AGGIORNAMENTI
Cerca
Attualità
21 Febbraio 2026 - 10:08
Giovani e alcol, l’epidemia che non vogliamo vedere: pronto soccorso pieni ed età sempre più bassa
C’è un rumore di fondo che accompagna da anni i fine settimana nei pronto soccorso italiani. Non è solo quello delle ambulanze o delle barelle che scorrono nei corridoi. È il rumore di un fenomeno che cresce, si abbassa d’età e si normalizza: l’abuso di alcol tra i giovanissimi. Non più soltanto adolescenti prossimi alla maggiore età, ma ragazzini e ragazzine che spesso non hanno ancora compiuto 14 anni. E i numeri, questa volta, non sono un’impressione ma una fotografia precisa.
Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, quasi la metà dei ragazzi tra gli 11 e i 24 anni ha consumato almeno una bevanda alcolica nell’ultimo anno. Non si tratta di un assaggio occasionale in un contesto familiare: oltre un milione di giovani rientra nella fascia dei consumatori a rischio. Tra questi, decine di migliaia di minorenni dichiarano episodi di ubriacatura intenzionale, il cosiddetto binge drinking, cioè l’assunzione concentrata di grandi quantità di alcol in un tempo brevissimo con l’obiettivo dichiarato di “sballarsi”. Ogni anno si registrano migliaia di accessi al pronto soccorso riconducibili a intossicazione acuta da alcol, e in una quota non marginale dei casi si tratta di ragazzi sotto i 14 anni.
Il dato più drammatico riguarda la mortalità giovanile. Nella fascia tra i 15 e i 29 anni, l’alcol e le cause correlate rappresentano una delle prime cause di morte in Europa, tra incidenti stradali, traumi e violenze. L’Organizzazione mondiale della sanità segnala che oltre un terzo dei quindicenni europei ha consumato alcol nell’ultimo mese e che una percentuale significativa ha sperimentato episodi di ubriacatura recente. L’Italia non è il Paese con i valori più alti in assoluto, ma il trend resta preoccupante, soprattutto per l’abbassamento dell’età del primo consumo.
Il punto non è solo quanto si beve, ma come e perché. L’alcol tra i giovani è sempre meno legato al pasto e sempre più associato a momenti di aggregazione notturna, movida, feste private. L’idea dominante è quella della performance: resistere più degli altri, bere più in fretta, dimostrare di reggere. Il binge drinking diventa una sorta di rito collettivo, alimentato dalla pressione del gruppo e dalla necessità di sentirsi parte di qualcosa. In questo contesto, l’alcol non è percepito come una sostanza psicoattiva con effetti sul sistema nervoso centrale, ma come un facilitatore sociale, un anestetico per ansie e insicurezze.
Gli esperti di salute mentale osservano che molti adolescenti utilizzano l’alcol come strumento per affrontare difficoltà emotive e ansia sociale. Il cervello in età evolutiva, però, è particolarmente vulnerabile. La corteccia prefrontale, che regola il giudizio e il controllo degli impulsi, completa il suo sviluppo ben oltre i 20 anni. L’esposizione precoce all’alcol può interferire con questo processo, aumentando il rischio di dipendenza futura e di disturbi comportamentali. Non è solo una questione di fegato: è una questione neurologica e psicologica.
A rendere tutto più semplice è l’accessibilità. Nonostante il divieto di vendita ai minori di 18 anni, molti ragazzi riescono a procurarsi alcolici senza difficoltà. Bevande dolci, colorate, aromatizzate, vendute a prezzi contenuti, mascherano il gusto dell’alcol e ne attenuano la percezione del rischio. Gli alcolpops e i cocktail preconfezionati parlano il linguaggio del marketing giovanile: packaging accattivante, comunicazione leggera, messaggi che suggeriscono divertimento senza conseguenze. Il confine tra aperitivo e abuso si assottiglia, mentre la consapevolezza resta fragile.
Le ricadute non si limitano agli episodi di intossicazione. L’alcol altera il giudizio, riduce l’autocontrollo, aumenta la propensione al rischio. Incidenti stradali, comportamenti sessuali non protetti, aggressioni: il consumo eccessivo diventa un moltiplicatore di vulnerabilità. E quando l’abitudine si consolida, il rischio è che il bere diventi parte strutturale dell’identità sociale, un’abitudine difficile da scardinare.
Di fronte a questo scenario, la risposta non può essere solo moralistica o emergenziale. I dati dimostrano che il fenomeno è radicato e attraversa contesti sociali diversi. Serve una presa di coscienza collettiva che coinvolga famiglie, scuole, istituzioni sanitarie e operatori del settore commerciale. Parlare di alcol con i ragazzi non significa demonizzare ogni consumo, ma fornire strumenti per comprendere rischi e limiti.
Il rischio più grande è l’assuefazione sociale al problema. L’idea che “abbiamo sempre bevuto tutti” non regge più di fronte a un contesto in cui le modalità di consumo sono cambiate e si sono fatte più estreme. L’alcol non è un passaggio obbligato verso l’età adulta, né una prova di maturità. È una sostanza che, se usata senza consapevolezza, può lasciare segni duraturi. I numeri lo raccontano con chiarezza. Sta alla società decidere se considerarli un semplice dato statistico o un campanello d’allarme da non ignorare.

Edicola digitale
I più letti
Ultimi Video
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.