Cerca

Attualità

Processo Città della Salute. Parliamo di Giovanni La Valle e di una carriera costruita sul concorso da primario?

Falsa partenza per il maxi processo alla Città della Salute: incompatibilità in aula, testimoni chiave e nomine che intrecciano carriere mentre i debiti ricadono sui cittadini.

Processo Città della Salute. Parliamo di Giovanni La Valle?

Giovanni La Valle

Palagiustizia di Torino, giovedì 5 febbraio. Doveva essere il giorno zero del maxi processo destinato a fare luce sulle gestioni dell’Aou Città della Salute e della Scienza di Torino. Sedici manager alla sbarra, accuse che pesano – truffa e falso ideologico, talvolta entrambe – e una vicenda che, comunque finirà, segnerà un prima e un dopo nella sanità piemontese.

E invece no. Falsa partenza.

In aula una quarantina di persone tra imputati, difensori e consulenti. Poi l’eccezione: incompatibilità tra giudice e pubblico ministero, ex coniugi. Questione sollevata dalle difese. Risultato: rinvio di dieci giorni. Il processo che dovrebbe chiarire anni di gestione finisce sospeso prima ancora di cominciare.

La verità? C'è che tutti guardano a questo processo per capire come il più grande polo sanitario del Piemonte – Molinette, Cto e, per un periodo, anche Regina Margherita e Sant’Anna – sia precipitato in una spirale economica tale da richiedere continui ripianamenti regionali. Soldi pubblici. Soldi dei piemontesi. Anno dopo anno.

machi

Nel frattempo vengono resi noti gli elenchi dei testimoni. Ed è lì che la vicenda si arricchisce di incroci che, formalmente, possono anche essere casuali. Ma politicamente raccontano molto.

C’è l’ex ministro Renato Balduzzi, padre della norma che prevede la trattenuta del 5% sulle prestazioni in intramoenia. Ma il nome che attira più attenzione è quello del dottor Marco Romanelli.

Romanelli è indicato come testimone chiave sulla questione del mancato versamento di quel 5%. Fino al 2023 delegato dell’Anaao-Assomed, poi transitato al Cimo. Nel febbraio 2022 era tra i più determinati nel chiedere all’Azienda tutta la documentazione necessaria a chiarire le somme dovute in applicazione della legge Balduzzi.

All’epoca direttore generale era il dottor Giovanni La Valle, oggi tra gli imputati. Dal 1° gennaio 2025, però, La Valle guida l’Asl TO3, la più grande del Piemonte, incarico affidatogli dalla Giunta regionale.

E qui il quadro si fa interessante. Alla TO3 è stato bandito un concorso per la direzione della Neurologia. Quattro candidati, due rinunciano. Nel novembre 2025 il vincitore è stato proprio Romanelli. Il secondo classificato, almeno per ora, non ha presentato ricorso.

Tradotto: il testimone chiamato a deporre contro La Valle diventato primario in un’azienda diretta dallo stesso La Valle. Tutto regolare, formalmente. Ma istituzionalmente è un intreccio che merita attenzione, perché quando le carriere e i processi si sfiorano, la percezione conta quanto le carte bollate.

E la mente trona a quel 13 marzo 2020, quando torna in Piemonte dopo un esilio in Liguria durato 4 anni.

Succede con la pandemia. Cinquant’anni, medico, specialista in Igiene e Medicina Preventiva, già direttore sanitario dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino. Commissario su proposta dell’allora assessore alla Sanità Luigi Genesio Icardi.

Un incarico enorme, nel momento più drammatico per il sistema sanitario. Eppure, per chi in Canavese aveva memoria lunga, quel nome non suonava nuovo. Anzi. Riportava indietro di quattro anni, all’estate del 2016, quando l’Asl To4 finì nell’occhio del ciclone per un concorso che, pur legale, lasciò dietro di sé una scia di interrogativi, polemiche e dimissioni eccellenti.

La storia è semplice nei fatti, meno nelle implicazioni.

Nel 2016 Giovanni La Valle è direttore sanitario dell’Asl To4. Un incarico fiduciario dell'allora direttore generale Lorenzo Ardissone che non sceglie in base ai titoli ma a “sensazione”.

Succede che all’ospedale di Chivasso, il posto di direttore sanitario di presidio – quello che comunemente si definisce “primario” – è occupato da sette anni da un facente funzione, il dottor Alessandro Girardi. Il posto non è vuoto. Non c’è emergenza ma si decide di bandire un concorso e qui nasce il cortocircuito.

Perché quel concorso viene firmato – come previsto – da tutti e tre i componenti della direzione generale dell’Asl: generale, amministrativo e sanitario. Quindi anche da Giovanni La Valle. Che non solo firma, ma partecipa. E vince.

