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Cronaca

Bilanci truccati alla Città della Salute: 16 ex manager imputati per falso e truffa. Tutto rinviato

Dieci anni di conti “creativi”, crediti inesigibili e fondi fantasma. Intanto il bilancio 2024 resta appeso alle aule di tribunal

I "maghi" della sanità piemontese che giocavano alle tre carte con i bilanci della Città della salute

I "maghi" della sanità piemontese che giocavano alle tre carte con i bilanci della Città della salute

Il processo sui bilanci della Città della Salute di Torino si apre e si ferma subito. Un rinvio tecnico, causato da un’incompatibilità tra giudice e pubblico ministero, fa slittare l’avvio del dibattimento. Ma l’effetto è solo formale. Perché nei corridoi del Palagiustizia l’aria resta pesante, carica di attese e tensioni. Sul banco degli imputati siedono sedici ex manager della più grande azienda ospedaliera piemontese, chiamati a rispondere – a vario titolo – di falso ideologico in atto pubblico e truffa.

L’inchiesta, coordinata dai pm Mario Bendoni e Giulia Rizzo, copre un arco temporale lunghissimo: dieci anni pieni, dal 2013 al 2023. Un decennio in cui, secondo l’accusa, i conti dell’azienda di corso Bramante sarebbero stati sistematicamente “aggiustati” per attenuare un passivo sempre più ingombrante. Al centro della contestazione ci sono crediti iscritti a bilancio ma di fatto inesigibili, una pratica che avrebbe consentito di rappresentare una situazione economica meno drammatica di quella reale.

Sotto la lente degli inquirenti finisce soprattutto la gestione della libera professione intramoenia. Per anni – sostengono i magistrati – nessuno avrebbe chiesto ai medici che svolgevano attività privata all’interno delle strutture pubbliche di versare la quota del 5% prevista dalla legge Balduzzi. Una percentuale dovuta per legge e mai incassata, che nel tempo avrebbe contribuito ad allargare un buco milionario. Ma non è l’unica voce contestata: nell’elenco figurano anche ticket sanitari non riscossi e affitti mai incassati, altre poste che avrebbero gonfiato artificialmente i crediti dell’azienda.

Secondo le ricostruzioni investigative, il disavanzo complessivo generato da queste mancate entrate supererebbe i 120 milioni di euro. Tra gli imputati compaiono alcuni dei vertici che si sono succeduti alla guida della Città della Salute in quel periodo, tra cui l’ex direttore generale Giovanni La Valle e l’ex direttrice amministrativa Beatrice Borghese. Figure apicali, dunque, chiamate a rispondere di scelte che, sempre secondo l’accusa, avrebbero avuto un impatto diretto e duraturo sui conti dell’azienda.

Il processo entrerà nel vivo con l’udienza fissata per il 16 febbraio, quando verranno affrontate nel merito le contestazioni. Ma intanto la Procura guarda già oltre. Sul tavolo dei magistrati c’è infatti un nuovo fascicolo relativo al bilancio 2024, approvato e firmato a novembre dal nuovo direttore generale Livio Tranchida dopo mesi di stallo. Al momento non risultano indagati né ipotesi di reato formalizzate: si tratta di accertamenti conoscitivi, avviati per fare ulteriore chiarezza, anche sulla consulenza che ha portato a cancellare dal rendiconto oltre 7 milioni di euro di crediti legati proprio alla quota Balduzzi.

Resta poi un nodo tutt’altro che secondario, destinato a emergere con forza in aula: il ruolo della Città della Salute e della Regione Piemonte, chiamate a muoversi su un terreno scivoloso, potenzialmente divise tra la posizione di parti offese e quella di responsabili civili. Un equilibrio fragile, che aggiunge un ulteriore livello di complessità a un processo già carico di implicazioni politiche, amministrative e sanitarie.

Insomma, il dibattimento parte in salita, con un rinvio che è solo formale. Perché la partita sui conti della sanità torinese, quella vera, è appena cominciata.

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La sanità piemontese si guarda allo specchio e si dà degli schiaffi. Dopo anni di autocelebrazioni, piani strategici e conferenze stampa trionfali, i numeri della Città della Salute di Torino – il colosso che raggruppava Molinette, Sant’Anna, Regina Margherita e CTO – finiscono dove nessuno avrebbe mai voluto vederli: in tribunale.

Per dieci anni la Città della Salute ha raccontato una favola: bilanci in ordine, intramoenia efficiente, obiettivi raggiunti e premi di risultato distribuiti con generosità. Una narrazione così impeccabile da risultare quasi commovente, se non fosse che, secondo i pm Giulia Rizzo e Mario Bendoni, era il frutto di un gigantesco gioco delle tre carte. Quello che si mostrava non corrispondeva a ciò che c’era davvero, e ciò che c’era davvero non veniva dichiarato. Altro che eccellenza sanitaria: l’unica cosa davvero performante, qui, pare fosse la fantasia amministrativa.

Sedici tra manager e dirigenti dovranno rispondere di falso in bilancio e danno erariale. Secondo la Procura di Torino, per un intero decennio l’azienda avrebbe costruito bilanci “creativi”, trasformando crediti inesigibili in incassi virtuali e cancellando fondi per far tornare i conti. Il danno stimato oscilla, a seconda delle ricostruzioni, dai 7,3 milioni contestati in sede penale ai circa 10 milioni emersi nella documentazione più recente, fino a stime tecniche che parlano di oltre 120 milioni nel complessivo arco temporale. Una forbice che dà la misura del problema: quando i numeri non sono veri, tutto il resto perde consistenza.

