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23 Febbraio 2026 - 21:54
A sx Bruno Caccia, a dx il boss Belfiore
Può la Chiesa rifiutare una santa messa a un morto, quando questi in vita è stato un boss della ’ndrangheta? La domanda non è provocatoria. È tragicamente concreta. E a Chivasso è esplosa prima ancora dell’ordinanza del questore, quando si è venuto a sapere che per Domenico Belfiore, condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio del procuratore Bruno Caccia, si sarebbero celebrate le esequie nella chiesa del quartiere Blatta.
Sul quotidiano La Stampa Paola Caccia, figlia del magistrato ucciso nel 1983 con una decina di colpi di pistola, l’ultimo sparato al volto, spiegava che quella scelta «lasciava perplessi». E aggiungeva: «Quest’uomo ha seminato terrore e violenza e non ha mai abbandonato gli insegnamenti mafiosi fino alla fine».
Insomma: esiste un problema etico. Nessun pentimento pubblico, nessuna ammissione di responsabilità, nessuna collaborazione con la giustizia. Il silenzio, in un uomo qualunque, può essere fragilità. In un capo mafioso, rischia di essere continuità.
«Un funerale in chiesa per chi ha ucciso e non si è pentito non è solo un errore pastorale – aveva dichiarato Don Luigi Ciotti – È una ferita in più inferta ai familiari delle vittime». Non è una disputa teologica. È una questione morale e simbolica. Perché il rito non è mai neutro. Un altare non è una sala privata. È uno spazio pubblico, visibile, comunitario.
Di tutt’altro tono il vescovo di Ivrea, Daniele Salera: «Siamo a conoscenza di quanto il defunto ha compiuto in vita, ma non possiamo sapere di un suo effettivo pentimento interiore. La Chiesa ha sempre fatto distinzione tra foro interno, o della coscienza, e foro esterno, ovvero ciò che della nostra vita è visibile. Non potendo sapere quanto, negli ultimi attimi della sua vita terrena, il defunto ha potuto vivere nella relazione con Cristo Salvatore, è bene procedere chiedendo, attraverso le esequie, la misericordia di Dio».
È la distinzione classica tra coscienza e visibilità pubblica. Ed è teologicamente fondata. Ma il funerale non si celebra nel foro interno. Si celebra nel foro esterno, davanti a una comunità concreta che conosce i fatti, ricorda i morti, misura i simboli.
Tutto chiaro, non ci fosse di mezzo una scomunica. È successo nel 2014 a Cassano allo Ionio, quando Papa Francesco pronunciò parole inequivocabili: «Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati». Non una sfumatura. Non un’allusione. Una dichiarazione netta.
Parole che don Tonino Pacetta conosce bene. «Non sapevo chi fosse quell’uomo. Sono al corrente della scomunica, ma non ho ricevuto nessuna indicazione ostativa in tal senso dalla Curia. Lo affiderò a Dio come peccatore, ma è lui a doverlo giudicare».
Ed è qui che l’analisi non può fermarsi alla cronaca.
Sul piano religioso, la posizione del vescovo è coerente con il diritto canonico: le esequie possono essere negate ai peccatori manifesti solo quando la celebrazione provocherebbe pubblico scandalo. Ma cos’è lo scandalo, se non la frattura tra ciò che la Chiesa proclama e ciò che la comunità percepisce? Se non c’è stato alcun segno visibile di ravvedimento, il problema non è negare la misericordia. È stabilire se la misericordia possa essere celebrata pubblicamente senza che sembri indifferenza verso il male storico.
Il Vangelo parla di perdono. Ma parla anche di conversione che produce frutti. La tradizione cristiana non conosce assoluzioni astratte sganciate dalla verità.
Sul piano etico, il nodo è la responsabilità verso le vittime. Un funerale in chiesa per un boss che non ha mai riconosciuto il male compiuto rischia di generare una dissonanza morale profonda: lo Stato condanna, la Chiesa accoglie. Non è una contrapposizione voluta. Ma simbolicamente può apparire tale. E nella lotta alle mafie i simboli non sono dettagli.
Le organizzazioni criminali hanno sempre coltivato una religiosità parallela, identitaria, rituale. Processioni, santini, giuramenti davanti ai simboli sacri. Non folklore, ma costruzione del potere. Un rito pubblico, anche sobrio, può trasformarsi – agli occhi di chi osserva – in una forma di normalizzazione.

Poi c’è il piano della sicurezza pubblica. Qui entra in gioco il questore. Non per giudicare l’anima, ma per prevenire effetti concreti: presenze di esponenti criminali, manifestazioni di consenso, tensioni con i familiari delle vittime, strumentalizzazioni mediatiche. Un funerale di un capo storico della ’ndrangheta non è mai un evento privato. È un evento potenzialmente sensibile. L’ordinanza che limita la cerimonia al cimitero risponde a una logica di prevenzione: evitare che il rito diventi una dimostrazione di forza o un momento di visibilità collettiva.
Lo Stato interviene sul piano dell’ordine pubblico. La Chiesa si muove sul piano della misericordia. Le vittime parlano dal piano della memoria e della giustizia. Il punto critico è l’intersezione di questi tre livelli.
Se la misericordia è percepita come incondizionata e pubblica, rischia di apparire scollegata dalla verità. Se la sicurezza pubblica prevale sempre, si rischia di comprimere la libertà religiosa. Se la memoria delle vittime diventa l’unico criterio, si entra in un terreno in cui il perdono sembra impossibile.
Ma forse la domanda più scomoda resta questa: può esistere misericordia autentica senza un segno, anche minimo, di riconoscimento del male compiuto? Perché il cristianesimo non è solo accoglienza. È anche conversione.
Il questore ha chiuso la vicenda sul piano operativo. Ma il conflitto tra foro interno e foro esterno, tra coscienza e comunità, tra perdono e giustizia, resta aperto. E tocca il cuore del rapporto tra Chiesa, Stato e mafia.
Non è solo un funerale. È una linea di confine.
E quando si parla di ’ndrangheta, ogni linea di confine o si difende con chiarezza o si sfuma. E le sfumature, in certi contesti, diventano terreno fertile per l’ambiguità.
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