Su dodici ammessi alla prima fase, si presentano in tre. Tutti idonei. Ma il punteggio parla chiaro: 99 su 100 per La Valle, 80 per Girardi, 71 per Ornella Vota. Curriculum valutato 39 su 40. Colloquio 60 su 60. Praticamente perfetto. Il verbale è del 17 giugno. Quattro giorni dopo arriva l’incarico.

Tutto regolare, si dirà. Formalmente sì. Ma la questione non è solo giuridica. È politica, etica, istituzionale.

Perché quel direttore sanitario aziendale, che organizza e vince un concorso interno per un posto da primario, si mette subito in aspettativa. Non va a Chivasso. Resta al suo posto di direttore sanitario dell’Asl To4. Solo che, alla fine dell’incarico fiduciario, non tornerà più a Pinerolo – dove era formalmente in forza – ma potrà rientrare da primario a Chivasso.

Fu allora che scrivemmo che “non era normale, per quanto legale fosse, che un direttore sanitario dell’intera Asl, non ancora “primario”, organizzasse, partecipasse e infine vincesse un concorso per un posto da “primario” per poi mettersi in aspettativa e continuare a fare quello che stava facendo….”

Scoppia il pandemonio.

L’Asl To4 risponde con un comunicato difensivo. Lorenzo Ardissone rivendica la correttezza dell’iter: “La delibera era stata firmata da tutti e tre i direttori perché così prevedono le regole… era assolutamente possibile per lui partecipare alla selezione pubblica”. E ancora: “Se un professionista dalle riconosciute competenze tecniche come il dottor La Valle ha ritenuto di concorrere, questo rappresenta un valore aggiunto per la nostra Azienda”.

Una difesa piena, compatta.

Ma nel giro di poche ore arriva la presa di posizione dell’allora assessore regionale alla Sanità Antonio Saitta: “È bene che la nostra sanità mantenga sempre elevato il livello di trasparenza e vorrei che non si ripetessero più scelte non opportune”. Morale? Invita La Valle ad “alzare i tacchi”.

Il giorno dopo Giovanni La Valle si dimette dalla direzione sanitaria dell’Asl To4. E va a fare proprio ciò che – almeno inizialmente – non sembrava voler fare: il primario a Chivasso.

Una caduta in piedi, certo. Ma pur sempre una brutta figura politica e istituzionale. Non solo per lui. Anche per la direzione generale che aveva avallato tutto.

In quei giorni emergono altri interrogativi. I requisiti. Il decreto legislativo 502 del 1992 parla chiaro: per partecipare a un concorso da primario servono almeno 5 anni di qualificata attività di direzione tecnico-sanitaria in enti di media o grande dimensione. Nel curriculum di La Valle risultavano 9 mesi alla guida di una struttura complessa, l’ospedale di Pinerolo. Erano sufficienti?

Poi il tempo fa il suo corso.

Giovanni La Valle lascia il Canavese, vola a Genova, dirige il Policlinico San Martino. Torna a Torino. Diventa direttore sanitario della Città della Salute. E il 13 marzo 2020, nel pieno dell’emergenza Covid, viene nominato commissario della più grande azienda ospedaliera del Piemonte.

Una carriera che non si è fermata. Che anzi ha accelerato. E allora la domanda non è se fosse tutto legale. Lo era.

La domanda è se fosse opportuno. Se fosse opportuno che chi guida un’azienda sanitaria partecipi a un concorso bandito dalla stessa azienda. Se fosse opportuno vincerlo e non occuparne subito il posto. Se fosse opportuno concentrare energie su assetti organizzativi mentre nei reparti si contavano le carenze.

Oggi, a distanza di anni, quella vicenda resta un passaggio chiave per capire come funziona davvero la sanità pubblica: incarichi fiduciari, concorsi tecnici, equilibri politici, comunicati stampa, dimissioni “consigliate”.

E resta una lezione. Perché le carriere possono decollare anche dopo una tempesta. Ma la memoria dei territori, quella, non va mai in aspettativa.

Nel processo che si celebrerà a Torino, però, questo non è l’unico nodo. Ci sono i numeri. E quelli non hanno bisogno di interpretazioni. Per tenere in piedi la Città della Salute sono serviti continui interventi finanziari regionali. Risorse sottratte ad altri capitoli, altri servizi, altri territori. Sullo sfondo i bilanci che arrancano: quello del 2024 non è ancora approvato, quello del 2025 è stato presentato con enfasi ma non definitivamente licenziato. Nel mezzo consulenze costose, piani di rientro annunciati e mai compiuti.

La presunzione di innocenza è un principio sacrosanto. Sarà il tribunale a stabilire responsabilità e colpe. Ma c’è un fatto che precede qualsiasi sentenza: i debiti esistono. E li hanno già coperti i cittadini. 

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori