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05 Marzo 2026 - 07:55
Sette curve alla gloria, sette curve all’inferno: l’errore che perseguita Pecco
Ci sono vittorie che sembrano liberare. E poi ci sono vittorie che svuotano. Nel racconto di Pecco Bagnaia ai microfoni di BSMT di Gianluca Gazzoli, il primo titolo mondiale del 2022 non ha il sapore patinato dell’apoteosi, ma quello più crudo della sopravvivenza emotiva.
Ogni campione ha un momento che lo consacra e uno che lo mette a nudo. Per Bagnaia quei due momenti sono arrivati a distanza di pochi mesi, separati da una linea sottilissima: prima la rimonta impossibile, poi la paura vera. E infine l’errore che ancora oggi gli brucia dentro.
Nel 2022, a metà stagione, il mondiale sembrava compromesso. Novantuno punti di ritardo da Fabio Quartararo. Un abisso. Poi quattro vittorie consecutive, una rimonta costruita curva dopo curva, weekend dopo weekend. La pressione cresceva in modo silenzioso, inesorabile. Fino all’ultimo Gran Premio di Valencia.
«Non volevo correre», ammette oggi, ricordando anche il peso emotivo di quei giorni. Non solo la classifica, non solo la tensione sportiva. C’era un carico umano che andava oltre la pista. E quando finalmente taglia il traguardo e conquista il titolo, la reazione non è quella che ci si aspetterebbe.
Nessuna notte di euforia sfrenata. Nessun trionfo esibito. «Sono stato male. Ero distrutto». La sera del titolo mondiale, Bagnaia si ritira presto in albergo. La tensione accumulata per mesi si scioglie all’improvviso e lascia spazio a uno svuotamento fisico e mentale. È la faccia meno raccontata del successo: quella in cui l’adrenalina cala e il corpo presenta il conto.
Ma se il 2022 è il momento della consacrazione, il 2023 diventa quello della fragilità.
Barcellona. Una caduta violenta. La moto che lo centra sulla gamba. L’impatto è brutale, le immagini fanno il giro del mondo. Ma ciò che colpisce di più è il racconto di quei secondi sull’asfalto. «È stata una delle poche volte che mi sono spaventato». Non è una frase banale detta da uno che corre a oltre 300 all’ora.
Bagnaia ricorda di non riuscire a muoversi. Di sentire il corpo non rispondere. E poi quella sensazione inquietante: il sonno che arriva mentre è ancora steso in pista. «Mi veniva da addormentarmi. Il dottor Charte mi dava gli schiaffi per tenermi sveglio». È un’immagine cruda, lontana dalla retorica dell’eroe. È la realtà nuda del rischio.
Cinque giorni dopo, contro ogni logica prudenziale, è di nuovo in sella. Sale sul podio. Un gesto che alimenta la narrativa del guerriero. Ma dentro qualcosa è cambiato. «Mi ha tolto un po’ di esplosività mentale», confessa. Non la velocità pura, non il talento. Ma quella frazione di istinto che ti fa attaccare senza pensare.
È una differenza impercettibile agli occhi del pubblico, ma enorme per chi vive la pista al limite.
E poi arriva di nuovo Barcellona. Un anno dopo. È in testa. Mancano sette curve. Ha un secondo di vantaggio. La situazione è sotto controllo. «Ero primo, mancavano sette curve. Ho detto: la faccio più tranquilla». Una scelta razionale. Una gestione. Poi l’errore. La caduta.
«E sono caduto».
Perderà il mondiale per dieci punti. Dieci. In MotoGP sono nulla. Eppure sono tutto. «Non mi passerà mai», ammette senza cercare attenuanti. Non dà la colpa alla pista, alla gomma, al destino. Se la prende con sé stesso.
Ed è forse qui che emerge il ritratto più autentico di Bagnaia. Non nella rimonta epica del 2022. Non nel podio dopo l’incidente. Ma nella capacità di guardare in faccia l’errore e accettarlo.
La grandezza di un campione non sta solo nei titoli vinti. Sta nella lucidità con cui analizza le proprie cadute. Sta nella durezza verso sé stesso. Sta nel non cercare scuse quando sarebbe facile trovarle. «Non mi passerà mai» non è solo il rimpianto per un mondiale sfumato. È la dichiarazione di un atleta che sa che ogni dettaglio conta. Che ogni scelta, anche la più prudente, può ribaltare tutto.
E forse è proprio questo il prezzo della grandezza: convivere con ciò che non torna indietro, sapendo che la pista non fa sconti a nessuno.

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