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12 Febbraio 2026 - 12:11
Federico Riboldi, Daniele Valle e Alberto Avetta
«La lettera con la quale l’Asl To4 ha comunicato ai cittadini di Settimo T.se che la dottoressa Sara Capogreco ha cessato la propria attività, e che nessun altro medico si è reso disponibile a subentrare, è una dichiarazione di fallimento della sanità pubblica. Se addirittura una città di 45mila abitanti resta senza un medico di famiglia, evidentemente il problema non riguarda più soltanto le aree interne, le zone montane e i piccoli Comuni».
Così i consiglieri regionali del Partito Democratico Alberto Avetta e Daniele Valle. Sul “caso Settimo” hanno presentato un’interrogazione. Ora si attende la risposta dell’assessore alla Sanità Federico Riboldi.
I numeri, ricordano i due consiglieri, non sono un dettaglio: nel 2026 in Italia andranno in pensione 11.400 medici di famiglia. In Piemonte, 765 hanno già raggiunto o raggiungeranno i 70 anni, l’età pensionabile. Non è un’emergenza improvvisa. È una tendenza nota da anni, che avrebbe richiesto programmazione.
E la tanto invocata “medicina territoriale”, quella che all’epoca del Covid era considerata un obiettivo irrinunciabile?
«A quanto pare – denunciano Avetta e Valle – non è più una priorità in questa Regione…».
La domanda è semplice e allo stesso tempo pesante: come pensa di affrontare il problema la Giunta guidata da Alberto Cirio? Intende intervenire con una strategia strutturale oppure «preferisce fare spallucce e tagliare i nastri alle Case della Salute, che rischiano di essere inutili se non viene garantito il personale che dovrà lavorarci?»
Nell’interrogazione si legge ancora: «L’Asl To4 si è impegnata a garantire assistenza, visite e prescrizioni a rotazione con i medici che si sono resi disponibili. Ma questa è solo una “toppa”, che non può che essere provvisoria. Non si può garantire il diritto alla salute ad un’intera città basandosi solo sulla disponibilità di qualche volenteroso. Serve programmazione e servono investimenti per affrontare questa situazione con determinazione ed efficacia. Auspichiamo che il “caso Settimo” possa essere l’occasione per aprire in Consiglio regionale un vero confronto, al di là degli annunci e delle rassicurazioni rituali».
Del caso Settimo ci eravamo occupati la scorsa settimana, dopo che un cittadino esasperato ci aveva fatto avere una comunicazione ufficiale dell’Asl To4, datata 26 gennaio e firmata dal direttore generale Carlo Bono. Poche righe, in un burocratese asciutto, per certificare una realtà che ha lasciato centinaia di pazienti senza parole.
Il contenuto è lineare, quasi brutale nella sua semplicità: la dottoressa Capogreco ha cessato l’attività, nessun medico disponibile a subentrare e, nel Comune di Settimo Torinese, non è possibile scegliere un nuovo medico di famiglia perché le disponibilità sono esaurite. Fine delle opzioni. Fine delle alternative.

Per chi legge, significa restare senza medico titolare. Non per qualche giorno. Non per una settimana. Senza una scadenza.
L’Asl parla di soluzione “straordinaria e temporanea”: l’assistenza sarà garantita dai medici dell’associazione di gruppo del dottor Picottino, con visite e prescrizioni assicurate a rotazione. I nomi sono indicati con precisione – Farvo, Salvi, Silvestri, Ubuadi, Ziarati – ma un elenco non sostituisce un rapporto costruito nel tempo.
Qui non si tratta di un disservizio qualsiasi. Si tratta di centinaia di persone che, da un giorno all’altro, perdono il medico che conosce la loro storia clinica.
Tra loro c’è Giorgio Imperatrice. In sette anni ha cambiato sei medici di famiglia. Non per scelta. Non per capriccio. Perché uno dopo l’altro se ne sono andati.
Prima il dottor De Palmas, pensionamento. Poi un giovane medico rimasto pochi mesi. Poi una dottoressa trasferita in breve tempo. Poi la dottoressa Coletta, durante la pandemia, nel momento più fragile per tutti, quando il medico di base era spesso l’unico contatto con il sistema sanitario. Anche quel rapporto si interrompe. Poi il dottor Picottino, mentre Settimo viene classificata come sede vacante. Infine la dottoressa Capogreco, arrivata come sostituta temporanea e oggi dimissionaria.
Ogni volta ricominciare. Ogni volta spiegare da capo terapie, esami, patologie. Ogni volta la sensazione di non essere mai davvero presi in carico.
«Il medico di famiglia è un rapporto di fiducia, di reciproco intendimento. Non è che possiamo raccontare tutto tutte le volte», ci aveva detto Imperatrice. Nessuna polemica. Solo una constatazione amara.
E non riguarda solo lui. Riguarda anziani, malati cronici, famiglie che hanno bisogno di continuità, non di turnazione. Persone che oggi si sentono disorientate, perché la lettera dell’Asl non lascia margini: non c’è alternativa, non c’è scelta, non c’è una data.
Dire che si tratti di un’emergenza improvvisa sarebbe fuorviante. Piuttosto il risultato di anni di scelte mancate, di una medicina territoriale progressivamente marginalizzata, di condizioni che rendono sempre meno attrattiva la professione del medico di base.
La verità è che la sanità pubblica non può funzionare a rotazione permanente. Non può essere gestita come un centralino. Non può ridurre il medico di famiglia a una firma su una ricetta.
La lettera dell’Asl è un documento che l’assessore regionale Federico Riboldi dovrebbe leggere con attenzione. Perché racconta una cosa semplice: il sistema non riesce più a garantire la normalità.
L’appello, allora, non può che essere rivolto alla politica nel suo complesso. Alla Regione, ma anche all’amministrazione comunale di Settimo Torinese, guidata dalla sindaca Elena Piastra, e alla conferenza dei sindaci dell’Asl To4, che non è un organo tecnico ma un organismo politico di indirizzo. Perché la qualità della vita di una comunità passa anche dalla tenuta dei servizi sanitari di base. Non è solo una competenza amministrativa: è una responsabilità politica.
I pazienti, soprattutto quelli più fragili, meritano risposte strutturali, non soluzioni tampone. Senza un medico stabile la sanità perde il suo volto umano. E con esso, la fiducia.
Intermittenza... È questa la parola che oggi descrive la medicina di base a Settimo Torinese.
Il medico di famiglia non è semplicemente scomparso. È diventato intermittente. Un servizio a staffetta.
Oggi c’è. Domani forse. Nel frattempo, arrangiatevi.
La rotazione non crea legami, non costruisce memoria clinica, non consolida responsabilità. È una soluzione che evita il vuoto, ma non lo risolve.
E mentre i cittadini fanno i conti con terapie, esami e fragilità, la politica rischia di trattare la questione come un problema organizzativo, un disguido, un “ci stiamo lavorando”.
Il rischio più grande è normalizzare tutto questo. Trasformare il provvisorio in sistema. Abituare le persone ad abbassare le aspettative.
A Settimo Torinese non manca soltanto un medico di famiglia.
Manca la certezza che la sanità pubblica sia ancora in grado di garantire continuità e responsabilità.
Il resto, per ora, funziona a turni.
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