Carità di Novara 27,9, il Mauriziano di Torino 27,5, mentre il San Luigi di Orbassano viaggia sui 12,3 milioni. Più contenuto, si fa per dire, il rosso dell’azienda ospedaliera Santi Antonio e Biagio – Cesare Arrigo di Alessandria, che resta sotto i 10 milioni.

soldi

Messi insieme, questi numeri compongono il grande quadro finale: 879,2 milioni di disavanzo previsto.

Una sfilza di rossi che, sommati, trasformano il sistema sanitario regionale in una specie di mostra permanente di contabilità creativa applicata alla medicina.

Naturalmente i direttori generali spiegano che i bilanci preventivi sono prudenziali. Molto prudenziali. Anzi, prudentissimi. Una specie di libro dei sogni, scritto largo per stare tranquilli.

Solo che qui più che un libro dei sogni sembra un’antologia di incubi, e pure stampata in edizione deluxe.

A questo punto entra in scena la politica, che quando i numeri diventano troppo grandi reagisce con il gesto più naturale del mondo: convocare.

L’assessore Riboldi dovrà infatti presentarsi a Palazzo Lascaris davanti alla Commissione sanità, presieduta dal suo predecessore leghista Luigi Icardi. Peraltro Icardi, con la bava alla bocca, lo ha già convocato tante volte, non riesce proprio a stare lontano da lui.

Al suo fianco il vicepresidente Daniele Valle, del Partito democratico, che è il firmatario della richiesta.

È una di quelle situazioni in cui la domanda è semplice e la risposta, inevitabilmente, complicata.

Perché sostenere che quei numeri siano gonfiati significherebbe dire che i direttori generali non sanno fare i conti.
Sostenere che siano realistici significherebbe ammettere che qualcuno, negli ultimi anni, non ha governato la spesa.

In entrambi i casi, non è esattamente una notizia confortante.

Nel frattempo Roma osserva. I tecnici del Ministero dell’Economia e cominceranno a verificare i conti dopo il primo trimestre.

Lì si capirà se questi quasi novecento milioni sono davvero un prudente esercizio contabile oppure il trailer di qualcosa di molto più concreto: il piano di rientro, magari seguito da un commissariamento della sanità piemontese.

Vabbè dai "la salute non ha prezzo". Il problema è che il conto, prima o poi, arriva. E di solito non lo pagano quelli che hanno scritto il bilancio.

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