Il meccanismo, dicono gli inquirenti, era tanto semplice quanto efficace. Si interveniva sui questionari Alpi, quelli che dovrebbero monitorare la libera professione. Un ritocco qui, un dato abbellito là, una dichiarazione un po’ più brillante della realtà. Il risultato era una fotografia perfetta, peccato che fosse scattata con Photoshop. A compilare quei documenti c’era Davide Benedetto; ad avallarli Rosa Alessandra Brusco; a firmarli e trasmetterli a Torino e a Roma i direttori generali Gian Paolo Zanetta, Silvio Falco e Giovanni La Valle. Tutti oggi imputati. Ma la domanda vera non è chi firmava, bensì chi non sapeva. Secondo la Procura, praticamente nessuno.

Il danno stimato è di circa 10 milioni di euro, di cui 7,5 legati alla libera professione intramoenia e alla mancata applicazione del decreto Balduzzi. Una trattenuta dichiarata come applicata per anni e che, secondo l’accusa, non lo è mai stata. E i numeri “creativi” non si fermavano qui. Nel 2014 l’azienda dichiarava di disporre di una contabilità analitica sofisticata, in grado di distinguere ogni singola voce di costo. Peccato che, per i pm, quella contabilità non esistesse. Dal 2015 al 2020 veniva certificata l’operatività di un organismo di verifica dell’intramoenia: nella realtà avrebbe funzionato solo nel 2017. Quanto alla trattenuta del 5%, dichiarata come regolarmente applicata, la Procura è netta: non era vero.

Alla prima udienza preliminare la Regione Piemonte si è costituita parte civile – e, paradossalmente, anche responsabile civile – insieme ai sindacati dei medici e all’attuale dirigenza della Città della Salute, che oggi si proclama parte lesa rispetto alle gestioni precedenti. Tutte richieste accolte dal giudice. Una scena surreale: la sanità che litiga con se stessa, chi ieri avallava oggi chiede i danni, chi fino a poco fa difendeva i conti ora si dichiara tradito.

La lista degli imputati sembra la scaletta di un congresso di management sanitario: Giovanni La Valle, Gian Paolo Zanetta, Silvio Falco, Beatrice Borghese, Nunzio Vistato, Valter Alpe, Rosa Alessandra Brusco, Davide Benedetto, Maria Albertazzi. Con loro il collegio sindacale, accusato di non aver visto: Alessia Vaccaro, Renato Stradella, Paolo Biancone, Andreana Bossola, Giacomo Buchi, Andrea Remonato, Giuseppe Antonio Giuliano Stillitano. Una squadra completa, dalla dirigenza ai revisori. Si potrebbe quasi organizzare un seminario su come non controllare un bilancio sanitario.

Fa sorridere che  novembre 2025, pochi giorni dopo la notizia di reato, il neo direttore di Città della salute Livio Tranchida e l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi si presentano sorridenti in conferenza stampa per annunciare che nel bilancio 2024 il fondo Balduzzi è stato cancellato perché “erroneamente iscritto” negli anni precedenti. Traduzione: secondo loro, quel fondo non doveva neppure esistere.

Peccato che nel bilancio ancora oggi manchi la firma del direttore regionale della Sanità Antonino Sottile. Una prudenza che solleva un dubbio legittimo: qualcuno sta forse aspettando di capire che aria tira in tribunale prima di dare l'ok a un documento potenzialmente esplosivo? Non c’è oggi e nessuno sa dire se ci sarà domani. Un’assenza che pesa, perché qui non si parla di burocrazia, ma di responsabilità politiche e amministrative enormi.

Se il giudice dovesse accogliere la tesi dei pm, cancellare il fondo Balduzzi potrebbe trasformarsi in un suicidio amministrativo. Se invece dovesse prevalere la versione opposta, Tranchida e Riboldi potranno rivendicare la bandiera della “trasparenza ritrovata”. In ogni caso, la sensazione è di una navigazione a vista, con il timone fermo e lo sguardo rivolto non ai conti, ma al calendario giudiziario.

Ed è qui che riemerge un nome che molti speravano di aver archiviato: Thomas Schael. Fu lui, da commissario straordinario, a bloccare l’approvazione del bilancio 2024 dopo aver rilevato un abisso tra conti ufficiali e realtà: un passivo che, secondo alcune ricostruzioni, sarebbe passato da –41 a oltre –55 milioni in poche settimane. Parlò di disordine amministrativo, di numeri instabili, di una struttura incapace di garantire controllo e trasparenza. Si rifiutò di firmare. Fu definito “troppo rigido”. Oggi quella rigidità ha un altro nome: lungimiranza.

Il paradosso è evidente: la stessa Regione che oggi si costituisce parte civile contro chi avrebbe falsificato i conti, ieri criticava chi quei conti si era rifiutato di firmarli. E mentre si riscrive la storia contabile della sanità piemontese, i cittadini continuano a pagare il prezzo. Alle Molinette mancano infermieri, si chiudono reparti, si rinviano interventi. Ma nei piani alti si discute ancora se un fondo da 7,5 milioni “doveva esserci o no”.

La sanità pubblica si gioca sui numeri. E qui, da anni, i numeri non tornano mai. Insomma, puoi ritoccare un questionario, puoi mandare a Roma un file che racconta una storia diversa. Ma prima o poi qualcuno chiederà conto di ciò che hai scritto. E allora non basteranno più firme a catena e foglie di fico burocratiche. Perché i numeri, a differenza delle persone, non sanno mentire per sempre.

Riboldi e Schael

L'assessore regionale alla sanità e l'ex commissario Thomas Schael

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