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Cronaca

Niente funerali pubblici per il boss Belfiore: Chivasso dice no all’ultimo saluto solenne

La questura impone la forma privata per il mandante dell’omicidio del procuratore Bruno Caccia. La figlia Paola Caccia: «Ora si è chiuso anche questo spiraglio»

Il boss Belfiore

A sx Bruno Caccia, a dx il boss Belfiore

Nessun funerale in chiesa, nessun corteo funebre per le strade, nessun rintocco di campana. La questura di Torino ha deciso che l’ultimo saluto a Domenico Belfiore, condannato all’ergastolo per l’omicidio del magistrato Bruno Caccia e morto nei giorni scorsi a 74 anni, dovrà svolgersi in forma rigorosamente privata.

A Chivasso, popolosa località che torreggia sulla pianura torinese, non ci saranno celebrazioni pubbliche. La salma sarà trasferita direttamente dalle camere mortuarie dell’ospedale al cimitero.

Sull’opportunità di celebrare una cerimonia religiosa si era espresso in modo netto don Luigi Ciotti, fondatore di Libera: «E' un errore pastorale, una ferita in più ai familiari delle vittime. Una messa solenne per un mafioso non pentito è mettere un uomo di sangue sullo stesso altare dove celebriamo i santi».

Dalla famiglia del magistrato arriva una presa di posizione altrettanto chiara. «Trovo giusto - afferma Paola Caccia, figlia del magistrato - che non ci siano celebrazioni pubbliche. Quanto alla dimensione religiosa, non mi pronuncio: la questione attiene a una sfera diversa».

La donna spiega di «non sentirsi animata da odio o desiderio di vendetta», ma ribadisce che resta forte il desiderio di chiarire i tanti punti ancora oscuri sull’omicidio del padre. Bruno Caccia, capo della procura di Torino, fu ucciso sotto casa a colpi di pistola nel 1983. Secondo le sentenze fu la ’ndrangheta a decidere di eliminare un magistrato intraprendente, rigoroso, scomodo. Belfiore, che negò sempre qualsiasi coinvolgimento, fu individuato come mandante. Restano però senza nome i numerosi componenti del commando e la famiglia è convinta che lo scenario sia più ampio di quello delineato nei processi.

«Quando ho saputo che Belfiore è morto - dice Paola - ho provato un grande senso di frustrazione. Finché era vivo potevo coltivare la speranza che un giorno avrebbe parlato. Ora si è chiuso anche questo spiraglio».

La sentenza che condannò Domenico Belfiore all’ergastolo divenne irrevocabile nel 1992. Nel 2015, quando ottenne la detenzione domiciliare per motivi di salute, un’operazione di monitoraggio della polizia portò all’arresto e alla condanna di un secondo sospettato, Rocco Schirripa. Anche in quel caso, però, da Belfiore non arrivò alcun contributo alle indagini.

Se custodiva ancora segreti sull’omicidio del procuratore Bruno Caccia, è probabile che siano morti con lui.

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