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La classe delle mamme: a Caluso l’integrazione passa dai banchi di scuola

Alla primaria Giacosa un progetto di alfabetizzazione nato dall’iniziativa volontaria delle insegnanti. Tra quaderni, dialoghi quotidiani e storie di vita, la lingua diventa il primo passo verso l’integrazione

La classe delle mamme

La classe delle mamme: a Caluso l’integrazione passa dai banchi di scuola

Entrano in punta di piedi, spesso con un sorriso timido e lo sguardo curioso. Alcune tengono il quaderno stretto tra le mani, altre portano con sé una penna e poche parole di italiano. Ma ogni volta che la porta dell’aula si chiude, dentro quella stanza accade qualcosa di semplice e potente: un gruppo di donne provenienti da ogni parte del mondo prova a costruire una nuova vita partendo dalla lingua.

Succede alla scuola primaria “Giuseppe Giacosa” di Caluso, dove quest’anno è nato un progetto che ha già cambiato il volto della comunità scolastica. Si chiama, informalmente, “la scuola delle mamme” ed è un’iniziativa ideata da alcune insegnanti dell’Istituto comprensivo che, nel loro tempo libero, hanno deciso di dedicare alcune ore alla alfabetizzazione delle madri con background migratorio.

Non si tratta di un normale corso di italiano per stranieri. La particolarità sta nel luogo e nel momento in cui si svolge: le lezioni si tengono all’interno della scuola frequentata dai loro figli e durante l’orario scolastico. Mentre i bambini sono in classe, le mamme entrano a loro volta in aula e si siedono tra banchi e quaderni per imparare le prime parole della lingua italiana.

Le donne si chiamano Aisha, Sharifa, Faith, Fatima. Alcune arrivano dalla Nigeria, altre dall’Afghanistan, dal Brasile o da altri Paesi lontani. Hanno storie diverse ma una condizione comune: vivere in un territorio nuovo, spesso con poche parole per orientarsi nella quotidianità.

L’idea del progetto nasce da una constatazione molto concreta fatta dalle insegnanti della scuola. Molte madri di alunni stranieri incontrano difficoltà nel rapporto con l’istituzione scolastica. Leggere gli avvisi sul diario, comprendere una comunicazione della scuola o partecipare a un colloquio con gli insegnanti può diventare un ostacolo enorme quando la lingua rappresenta una barriera.

A Caluso il fenomeno non è marginale. Anche in una realtà di dimensioni contenute come quella del paese canavesano, circa un quinto degli alunni dell’Istituto comprensivo proviene da famiglie con background migratorio. Un dato che riflette un cambiamento demografico ormai evidente anche nei piccoli centri.

Da qui la decisione di agire. Alcune docenti hanno iniziato a ragionare su come aiutare queste donne a sentirsi meno isolate e più coinvolte nella vita scolastica dei figli. Il progetto è stato poi presentato alla dirigente dell’Istituto comprensivo, Paola Antonella Bianchetta, che ha accolto l’iniziativa favorendone l’avvio e affrontando le questioni organizzative e burocratiche necessarie.

Anche il Comune di Caluso, proprietario dell’edificio scolastico di via Gnavi, ha sostenuto l’iniziativa. La consigliera delegata all’Istruzione e ai Servizi scolastici Mariella Settia, insegnante di lungo corso nella scuola superiore, ha scelto di partecipare direttamente come volontaria, entrando nel gruppo che anima il progetto.

Un contributo importante è arrivato anche dall’associazione Nemo di Chivasso, realtà impegnata da anni nei temi dell’inclusione sociale e culturale.

Così, tra incontri, telefonate e qualche inevitabile difficoltà organizzativa, la “scuola delle mamme” ha preso forma.

Le lezioni si tengono due volte alla settimana, il martedì e il giovedì, per due ore ogni volta. L’aula scelta si trova in una posizione discreta all’interno del plesso scolastico, così da non interferire con le attività dei bambini.

