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12 Febbraio 2026 - 18:55
“La Gioia” sbarca al cinema: il film sull’illusione dell’amore nato dalla storia vera di Gloria Rosboch e Gabriele De Filippi
“La Gioia” è arrivato a Torino mercoledì sera, 11 febbraio, con un’anteprima che non è stata una passerella ma un confronto. Da questa sera, giovedì 12 febbraio, il film di Nicolangelo Gelormini è in tutte le sale italiane. E non è un’uscita qualunque. È un ritorno. È una ferita che il cinema decide di riaprire, a dieci anni esatti da una storia che il Canavese non ha mai smesso di sentire addosso.
All’Hotel Turin Palace, Gelormini e i protagonisti Valeria Golino e Saul Nanni hanno incontrato la stampa. Poco dopo, al Cinema Romano, la città ha assistito all’anteprima ufficiale organizzata da Film Commission Torino Piemonte in collaborazione con Vision Distribution. In sala non c’erano soltanto addetti ai lavori: c’erano studenti, troupe, figurazioni locali, referenti delle location, istituzioni. E c’era, soprattutto, una memoria che qui non è mai diventata polvere.
Perché “La Gioia” nasce da una storia vera. Una storia che ha un nome e un volto: Gloria Rosboch. Anche se nel film i nomi cambiano, anche se la vicenda viene filtrata, rielaborata, spostata sul piano emotivo, il nucleo resta quello. Una docente di provincia. Un ex studente giovane, brillante, seduttivo. Un legame che promette riscatto e finisce in tragedia.
La domanda, allora, è semplice e brutale: che cosa fa il cinema quando decide di raccontare tutto questo? Consola? Spiega? O rischia di trasformare il dolore in spettacolo?
“La Gioia” non è un film di cronaca giudiziaria. Non è la ricostruzione del delitto Rosboch. Non è un’indagine processuale. Gelormini lo dice chiaramente: l’obiettivo non era soddisfare una curiosità morbosa, ma cercare un’autenticità emotiva. Raccontare la storia dal punto di vista di lei. Dal punto di vista di Gioia, l’insegnante interpretata da Valeria Golino.
«Gioia è una persona che non è mai stata amata se non dai suoi genitori, che l’amano in modo iperprotettivo», racconta Golino. «È una donna che non ha mai vissuto sulla sua pelle l’essere desiderata. Per la prima volta sospetta che questa cosa possa accadere e non vuole perdere l’occasione, anche se avrebbe gli strumenti culturali per capire che c’è qualcosa di incongruo».
Il film parte da qui. Non dal crimine, ma dal vuoto. Non dall’omicidio, ma dall’assenza di un’esperienza. Gioia è un’insegnante di liceo che vive ancora con i genitori. Una donna colta, educata, immersa nelle letture di Flaubert. Una vita ordinata, apparentemente stabile. Eppure fragile nel punto più invisibile: il bisogno di essere scelta.
Tra i suoi studenti c’è Alessio, interpretato da Saul Nanni, che nella trasposizione alla realtà è Gabriele Defilippi. Un ragazzo che usa il proprio corpo per guadagnare qualche centinaio di euro e aiutare la madre, cassiera in un supermercato. È un giovane che conosce il valore di mercato dell’affetto. Che ha imparato presto che il desiderio può essere capitalizzato.
Due solitudini. Due mondi che non dovrebbero toccarsi. E invece si incontrano.
Il film gioca su un doppio registro. Da una parte c’è un tono quasi favolistico, soprattutto nelle sequenze iniziali: sogni, boschi, una dimensione sospesa che racconta l’infanzia sentimentale mai compiuta di Gioia. Dall’altra c’è la realtà sociale, concreta, dura: la precarietà, il denaro, la piccolezza umana.
Gelormini lo spiega così: «È il racconto di due solitudini che si muovono su ambiti diversi. Quella di Gioia è legata alla sua proiezione di un’idea d’amore. Alessio è integrato in una società che capitalizza l’affetto e il corpo. Il film attraversa un mondo più fantastico per raccontare l’interiorità di Gioia, ma poi la realtà arriva e rompe quella proiezione».
Non è un dettaglio stilistico. È una scelta politica. Perché raccontare una storia simile significa decidere dove mettere la macchina da presa. Sulla manipolazione? Sull’inganno? O sul bisogno?
“La Gioia” sceglie di stare dentro lo sguardo di lei. Ed è una scelta rischiosa. Perché costringe lo spettatore a credere insieme a Gioia. A cadere insieme a lei. A sospendere il giudizio.
Valeria Golino costruisce un personaggio fatto di sottrazione. Protesi, accento piemontese, costumi, postura. Un camuffamento che non è copertura ma rivelazione.
«Questo camuffamento invece che coprirmi mi ha dato la possibilità di scoprirmi», spiega l’attrice. «È come se, sottraendo quello che sono, potessi far emergere una parte meno guardabile, meno adatta alla società. È stato liberatorio».
Gioia non è una vittima ingenua. È una donna adulta, colta, con un alto grado di istruzione. Ed è proprio questo che rende la storia perturbante. Perché la domanda non è “come ha potuto?”, ma “perché può accadere?”.
Gelormini insiste su questo punto: «Il punto era porre un interrogativo: com’è possibile che una donna con queste basi possa essere raggirata da un ragazzo così giovane? Se lo spettatore ci crede al pari di Gioia, allora vuol dire che c’è una verità. E queste storie accadono tutti i giorni».
È qui che il film si stacca dalla cronaca. Non cerca la replica dei fatti. Cerca un riconoscimento collettivo. Non l’eccezionalità del mostro, ma la normalità del bisogno.
Il caso di Gloria Rosboch, nel gennaio 2016, ha sconvolto Castellamonte, l’intero Canavese e l'Italia intera. Una docente di 49 anni, riservata, legata ai genitori, scompare dopo aver consegnato 187 mila euro a un ex studente, Gabriele Defilippi, con la promessa di un futuro insieme. Quando prova a denunciare la truffa, viene uccisa. Il suo corpo viene gettato in una cisterna tra Rivara e Pertusio.
La giustizia ha fatto il suo corso. Condanne definitive: Defilippi a trent'anni di carcere. Una vicenda che è diventata simbolo di manipolazione affettiva e truffa sentimentale.
“La Gioia” non ricostruisce quei fatti. Non nomina Gloria, non mette in scena la cisterna, non riproduce la cronaca. Ma è impossibile, qui, separare il film dal contesto. Impossibile guardarlo senza sentire il peso della memoria.
Ed è proprio questo il nodo.
La sceneggiatura, vincitrice ex aequo del Premio Franco Solinas 2021, è firmata da Giuliano Scarpinato e Benedetta Mori, tratta dall’opera teatrale “Se non sporca il mio pavimento”. Il film è una produzione HT Film, Indigo Film e Vision Distribution in collaborazione con SKY. Un progetto sostenuto dal Ministero della Cultura e dal PR FESR Piemonte 2021-2027 – Piemonte Film TV Fund, con il patrocinio della Città di Torino e il sostegno di Film Commission Torino Piemonte.
“La Gioia” evita la pornografia del dolore. Non mostra il gesto estremo come climax. Sposta il centro sulla relazione. Sul tempo che precede la caduta. Sull’illusione.
Il film è stato l’unico italiano in concorso alle Giornate degli Autori 2025 e ha vinto il premio per la Miglior Regia e per il Miglior Attore al 40° Festival Internazionale del cinema di Mar del Plata.
Da questa sera “La Gioia” è nelle sale italiane.
(ha collaborato CARLO REA)
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