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Come si vestivano gli antichi romani?

Alla Sala Trinità di Cuorgnè la conferenza dell’Unitre e del Gruppo Archeologico Canavesano svela come la moda, nell’antica Roma, fosse un linguaggio sociale fatto di lana, porpora, leggi suntuarie e identità

Tra pieghe di stoffa, colori e identità: il vestire degli antichi Romani.

Non solo tuniche e toghe, ma un vero e proprio linguaggio fatto di stoffe, colori, gesti e regole sociali. È questo il mondo che l’Unitre di Cuorgnè ha portato al centro dell’attenzione dei suoi soci mercoledì 4 febbraio, nella Sala Conferenze Trinità, con la conferenza dal titolo “La moda nell’antica Roma”. Un appuntamento che ha saputo unire rigore scientifico e capacità divulgativa, trasformando un tema solo apparentemente di nicchia in una chiave di lettura affascinante della civiltà romana.

L’iniziativa si inserisce nel solco delle attività promosse dal GAC – Gruppo Archeologico Canavesano, associazione con oltre cinquant’anni di storia alle spalle e una presenza costante sul territorio, con sede a Ivrea. In un momento storico in cui l’accesso diretto a cantieri e scavi archeologici non è sempre possibile, il GAC continua a svolgere un ruolo fondamentale nella diffusione della conoscenza, creando occasioni di incontro che permettono di “scavare” comunque, se non nel terreno, almeno nella storia e nella cultura.

Protagoniste dell’incontro sono state le docenti Adele Ventosi e Francesca Tapparo, che hanno presentato una riflessione articolata, frutto di una lunga e meticolosa ricerca, accompagnata da un ricco apparato iconografico. Un lavoro durato mesi, fatto di immagini, confronti, ricostruzioni e fonti, che ha restituito al pubblico un mondo lontano solo in apparenza. Perché parlare oggi del modo di vestire degli antichi Romani non è affatto un esercizio polveroso: è, al contrario, un modo per interrogare una civiltà che continua a parlarci, spesso con sorprendente attualità.

Quando pensiamo alla moda, tendiamo quasi automaticamente a collocarla nel Novecento, nell’alta sartoria, nel prêt-à-porter o, al massimo, nel secondo dopoguerra. Eppure la moda, intesa come sistema di segni, scelte estetiche e codici sociali, esiste da sempre. Nell’antica Roma l’abbigliamento non era mai neutro: raccontava il ruolo sociale, l’origine, la ricchezza, la moralità di chi lo indossava. Era uno strumento potentissimo di comunicazione. La Roma monarchica e repubblicana privilegiava sobrietà e funzionalità; la Roma imperiale, soprattutto a partire dal I secolo d.C., si apre invece al lusso, all’esibizione e alle influenze provenienti da tutto il Mediterraneo e dall’Oriente.

Sappiamo come si vestivano i Romani grazie a un intreccio complesso di fonti: statue, rilievi, affreschi, mosaici, strumenti rinvenuti negli scavi, ma anche testi letterari. Ed è proprio la letteratura a restituirci uno sguardo spesso ironico e critico. Da Marziale a Giovenale, fino a Plinio, emergono osservazioni vivacissime su abiti, acconciature, colori e manie del tempo. Basta leggere certe pagine per rendersi conto che il dibattito sull’eccesso, sul lusso e sull’ossessione per l’apparire non è affatto moderno.

Uno degli aspetti più affascinanti riguarda i tessuti. La base dell’abbigliamento romano era la lana, facilmente reperibile grazie all’allevamento ovino, economica e straordinariamente versatile. Poteva essere grezza, spessa e pesante per le classi popolari, oppure finemente lavorata per i ceti più abbienti. Accanto alla lana, il lino occupava un ruolo centrale, soprattutto per le tuniche e gli indumenti intimi: fresco, chiaro, perfetto per il clima mediterraneo. Il cotone era poco diffuso, mentre la seta rappresentava il massimo del lusso. Importata dalla Cina attraverso lunghissime e complesse rotte commerciali, la seta aveva costi elevatissimi e suscitava scandalo e ammirazione. Non a caso lo Stato romano tentò più volte di limitarne l’uso con leggi suntuarie, quasi sempre ignorate.

Accanto ai materiali più noti esistevano stoffe particolari e rarissime, come il bisso, una fibra sottilissima ricavata da un mollusco del Mediterraneo, preziosissima e riservata a pochissimi. C’era poi il feltro, ottenuto infeltrendo la lana con acqua calda, urina o aceto, utilizzato per mantelli, cappelli, coperte e persino per le suole delle calzature. L’intero processo di lavorazione dei tessuti era lungo e faticoso: lavaggio, cardatura, filatura con il fuso, tessitura su telai verticali, tintura e rifinitura. Ogni fase ha lasciato tracce archeologiche che oggi consentono di ricostruire un sapere tecnico sorprendentemente avanzato.

La tintura dei tessuti è forse l’aspetto che più incuriosisce. I Romani possedevano una conoscenza raffinata dei coloranti naturali. Il rosso e il porpora, ricavati da molluschi marini, richiedevano procedimenti lunghi, costosi e maleodoranti: non a caso questi colori divennero simboli di potere e autorità, riservati a imperatori e magistrati. Il giallo si otteneva dallo zafferano o da altre piante, il blu dal guado o dall’indaco importato dall’India, il nero da miscele di tannini e sali di ferro. Ogni colore aveva un valore simbolico preciso e indossarlo significava comunicare qualcosa di molto chiaro alla società.

Anche i capelli erano al centro di cure, sperimentazioni e mode. Le donne romane ricorrevano a intrugli che oggi fanno sorridere: per schiarire i capelli si usavano grasso di capra e cenere, per scurirli miscele di oli e piante. Le tinture erano spesso aggressive e rovinavano la capigliatura, favorendo il diffondersi delle parrucche. I capelli più ricercati provenivano dal Nord Europa per le parrucche bionde e dall’India per quelle scure, segno di un commercio globale ante litteram. Le acconciature, soprattutto in età imperiale, erano vere e proprie costruzioni architettoniche, realizzate con ferri caldi, trecce sovrapposte e ore di lavoro.

L’abbigliamento maschile ruotava attorno alla toga, simbolo per eccellenza del cittadino romano. Ingombrante, complessa da indossare e riservata alle occasioni ufficiali, richiedeva spesso l’aiuto di un servo. Sotto la toga si portava la tunica, molto più pratica e diffusa anche tra il popolo. Le donne indossavano tuniche, stola e mantelli, fissati con fibule e cinture che non erano semplici accessori, ma segni di ordine, rispetto delle convenzioni e status sociale. Essere “discinto” aveva un significato morale negativo, con l’unica eccezione delle donne incinte.

Un dettaglio che colpisce sempre è il colore. L’immagine di un mondo romano bianco e monocromo è frutto del tempo e dell’erosione. Le città antiche erano vivacissime, così come gli abiti che animavano strade, fori e terme. Statue, edifici e vestiti erano immersi in un’esplosione cromatica che oggi fatichiamo a immaginare.

Alla fine, osservando stoffe, colori, acconciature e regole, diventa chiaro che l’abbigliamento romano non era solo una questione estetica. Era un modo per dire chi si era, da dove si veniva, quale posto si occupava nella società. Tra sobrietà e lusso, tra tradizione e innovazione, i Romani hanno usato gli abiti per costruire la propria identità. Ed è forse proprio per questo che, a distanza di secoli, continuiamo a riconoscerci in loro: perché dietro una tunica o una toga c’è lo stesso desiderio umano di apparire, comunicare e lasciare un segno nel mondo.

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