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02 Marzo 2026 - 11:18
Dal Ciriacese alla Thailandia, Celestino Vietti inaugura il campionato di Moto2 2026
Quando Celestino Vietti scende in pista, non corre soltanto con una moto. Corre con una storia di identità, radici e aspirazioni che va oltre il cronometro. Vietti, classe 2001, nato a Cirié, è già diventato una delle figure simbolo di una generazione che non conosce timori o limiti verso i miti del passato – in primis Valentino Rossi –, ma li rispetta e li reinterpreta.
La sua prima gara del Mondiale Moto2 2026 a Buriram, in Thailandia, lo scorso 28 febbraio è stata un debutto che racconta molto di più di un semplice sesto posto finale. In un campionato appena iniziato, Vietti è riuscito a conquistare 10 punti e il ruolo di miglior italiano in classifica dopo il GP d’apertura, nonostante una gara resa convulsa da bandiere rosse e ripartenze.
Dietro al numero 13 sulla carena — lo stesso giorno della sua nascita — non c’è soltanto un atleta veloce, c’è uno che porta sulle spalle l’eredità di un sogno costruito tra officine familiari e piste locali. Vietti è cresciuto in un ambiente dove la passione per i motori non è un vezzo: suo padre e suo zio lo hanno introdotto al mondo delle due ruote quando era bambino, in mezzo a macchine agricole e rumori di motoseghe che, paradossalmente, sono diventati il primo battito del suo legame con la meccanica e con l’asfalto.
La sua carriera è un continuo bilanciamento tra istinto e disciplina: dopo aver dominato il campionato italiano Premoto3, con sette vittorie su otto nel 2015, è entrato nella VR46 Academy, la fucina di talenti creata da Valentino Rossi, dove ha affinato non soltanto la tecnica, ma la mentalità di chi sa che la velocità non è tutto.
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Nel 2026, Vietti è uno dei pochi a incarnare davvero l’idea di “sportivo del nuovo millennio”: consapevole delle proprie radici piemontesi eppure completamente proiettato verso un mondo globale, dove una gara a migliaia di chilometri da casa racconta anche qualcosa di noi. Il fatto che abbia chiuso la prima gara dell’anno nella top ten non è solo un risultato sportivo: è il segno di un equilibrio tra personalità e performance, tra pressione e autenticità.
Nel paddock e fuori, Vietti è percepito come più di un pilota. È una voce giovane in un ambiente spesso dominato da nomi più navigati, capace di coniugare – con apparente leggerezza — la concretezza della pista con l’umanità delle origini. I fan lo seguono non solo per la velocità pura, ma per una narrazione che parla di crescita sportiva e personale: la storia di un ragazzo di Cirié che ha trasformato il rombo di un motore nel suo linguaggio espressivo.
Questa caratteristica lo distingue in una stagione che comincia con l’equilibrio di una classifica ancora tutta da scrivere. Vietti non corre solo per vincere. Corre perché sa che dietro ogni curva c’è una storia: fatta di fatica, ambizione, paure e, soprattutto, di un modo tutto suo di stare dentro il mondo. E in un momento storico in cui il sensazionalismo invade l’immaginario collettivo, il suo sesto posto in Thailandia non è solo una posizione in classifica: è l’affermazione di un percorso, di un’identità, dell’Italia che non smette di guardare avanti.
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