Non esiste un obbligo di frequenza. Le donne partecipano quando possono, conciliando gli impegni familiari e le difficoltà della vita quotidiana. Alcuni giorni l’aula è piena, altri meno. Ma ogni presenza rappresenta un passo avanti.

Le insegnanti hanno dovuto confrontarsi con livelli di preparazione molto diversi. Alcune delle partecipanti hanno studiato nei Paesi di origine e possiedono già competenze linguistiche di base. Altre invece partono da una condizione quasi di analfabetismo, senza alcuna familiarità con l’alfabeto italiano.

Per questo le lezioni sono costruite su un approccio pratico e flessibile. Più che grammatica e teoria, si lavora su situazioni concrete della vita quotidiana.

Si simulano dialoghi al mercato o dal panettiere, si prova a chiedere indicazioni alla stazione, si immagina una visita dal medico o l’acquisto di un biglietto del treno. Piccoli esercizi che aiutano a prendere confidenza con le parole più utili per la vita di tutti i giorni.

Ma accanto all’apprendimento della lingua emerge anche un altro elemento, forse ancora più importante: la relazione tra queste donne.

Molte di loro, una volta arrivate in Italia, si trovano a vivere in una dimensione molto ristretta, limitata alla famiglia o a pochi contatti. La difficoltà linguistica e le differenze culturali possono creare una barriera invisibile che rende difficile uscire dall’isolamento.

In quell’aula della scuola primaria, invece, si crea uno spazio diverso. Un luogo dove le distanze culturali si accorciano e dove donne provenienti da continenti diversi scoprono di condividere esperienze simili.

Le insegnanti raccontano di un clima sorprendente. Tra le partecipanti nasce spontaneamente uno spirito di solidarietà. Quando una di loro appare triste o preoccupata, le altre si avvicinano e cercano di capirne il motivo. Si parlano tra loro in modo rapido, a volte in un misto di lingue e gesti, cercando di tradurre emozioni e parole.

E spesso, senza quasi accorgersene, lo fanno proprio nella lingua che stanno imparando: l’italiano.

Il corso non vuole sostituire i percorsi formativi ufficiali dedicati agli adulti. In Italia esistono infatti i Cpia, i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti, che organizzano corsi strutturati e rilasciano certificazioni linguistiche.

Anzi, la scuola di Caluso collabora attivamente con il Cpia di Mercenasco. Il progetto rappresenta piuttosto una sorta di ponte verso quei percorsi più strutturati.

Molte delle partecipanti, infatti, partono da un livello così elementare da non poter ancora affrontare un corso ufficiale. La “scuola delle mamme” diventa quindi una prima tappa per acquisire le basi e acquisire fiducia.

Quando le condizioni lo permettono, le insegnanti incoraggiano le donne a iscriversi ai corsi del Cpia, anche per ottenere una certificazione formale delle competenze linguistiche.

Il risultato più evidente, però, non si misura solo nei progressi grammaticali. Si vede negli sguardi più sicuri quando una madre entra nell’edificio scolastico per parlare con un insegnante. Si sente nelle parole pronunciate con maggiore naturalezza durante le riunioni con i docenti. Si percepisce nella partecipazione più attiva alla vita della comunità scolastica.

In fondo, imparare una lingua significa molto più che memorizzare parole. Significa acquisire strumenti per orientarsi nel mondo, per capire e farsi capire.

A Caluso, in una piccola aula della scuola primaria, questo processo avviene lentamente ma con una forza sorprendente. Tra quaderni, risate e tentativi di pronuncia, un gruppo di donne sta costruendo un nuovo vocabolario fatto di parole, relazioni e possibilità.

E mentre i figli studiano nelle aule accanto, anche le loro madri tornano a scuola. Non solo per imparare una lingua, ma per sentirsi parte di un luogo che, giorno dopo giorno, diventa sempre più casa.

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