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Cronaca
28 Febbraio 2026 - 19:17
don Massimiliano Arzaroli
«Noi non abbiamo fonti militari dirette. Quando organizziamo i nostri viaggi, ci basiamo esclusivamente sui criteri indicati dalle istituzioni e dalle autorità competenti. Questo viaggio, infatti, era stato programmato più volte dopo il 7 ottobre 2023, ma era sempre stato rinviato perché non c’erano le condizioni di sicurezza necessarie».
Così don Massimiliano Arzaroli, presidente dell’Opera Pellegrinaggi Torino, racconta la situazione dei 17 sacerdoti piemontesi bloccati a Gerusalemme insieme a due collaboratori laici. Il gruppo si trova nella Città Santa dopo che le autorità israeliane hanno disposto la chiusura dello spazio aereo, in seguito al timore di una possibile risposta di Teheran agli attacchi attribuiti a Israele e Stati Uniti.
I sacerdoti erano arrivati lunedì scorso per un viaggio di formazione e sarebbero dovuti rientrare in Italia con un volo previsto domani alle 17. Due giorni fa il gruppo ha incontrato il patriarca di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, consegnando anche un contributo economico destinato alla comunità locale, in un gesto di vicinanza e sostegno in un momento di forte tensione.
Stamane i sacerdoti si trovavano nella Città Santa, all’interno del giardino del Getsemani, quando è scattato l’allarme. «Siamo tornati nella struttura che in questi giorni ci ospita, una Casa del Pellegrino gestita dai padri maroniti, un edificio situato all’interno della Città Vecchia. Non c’è un bunker in questa casa. Ci sono locali al piano terreno, ma non passiamo il tempo lì; nel caso fosse necessario, scenderemo sotto», spiega don Arzaroli.

Nella Città Vecchia la situazione appare relativamente tranquilla, almeno all’interno delle mura. «Se non usciamo, non vediamo praticamente nessuno e non sentiamo esplosioni. Io ho sentito vagamente un rombo: potrebbe essere stato un aereo o un missile, passato sopra le nostre teste ma probabilmente diretto altrove. L’unica cosa che percepiamo con regolarità è il suono delle sirene che periodicamente risuona nella città».
I controlli sono stati rafforzati: «I militari israeliani presidiano gli accessi alla Città Vecchia. Nella struttura dove alloggiamo ci hanno chiesto di utilizzare una sola porta d’ingresso, mentre le altre sono state chiuse per ragioni di sicurezza». Per questo motivo, sottolinea il sacerdote, «non c’è una preoccupazione immediata per la nostra incolumità».
Resta però l’incertezza sul rientro. «Ognuno di noi si chiede quando potrà tornare nella propria sede pastorale, ma questo è un discorso che riguarda noi personalmente. Qui la questione è molto più grande», osserva don Arzaroli, facendo riferimento al quadro geopolitico più ampio.
Il presidente dell’Opera Pellegrinaggi Torino ribadisce che, al momento della partenza, le condizioni apparivano compatibili con il viaggio. «Quando abbiamo programmato la partenza, e anche nei giorni immediatamente precedenti, sia secondo i dati della Farnesina sia secondo i nostri corrispondenti che vivono stabilmente qui, sussistevano le condizioni per partire. Altrimenti non lo avremmo fatto, questo è evidente. L’eventualità di un attacco era stata ventilata, minacciata, ma non sembrava così imminente».
Si tratta, precisa infine, di «un viaggio di formazione: non ci sono pellegrini, ma guide bibliche già operative o in fase di preparazione, che hanno scelto di vivere questo tempo come occasione di studio e visita dei luoghi santi». Un’esperienza che, nelle intenzioni iniziali, doveva essere dedicata all’approfondimento spirituale e culturale, e che ora si intreccia con le tensioni di uno scenario internazionale in rapido mutamento.
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