Alessandria sceglie di celebrare Umberto Eco non con una semplice commemorazione, ma con un progetto culturale strutturato che attraverserà l’intero anno. A dieci anni dalla scomparsa dello scrittore e semiologo, avvenuta il 19 febbraio 2016, la città piemontese dove nacque il 5 gennaio 1932 ha varato un calendario di iniziative che punta a restituire la complessità e l’attualità del suo pensiero.
Il programma prende avvio con la partecipazione alla maratona web internazionale “24h Eco Eco Eco. A World-Wide Talk for Umberto Eco”, un evento globale che collega Alessandria con Bologna, Milano, Torino e New York. L’iniziativa, annunciata dalla famiglia Eco insieme alla Fondazione Umberto Eco e alla Fondazione Bottega Finzioni, segna simbolicamente la fine dei dieci anni di silenzio chiesti dallo stesso autore prima della sua morte. Un silenzio che ora si trasforma in dialogo pubblico, in una riflessione collettiva che coinvolge studiosi, lettori e istituzioni culturali di diversi Paesi.
Accanto alla maratona internazionale, Alessandria inaugura il ciclo di appuntamenti “Umberto Eco, alessandrino”, un percorso che punta a valorizzare il rapporto profondo tra lo scrittore e la sua città natale. Non un omaggio formale, ma il tentativo di restituire a Eco la dimensione delle sue radici. Il sindaco Giorgio Abonante ha sottolineato come lo stesso Eco abbia sempre riconosciuto nelle proprie origini alessandrine una componente decisiva del suo stile intellettuale: quello scetticismo disincantato, quell’ironia sottile, quella capacità di osservare i fenomeni culturali con distanza critica che hanno segnato tutta la sua opera.
Per comprendere il senso di queste celebrazioni occorre ricordare chi fosse Umberto Eco e perché il suo nome continui a essere centrale nel panorama culturale internazionale.
Nato ad Alessandria in una famiglia della piccola borghesia, Eco si formò tra Torino e Milano, laureandosi in filosofia con una tesi su Tommaso d’Aquino. Già in quegli anni emergeva un tratto distintivo della sua futura produzione: l’attenzione per il Medioevo, inteso non come epoca buia ma come laboratorio intellettuale ricchissimo, capace di dialogare con la modernità. Questo interesse non lo avrebbe mai abbandonato, riaffiorando con forza nei suoi romanzi.

Parallelamente alla carriera accademica, Eco divenne uno dei maggiori studiosi di semiotica, la disciplina che studia i segni e i processi di significazione. In opere come “Opera aperta”, “Apocalittici e integrati” e “Trattato di semiotica generale”, elaborò strumenti teorici che hanno influenzato generazioni di studiosi. Analizzò la cultura di massa senza pregiudizi, cercando di comprendere fenomeni come il fumetto, la televisione e la pubblicità con la stessa serietà riservata alla letteratura alta. In un’epoca in cui il dibattito culturale era spesso polarizzato, Eco mostrò che era possibile studiare il popolare senza snobismo e criticare l’élite senza demagogia.
La sua fama mondiale arrivò nel 1980 con la pubblicazione de “Il nome della rosa”, un romanzo che univa il giallo, la ricostruzione storica e la riflessione filosofica. Ambientato in un monastero medievale, il libro non era solo una storia di delitti, ma una meditazione sul potere della conoscenza, sulla censura, sul conflitto tra dogma e libertà di pensiero. Tradotto in decine di lingue e venduto in milioni di copie, dimostrò che un romanzo colto poteva diventare un successo planetario senza rinunciare alla complessità.
Seguirono altri titoli di grande rilievo, come “Il pendolo di Foucault”, riflessione ironica e inquietante sulle teorie del complotto, “L’isola del giorno prima”, “Baudolino”, “La misteriosa fiamma della regina Loana” e “Il cimitero di Praga”. In ciascuno di essi Eco intrecciò erudizione e narrazione, gioco intellettuale e critica culturale. I suoi romanzi non erano mai semplici storie: erano dispositivi che interrogavano il lettore sul senso della verità, sulla manipolazione dei documenti, sulla costruzione della memoria.
Oltre ai saggi e ai romanzi, Eco fu editorialista, polemista, osservatore attento delle trasformazioni dei media. Intervenne nel dibattito pubblico con uno stile riconoscibile, capace di mescolare ironia e rigore. Criticò la superficialità dell’informazione televisiva, analizzò l’impatto di Internet e dei social media, avvertendo sui rischi di una comunicazione senza filtri. Una delle sue frasi più citate, relativa al diritto di parola nell’era digitale, è diventata oggetto di discussione globale e testimonia la sua capacità di anticipare i nodi culturali del presente.
Alessandria rivendica oggi questo patrimonio come parte della propria identità. Il ciclo “Umberto Eco, alessandrino” si propone di raccontare non solo il grande intellettuale internazionale, ma anche il cittadino legato alle proprie radici. Eco non recise mai il rapporto con la sua città d’origine, riconoscendone l’influenza nel suo modo di guardare il mondo. Quell’ironia asciutta, quella diffidenza verso le verità assolute, quella propensione all’analisi critica erano, per sua stessa ammissione, frutto anche dell’ambiente in cui era cresciuto.
L’intenzione dell’amministrazione comunale è di costruire un percorso che lasci qualcosa di stabile. Non soltanto convegni e incontri, ma un’eredità tangibile, capace di consolidare Alessandria come punto di riferimento per gli studi su Eco. L’idea è trasformare l’anniversario in un’occasione per rilanciare la riflessione sul suo pensiero, coinvolgendo scuole, università e istituzioni culturali.
La maratona web internazionale, che mette in dialogo città diverse e comunità accademiche sparse nel mondo, rappresenta l’immagine più efficace di questa operazione. Eco è stato un intellettuale globale, ma con radici precise. Alessandria prova oggi a tenere insieme queste due dimensioni: la dimensione locale e quella internazionale.
A dieci anni dalla sua morte, il pensiero di Umberto Eco non appare confinato nei manuali universitari o nelle biblioteche. Continua a interrogare il presente, soprattutto in un’epoca attraversata da fake news, polarizzazioni ideologiche e conflitti culturali. La sua lezione invita a dubitare, a verificare le fonti, a distinguere tra interpretazione e manipolazione. Non offre risposte semplici, ma strumenti per orientarsi.
È anche per questo che Alessandria sceglie di non limitarsi a ricordare, ma di riattivare un dialogo. La celebrazione non è nostalgia, ma attualizzazione. Nel nome di un autore che ha insegnato a leggere i segni del mondo, la città prova a rileggere se stessa, riaffermando il valore della cultura come spazio critico e condiviso.
Dieci anni dopo, Umberto Eco resta una voce necessaria. E Alessandria prova a farla risuonare di nuovo, con uno sguardo che guarda al passato ma non smette di interrogare il futuro.