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03 Marzo 2026 - 12:55
Brachetti torna a Sanremo dopo 40 anni: “Quando il palco diventa teatro, succede qualcosa di vero”
Erano quasi quarant’anni che Arturo Brachetti non guardava il Festival di Sanremo. Poi qualcosa è cambiato. Un invito, una provocazione, una full immersion inaspettata. Il trasformista torinese è tornato a respirare l’aria dell’Ariston non da spettatore distratto, ma da osservatore attento, ospite sul celebre divano dei The Jackal, dove ha commentato le serate del Festival con lo sguardo di chi viene dal teatro e sa riconoscere quando sul palco accade qualcosa di autentico.
Non è un esperto di classifiche, non si appassiona ai tormentoni. Lo dice lui stesso: arriva dal teatro, dalla costruzione scenica, dalla visione. E proprio per questo, racconta, si diverte quando la canzone smette di essere solo competizione e diventa spettacolo totale.
Sanremo, per Brachetti, non è solo una gara musicale. È un palcoscenico che può trasformarsi in un luogo di contaminazione tra linguaggi. “Quando il palco della canzone incontra il linguaggio dello spettacolo, succede qualcosa di interessante”, è il senso del suo ragionamento. E quest’anno, tra le esibizioni, qualcosa lo ha colpito davvero.
Tutti parlano di Tony Pitony– lo riconosce – ma ciò che lo ha incuriosito è stata la dimensione scenica della performance condivisa con Ditonellapiaga. Un numero “pensato, costruito, con una visione”. E quando c’è una visione, sottolinea, si vede. Parole che non sono casuali, pronunciate da chi ha fatto della regia invisibile e della precisione scenica una cifra stilistica riconosciuta a livello internazionale.

Seduto sul divano dei The Jackal, tra ironia e commenti a caldo, Brachetti ha osservato Sanremo con lo sguardo dell’artista abituato a leggere i dettagli: il ritmo, la costruzione del momento, la presenza scenica, l’uso dello spazio. Non un giudizio tecnico sulla musica, ma un’analisi sul senso dello spettacolo.
Il trasformista ha ricordato come molte delle canzoni entrate nell’immaginario collettivo siano nate proprio a teatro, nei musical, per poi conquistare il grande pubblico. Un passaggio naturale quando la scena incontra il presente. Quando una canzone non resta confinata tra quinte e sipari, ma esce dal palcoscenico e diventa patrimonio condiviso.
È questo, forse, il punto che lo ha riportato davanti alla televisione dopo quattro decenni: la possibilità che il Festival torni a essere un laboratorio di linguaggi, non solo una classifica. Un luogo dove musica, regia, gesto, costume e narrazione si intrecciano.
La sua presenza al commento con i The Jackal non è stata solo un cameo curioso. È stato uno sguardo laterale su Sanremo, quello di chi non vive il Festival come rito mediatico ma come evento scenico. Un ritorno inatteso, nato quasi per gioco, che si è trasformato in una riflessione più ampia sul senso dello spettacolo oggi.
Brachetti non si è trasformato in critico musicale. È rimasto fedele alla sua natura: un uomo di teatro che osserva il palco e si chiede se dietro ci sia una storia, un pensiero, una visione. E quando la trova, lo dice.
Forse è questo il segnale più interessante. Che anche un artista abituato alle scene internazionali possa tornare a guardare Sanremo e riconoscere, tra le luci e i riflettori, un frammento di verità teatrale.
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