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18 Febbraio 2026 - 11:31
Tartufo bianco sotto tutela: la Regione mette in campo fondi e regole per difendere le tartufaie naturali piemontesi
Il tartufo bianco non è soltanto un prodotto d’eccellenza. È identità, economia, paesaggio. E oggi, tra cambiamenti climatici, pressioni ambientali e perdita di produttività, diventa anche una priorità politica. La Regione Piemonte ha approvato un nuovo bando destinato alla salvaguardia e al potenziamento delle tartufaie naturali di Tuber magnatum Pico, il pregiato tartufo bianco che rende celebri le aree vocate del territorio.
Il provvedimento si inserisce nell’attuazione della legge regionale 16/2008 e rientra nel Programma triennale di valorizzazione del patrimonio tartufigeno regionale, lo strumento con cui l’ente prova a coniugare tutela ambientale e sviluppo economico. Una scelta che arriva in un momento delicato per il comparto, stretto tra riduzione delle produzioni e necessità di garantire qualità e tracciabilità.
«Con il bando – spiega l’assessore regionale alla tartuficoltura, Marco Gallo – rafforziamo l’impegno della Regione a tutela di un patrimonio unico, che coniuga gestione forestale, biodiversità, tradizione e sviluppo locale. È un intervento che sostiene chi vive e valorizza le aree vocate del Piemonte, promuovendo pratiche di gestione sostenibile delle tartufaie naturali e favorendo iniziative che possano integrare tutela ambientale e valorizzazione economica, due elementi al centro della nostra strategia».
Il cuore dell’intervento è chiaro: proteggere un ecosistema fragile. Le tartufaie naturali non sono semplici appezzamenti di bosco. Sono ambienti complessi, dove equilibrio tra suolo, alberature, microrganismi e condizioni climatiche consente la formazione del tartufo bianco. Un equilibrio che può rompersi facilmente, con conseguenze dirette sulla produttività.
Il bando finanzia interventi nelle aree identificate come vocate alla produzione di Tuber magnatum Pico. I proponenti dovranno presentare una relazione tecnica dettagliata, firmata da un tecnico forestale abilitato, con cartografia delle superfici interessate, cronoprogramma delle attività e piano finanziario. Un impianto che punta a evitare improvvisazioni e a garantire interventi mirati.
La dotazione complessiva è di 51.380 euro. Non una cifra imponente, ma un segnale politico preciso. I destinatari sono le associazioni dei cercatori di tartufo, anche in forma associata con soggetti pubblici o privati, proprietari o gestori di terreni agricoli e forestali dove è presente il tartufo bianco pregiato.
L’obiettivo dichiarato è duplice. Da un lato migliorare e ripristinare il patrimonio ambientale delle tartufaie già esistenti, contrastando degrado e perdita di produttività. Dall’altro promuovere iniziative di fruizione didattica e conoscitiva, per diffondere la cultura dell’ambiente tartufigeno. Il tartufo, infatti, non è solo un bene commerciale: è parte di un sistema culturale e naturalistico che ha radici profonde.

Il Piemonte è tra le regioni simbolo del tartufo bianco. Le colline delle Langhe, del Monferrato e del Roero sono note a livello internazionale. Ma anche altre aree del territorio regionale contribuiscono a un patrimonio che alimenta ristorazione, turismo e filiere locali. Il valore economico del tartufo bianco può raggiungere cifre molto elevate, con quotazioni che oscillano sensibilmente a seconda della stagione e dell’andamento climatico.
Proprio il cambiamento climatico rappresenta una delle sfide principali. Estati più calde e siccitose, piogge irregolari, eventi estremi incidono sulla formazione del tartufo. Il suolo perde umidità, le piante simbionti soffrono, l’ecosistema si altera. Intervenire sulla gestione forestale significa anche cercare di adattare le tartufaie a un contesto ambientale mutato.
La convocazione della Consulta per la valorizzazione del patrimonio tartufigeno piemontese, fissata per il 24 febbraio, va in questa direzione. Sarà un momento di confronto tra istituzioni, associazioni di trifolai, enti territoriali e soggetti della filiera. Sul tavolo non solo il bando, ma le prospettive del comparto: sostenibilità ambientale, qualità del prodotto, tutela del mercato.
Il rischio, in assenza di interventi strutturati, è duplice. Da un lato la progressiva riduzione delle aree produttive naturali, con perdita di biodiversità. Dall’altro la tentazione di ricorrere a modelli meno sostenibili o a logiche speculative che potrebbero compromettere l’equilibrio del sistema.
La legge regionale 16/2008 aveva già posto le basi per una regolamentazione del settore, introducendo norme per la raccolta e la gestione delle tartufaie. Il nuovo bando rappresenta un tassello operativo, con risorse dedicate e criteri precisi.
Le domande di contributo dovranno essere presentate entro l’8 maggio 2026. Una scadenza che lascia qualche settimana per predisporre la documentazione tecnica richiesta. La presenza di un tecnico forestale nella progettazione indica la volontà di garantire interventi coerenti con le esigenze ambientali.
Il tartufo bianco è un prodotto spontaneo. Non può essere coltivato con la stessa facilità di altre specie. La sua presenza dipende da una simbiosi delicata tra micelio e radici di determinate piante, come querce e pioppi. Ogni intervento sul bosco deve essere calibrato, per non alterare questo equilibrio.
La Regione punta a sostenere chi vive quotidianamente il territorio: i cercatori, i proprietari di terreni, le comunità locali. La gestione sostenibile delle tartufaie diventa così una leva di sviluppo, capace di integrare tutela ambientale e valorizzazione economica.
Il dibattito sul futuro del tartufo bianco non riguarda solo il settore agricolo. Coinvolge turismo, enogastronomia, immagine internazionale del Piemonte. Difendere le tartufaie significa difendere un simbolo riconosciuto nel mondo.
Il bando appena approvato non risolve da solo le criticità. Ma segna un passo nella direzione della pianificazione e della responsabilità condivisa. In un tempo in cui le risorse naturali sono sempre più sotto pressione, anche il tartufo bianco richiede politiche mirate.
La partita si giocherà ora sul terreno operativo. Progetti concreti, interventi misurabili, collaborazione tra pubblico e privato. Perché il Tuber magnatum Pico non è soltanto un’eccellenza gastronomica. È un indicatore della salute dei boschi piemontesi. E della capacità del territorio di custodire il proprio patrimonio senza consumarlo.
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