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28 Febbraio 2026 - 14:59
Si trovavano nel giardino del Getzemani, uno dei luoghi più simbolici della cristianità, quando è scattato l’allarme. Sirene, messaggi di emergenza, indicazioni a ripararsi immediatamente. In poche ore il Medio Oriente è tornato sull’orlo di un conflitto su larga scala dopo i bombardamenti lanciati da Israele e dagli Stati Uniti contro obiettivi in Iran.
Tra i pellegrini presenti a Gerusalemme c’erano 17 preti piemontesi, in gran parte della Diocesi di Torino, partiti con l’Opera Pellegrinaggi per un viaggio nei luoghi santi. Ora sono al sicuro, ma bloccati in Israele.
A comunicarlo è stata la stessa Diocesi torinese con una nota ufficiale: i sacerdoti “hanno subito riparato in luogo sicuro” non appena è stato diramato l’allarme su tutto il territorio israeliano e in altri Paesi dell’area. Con loro ci sono anche due addetti dell’Opera Pellegrinaggi.
Il rientro in Italia era previsto per domani, ma al momento è impossibile. Gli spazi aerei sono stati chiusi e non vi sono certezze sui tempi di riapertura. La situazione è in continua evoluzione, mentre Teheran ha già annunciato “durissime ritorsioni”.
Due giorni fa il gruppo aveva incontrato il Patriarca di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, portando anche aiuti economici. Un segno concreto di vicinanza alla comunità cristiana locale, che vive da mesi in un clima di tensione permanente. Nessuno poteva immaginare che di lì a poco la regione sarebbe stata travolta da una nuova escalation.
L’operazione militare contro obiettivi iraniani segna un passaggio delicatissimo negli equilibri mediorientali. Secondo le prime informazioni, i raid avrebbero colpito siti ritenuti strategici da Israele e dagli Stati Uniti, con l’obiettivo dichiarato di neutralizzare infrastrutture legate al programma militare e missilistico iraniano.
Si tratta di un salto di qualità rispetto alle tensioni degli ultimi mesi. Finora il confronto tra Israele e Iran si era giocato soprattutto sul terreno indiretto: attacchi mirati in Siria, operazioni clandestine, cyberattacchi, sostegno a milizie alleate come Hezbollah in Libano o gruppi armati nella Striscia di Gaza. Ora, invece, il conflitto assume una dimensione più esplicita.
Teheran ha reagito annunciando ritorsioni severe. L’Iran dispone di una rete regionale di alleati armati e di una capacità missilistica che potrebbe colpire obiettivi israeliani o interessi occidentali nell’area. Il rischio è quello di un’escalation che coinvolga più fronti: Libano, Siria, Iraq, Yemen.

L'arcivescovo di Torino, Roberto Repole
La chiusura degli spazi aerei in Israele e in altri Paesi limitrofi è un segnale concreto della gravità del momento. Quando i cieli si svuotano, significa che si teme un allargamento del conflitto.
Gerusalemme, pur non essendo stata direttamente colpita, vive ore di allerta. I sistemi di difesa sono attivi, le procedure di sicurezza sono state rafforzate e i visitatori invitati a seguire le indicazioni delle autorità.
Per i 17 sacerdoti piemontesi la priorità è la sicurezza. La Diocesi mantiene contatti costanti con il gruppo e con le autorità competenti, monitorando la situazione in attesa di sviluppi. Non si segnalano feriti né situazioni di pericolo immediato per loro, ma il blocco dei voli rende incerto il rientro.
Il Medio Oriente è abituato a convivere con tensioni croniche, ma ogni nuova fiammata riaccende timori più ampi. In un’area dove si intrecciano rivalità religiose, geopolitiche ed energetiche, ogni attacco rischia di innescare reazioni a catena.
L’Iran rappresenta un attore chiave nello scacchiere regionale. Il suo programma nucleare è da anni oggetto di contenziosi internazionali, sanzioni e negoziati interrotti. Israele considera Teheran una minaccia esistenziale e ha più volte ribadito di non essere disposto a tollerare un Iran dotato di capacità nucleari militari.
Il coinvolgimento degli Stati Uniti nei bombardamenti – se confermato nei dettagli operativi – aggiunge un ulteriore livello di complessità, perché trasforma una crisi regionale in un confronto con potenziali ripercussioni globali.
L’Europa osserva con preoccupazione, consapevole che un conflitto aperto potrebbe avere effetti immediati su sicurezza, energia e flussi migratori.
Per ora, la notizia che rassicura Torino è una sola: i 17 preti sono al sicuro. Ma restano lontani da casa, in una terra che in poche ore è tornata ad essere epicentro di tensioni internazionali.
Il Getzemani, luogo di preghiera e silenzio, si è trasformato improvvisamente nello scenario di un allarme. Una coincidenza simbolica: proprio lì dove, secondo il Vangelo, si consuma l’angoscia prima della prova, oggi un gruppo di sacerdoti piemontesi attende di poter tornare.
Con i cieli chiusi e le sirene che scandiscono le ore, la priorità resta la prudenza. E la speranza che l’escalation non travolga definitivamente un equilibrio già fragile.
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