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Bollette, il governo mette mano agli sconti: fino a 315 euro l’anno per i più fragili

Nel decreto energia contributi per famiglie vulnerabili e aiuti anche a chi ha Isee sotto 25 mila euro

Giorgia Meloni

Giorgia Meloni

Ci sono due parole che arrivano dritte alla pancia, prima ancora della politica: casa e bollette. La prima quando l’acqua e il fango se la portano via, o la rendono inabitabile. La seconda quando la luce e il gas diventano una tassa invisibile che cresce mentre tutto il resto si restringe. È su questo doppio fronte – emergenze meteo e costo dell’energia – che il Consiglio dei ministri del 18 febbraio ha scelto di mettere il timbro più pesante, quello che si misura in miliardi e in conseguenze immediate.

Il dato che fa più rumore è questo: per gli eccezionali eventi meteorologici che dal 18 gennaio hanno colpito Calabria, Sardegna e Sicilia, e per la frana di Niscemi, viene mobilitato un pacchetto complessivo che, dall’inizio dell’emergenza, porta le risorse messe a disposizione oltre 1,2 miliardi di euro. Un numero che racconta quanto sia diventato ordinario ciò che fino a pochi anni fa era straordinario: il Paese costretto a rincorrere le calamità con decreti d’urgenza e stanziamenti a ripetizione, mentre il conto – economico e sociale – si accumula come detriti dopo una piena.

Il decreto-legge approvato dal governo, insieme a una nuova deliberazione di Protezione civile, nasce per garantire l’assistenza alle popolazioni colpite e rimettere in piedi i servizi essenziali e le infrastrutture di rete. La sequenza delle cifre è un’indicazione politica prima ancora che contabile: dopo i 100 milioni già stanziati il 29 gennaio, arriva un ulteriore intervento da 400 milioni; il decreto, nel suo complesso, muove risorse per oltre 700 milioni. Il risultato è quella soglia che fa notizia, oltre 1,2 miliardi, come se l’emergenza fosse diventata una riga fissa nel bilancio del Paese.

Dentro questo pacchetto c’è una parte che interessa subito cittadini e imprese dei territori coinvolti: la definizione delle procedure per riconoscere i contributi a favore di privati e attività produttive che hanno subito danni a edifici, beni mobili e attività economiche. C’è poi la sospensione dei termini relativi agli adempimenti e ai versamenti tributari e contributivi per residenti e imprese operanti nei comuni individuati dai provvedimenti di Protezione civile, un modo per guadagnare ossigeno mentre si conta ciò che resta.

Il capitolo Niscemi merita una parentesi a sé perché è il punto in cui l’emergenza si fa ingegneria e urgenza amministrativa. Per la messa in sicurezza e il consolidamento del versante interessato dalla frana, vengono previste disposizioni straordinarie, con accelerazioni nelle procedure di appalto per opere di pubblica utilità e una gestione commissariale delle attività di ripristino. Tradotto: quando il terreno si muove, lo Stato prova a muoversi più in fretta del solito, perché i tempi ordinari, in certi casi, diventano una forma di rischio.

C’è anche una deroga che parla direttamente al tessuto fragile delle PMI: per le micro, piccole e medie imprese danneggiate viene temporaneamente sospesa l’esclusione dai contributi legata alla mancata stipula di contratti assicurativi contro le calamità, a condizione che la polizza venga sottoscritta entro sessanta giorni dalla percezione del contributo statale. È un compromesso che rivela il nodo di fondo: la prevenzione assicurativa resta un obiettivo, ma nel mezzo di un disastro non puoi chiedere a chi è già in ginocchio di dimostrare di essere stato perfetto.

Poi c’è l’altra notizia che, per milioni di famiglie, pesa come una seconda emergenza: il costo dell’energia. Anche qui il governo sceglie la forma del decreto-legge e la mette sotto una parola chiave: riduzione. Riduzione del costo della luce e del gas per famiglie e imprese, misure per la competitività, per la decarbonizzazione delle industrie, e una serie di norme tecniche che entrano nel cuore della rete elettrica e dei data center. Ma la parte che arriva subito ai cittadini è quella dei contributi in bolletta.

Per 2,7 milioni di famiglie vulnerabili che già percepiscono il bonus sociale pari a 200 euro annui, è previsto un contributo aggiuntivo di 115 euro all’anno sulla bolletta elettrica. Il beneficio complessivo sale così a 315 euro annui, indicato come pari a circa metà del costo medio annuale della bolletta elettrica. Per altri 4,5 milioni di nuclei con ISEE inferiore a 25.000 euro e non titolari di bonus sociali, arriva un contributo fino a 60 euro sulla bolletta elettrica, riconosciuto su base volontaria dalle imprese venditrici a copertura dei costi di acquisto dell’energia del primo bimestre utile dell’anno. Anche qui la scelta racconta il metodo: l’intervento passa dalla filiera commerciale dell’energia, con un incentivo reputazionale per i venditori che aderiranno.

Sul fronte imprese il decreto prova a mettere insieme sconti diretti e meccanismi di mercato. Viene previsto un contributo complessivo sulla bolletta elettrica per tutte le imprese, con risorse scandite anno per anno: 431 milioni per il 2026, 500 milioni per il 2027, 68 milioni per il 2028, traducendosi in sconti pari a 3,4 euro/MWh nel 2026, 4 euro/MWh nel 2027 e 0,54 euro/MWh nel 2028. Il finanziamento arriva da un incremento di due punti percentuali dell’aliquota IRAP applicata alle imprese di alcuni comparti del settore energetico, scelta che sposta il peso su una porzione specifica della filiera.

