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18 Febbraio 2026 - 13:14
La porta d’ingresso di un ospedale dovrebbe essere il primo segnale di cura. A Cirié, invece, per molti cittadini comincia con una ricerca affannosa di un parcheggio. Giri lenti intorno alla struttura, sguardi alle strisce già occupate, stalli riservati introvabili. E poi la scelta forzata: lasciare l’auto lontano, magari in una zona poco illuminata, e affrettarsi verso visite, esami, terapie. Con il fiato corto, prima ancora di entrare.
È una denuncia netta quella contenuta in un comunicato della Fp Cigil di Torino, che parla di una carenza persistente di parcheggi nell’area antistante l’Ospedale di Cirié, definita ormai «non più sostenibile». Una situazione che genera «gravi disagi per cittadini e lavoratori» senza che, ad oggi, siano state adottate «soluzioni concrete e strutturali».
Il problema non è solo logistico. È sociale. Gli utenti che accedono ai servizi sanitari – «spesso persone anziane, fragili o con difficoltà motorie» – sono costretti a lunghe ricerche di un posto auto o a parcheggiare «a notevole distanza dalla struttura». Non è un dettaglio. È un ostacolo concreto all’accessibilità.
Ogni minuto perso alla ricerca di uno stallo diventa un potenziale ritardo per una visita specialistica o un esame diagnostico. Ogni centinaio di metri percorso in più pesa su chi già affronta una condizione di fragilità fisica. L’accesso a un presidio sanitario fondamentale per il territorio finisce così per trasformarsi in una corsa a ostacoli.
E quando la sanità si scontra con l’assenza di pianificazione urbana, la sensazione diffusa è quella di un diritto che si assottiglia. Perché garantire un accesso agevole a un ospedale non è un favore. È una condizione minima di civiltà.
Il disagio non riguarda solo i pazienti. Anche «le lavoratrici e i lavoratori dell’Ospedale» si trovano «quotidianamente ad affrontare le stesse criticità». Arrivare in ritardo non per negligenza ma per mancanza di parcheggi è una pressione organizzativa che si somma a turni già complessi, carichi di responsabilità e ritmi serrati.
Ma c’è un aspetto ancora più delicato. Quello della sicurezza nelle fasce orarie notturne. L’assenza di parcheggi adeguati e prossimi alla struttura costringe molti dipendenti a lasciare l’auto «in zone isolate o poco illuminate». Una condizione che aumenta il senso di insicurezza e l’esposizione a potenziali rischi, soprattutto considerando che «il maggior numero di lavoratori è donna».
È un passaggio che pesa come una denuncia morale oltre che organizzativa. «È inaccettabile che chi garantisce un servizio essenziale alla collettività debba preoccuparsi della propria incolumità per raggiungere o lasciare il posto di lavoro». La frase non lascia spazio a interpretazioni.
Non si tratterebbe di una criticità improvvisa. Nel comunicato si ricorda come «più volte» sia stata segnalata la carenza di stalli, inclusi quelli dedicati alle categorie fragili e al personale. Eppure, «a oggi, la situazione è rimasta invariata».
Il nodo è qui: la mancanza di un intervento pianificato. Non soluzioni tampone, non misure temporanee, ma un progetto strutturale capace di restituire funzionalità e sicurezza all’area. La richiesta è chiara: «interventi tempestivi, concreti e strutturali» per ripristinare «condizioni di funzionalità, sicurezza e dignità».
Il comunicato chiude con una frase che sintetizza la questione: «Garantire un accesso agevole e sicuro a una struttura sanitaria non è un privilegio, ma un diritto fondamentale per cittadini e lavoratori».
Dietro la mancanza di parcheggi c’è un tema più ampio: il rapporto tra infrastrutture urbane e servizi pubblici. Un ospedale non è un centro commerciale, ma nemmeno può essere trattato come un luogo isolato dal contesto viario che lo circonda. Se l’accesso diventa un problema quotidiano, la qualità del servizio ne risente.
A Cirié il malcontento cresce, alimentato da una percezione di immobilismo. E mentre le ambulanze continuano ad arrivare e i reparti a lavorare, fuori dai cancelli si ripete ogni giorno la stessa scena: auto in coda, stalli esauriti, passi affrettati verso l’ingresso.
La domanda ora è se le istituzioni raccoglieranno l’appello. Perché la sicurezza di un ospedale non si misura solo dentro le corsie. Comincia dal parcheggio.

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