A questo si aggiunge un contributo di 850 milioni per le imprese, corrispondente a 6,8 euro/MWh, ottenuto riducendo le tempistiche di giacenza degli oneri di sistema nelle casse delle imprese distributrici. È una misura tecnica, ma la logica è semplice: far circolare più in fretta risorse che oggi restano immobilizzate, trasformandole in uno sconto tangibile per chi produce, lavora, investe.

C’è poi una scommessa più ampia, che entra nel lessico degli addetti ai lavori ma riguarda anche la bolletta reale: promuovere i Power Purchase Agreement (PPA) per le PMI, cioè contratti di lungo periodo per energia pulita a costi più stabili, favorendo l’aggregazione della domanda tramite associazioni di categoria e soggetti territoriali, con il GSE come garante di ultima istanza. L’obiettivo dichiarato è disaccoppiare il prezzo dell’elettricità da quello del gas, una delle distorsioni che negli ultimi anni ha trasformato le oscillazioni del mercato internazionale in scosse sui conti di famiglie e imprese.

Il decreto entra anche nella pancia del sistema elettrico, dove spesso le notizie non fanno titolo ma decidono se un impianto si farà o resterà solo una pratica: si interviene sulla cosiddetta saturazione virtuale della rete, cioè quella capacità bloccata da richieste di connessione avanzate da impianti poi mai realizzati. Il governo prevede slot periodici di capacità libera e tutela le richieste di connessione per impianti già autorizzati o abilitati. È una misura che parla di efficienza: liberare spazio dove oggi c’è carta, non produzione.

In mezzo a questo doppio binario – emergenza e bollette – il Consiglio dei ministri ha infilato altre decisioni che, prese singolarmente, sembrano meno eclatanti, ma sommate raccontano l’agenda politica delle prossime settimane.

C’è la riforma fiscale nella forma del Testo unico in materia di imposte sui redditi, un provvedimento dichiaratamente compilativo: 376 articoli che raccolgono e sistematizzano la disciplina vigente, coordinando norme stratificate dal 1986 in poi. È un’operazione di riordino che, per sua natura, non promette rivoluzioni immediate, ma prova a rimettere in ordine un corpo normativo che negli anni è diventato un mosaico difficile anche per chi lo maneggia per mestiere.

C’è un intervento sul Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, con modifiche che rafforzano funzioni di tutela e vigilanza, incluso il potere di visitare e monitorare strutture sanitarie e assistenziali, e l’obbligo di acquisire il suo parere – obbligatorio ma non vincolante – su regolamenti e provvedimenti amministrativi generali che incidano direttamente sui diritti delle persone con disabilità. È una scelta che parla di controllo, oltre che di rappresentanza: non solo un’istituzione simbolica, ma un presidio operativo.

C’è poi un capitolo che tocca direttamente Piemonte e Nord: l’autonomia differenziata. Il governo ha approvato gli schemi di intesa preliminare con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto per l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, distinguendo tra materie riferibili ai LEP e materie non-LEP. Tra i contenuti qualificanti spiccano protezione civile e salute, con la possibilità per il presidente di Regione di adottare ordinanze in deroga in emergenze locali (con autorizzazione o ratifica del governo) e di riallocare risorse sanitarie derivanti da efficientamenti, fermo restando il rispetto dei LEA e l’equilibrio economico-finanziario. Le intese hanno durata decennale, con verifica annuale, e ora passeranno dalla Conferenza unificata e poi dalle Camere. In altre parole: l’accordo si muove, ma la partita vera si gioca nei passaggi istituzionali successivi.

In coda, ma non secondaria per chi vive la politica locale, l’informativa sulle elezioni amministrative 2026: voto il 24 e 25 maggio nei 626 comuni a statuto ordinario, con 15 capoluoghi al voto; ballottaggi il 7 e 8 giugno. Una data che cambia i calendari di partiti e candidati, e che, soprattutto nei territori, orienta alleanze e tensioni già da adesso.

Ci sono infine decisioni che raccontano la natura “totale” di un Consiglio dei ministri: dall’autorizzazione al regolamento sui criteri per la classificazione dei comuni montani, basata su dati ISTAT e con contestuale definizione dell’elenco, alla concessione di un assegno vitalizio ai sensi della legge Bacchelli al poeta Elio Pecora, fino ad alcune nomine nei ranghi della pubblica sicurezza e della polizia penitenziaria. È la politica nella sua forma più concreta: grandi numeri e dettagli, emergenze e procedure.

Ma se si vuole capire che cosa resta davvero di questa giornata, bisogna tornare all’inizio: l’acqua che travolge e la bolletta che sale. Il governo ha scelto di rispondere con decreti e miliardi, con misure che promettono assistenza, ripristino, contributi, sospensioni e sconti. La domanda che rimane, inevitabile, è quella che arriva dopo ogni emergenza e dopo ogni annuncio: quanto di tutto questo si trasformerà in cantieri reali, tempi certi, rimborsi effettivi, bollette davvero più leggere.

Perché la pancia del Paese, prima ancora dell’opinione pubblica, è fatta di cose semplici: una strada riaperta, una casa asciugata, un’impresa che non chiude, una fattura che non spaventa. E su questo, più dei comunicati, parleranno i prossimi mesi.

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