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12 Febbraio 2026 - 10:36
Processo Eternit, la sentenza non è stata tradotta in tedesco per l'imputato. Associazioni e famigliari furiosi: “Si continua a morire mentre la giustizia si ferma”
La Cassazione ha deciso che la sentenza di appello nel processo Eternit-bis va riscritta, perché non è in una lingua comprensibile all’imputato. Non si tratta di rivedere le responsabilità, non di riconsiderare i fatti. Si tratta di un cavillo: tradurre un testo in tedesco.
E questa decisione ha l’effetto di una bomba lanciata nel cuore di chi da decenni chiede giustizia. Perché mentre le famiglie dei morti d’amianto aspettano, il tempo scorre e la prescrizione incombe.
Non è una questione astratta. È la rabbia di chi ha visto morire un genitore, un fratello, un amico e ora si trova ad ascoltare ancora una volta parole vuote sui “diritti processuali”. Una traduzione. Un documento riscritto. Un rinvio. È questa la verità che ci viene servita? Sembra di sì.
Massimiliano Quirico, direttore di Sicurezza e Lavoro, non ha usato mezzi termini: “Un’ennesima beffa per le vittime dell’amianto.” Le associazioni sembrano non avere più parole: si parla di “amarezza”, di una giustizia che sembra sempre di rincorrere l’impossibile”.
E non sono solo parole di rabbia. È frustrazione che diventa concreta quando si pensa che molti casi rischiano di morire con la prescrizione, se il processo continua ad allungarsi nei corridoi giudiziari.
Questa è la sensazione che si respira a Casale Monferrato, la città simbolo di un dramma nazionale. Qui il processo ha già visto una condanna in appello: 9 anni e 6 mesi di reclusione per Stephan Schmidheiny per 91 episodi di omicidio colposo legati all’esposizione ad amianto.
Ma ora tutto torna indietro. Per una traduzione. Per un cavillo linguistico.
La sequenza dei fatti è quasi surreale: sentenza di secondo grado, poi annullata senza rinvio dalla Cassazione, e trasmissione alla Corte d’Assise d’Appello di Torino perché riscriva tutto secondo gli standard linguistici richiesti. Dopo di che ricominciano i termini per eventuali impugnazioni verso la Suprema Corte.
Per gli avvocati delle parti civili, per le associazioni come Afeva e Sicurezza e Lavoro, e per i familiari, quel che resta non sono numeri ma persone. Volti che non rivedono giustizia per i loro cari. “Come si può credere nella giustizia quando sembra di rincorrere l’impossibile?” chiedono, con la voce rotta e la rabbia che non si placa.
Questa partita non riguarda solo la tecnica processuale. Riguarda persone reali che hanno respirato polveri killer, malattie che consumano fino all’ultimo respiro. P
A Casale Monferrato la memoria è fatta di un elenco di nomi. Troppi. E ogni ritardo è un’altra riga di quel registro che non smette di allungarsi.
L’associazione Osservatorio Nazionale Amianto parla chiaro: la Cassazione ha di fatto “deciso di non decidere” e il motivo addotto – la traduzione – è per loro singolare.
“Non possiamo comprendere né condividere la decisione”, dice Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio. Per Bonanni è un ulteriore stop per le vittime, un rinvio che pesa come un macigno.
Questo processo non parla solo di numeri. Parla di centinaia di vite spezzate, di famiglie che hanno visto il mondo crollare, di anni di lotte e richieste di verità. E ora, ancora una volta, tornano al punto di partenza.
È una ferita che si riapre ogni volta che una sentenza viene rallentata, che una scadenza processuale si avvicina e il rischio che la responsabilità penale evapori per sempre diventa più concreto.
La Cassazione non ha assolto. Non ha detto che Schmidheiny è innocente. Ha detto solo: riscrivi il testo in modo che l’imputato lo capisca nella sua lingua madre. Ma per chi attende da decenni giustizia, anche una traduzione suona come un’altra distanza tra ciò che è stato vissuto e ciò che viene riconosciuto.
E qui, in Italia, nella terra di chi ha visto intere generazioni uscite dal lavoro per non tornarci mai più, la parola giustizia rischia tristemente di diventare un miraggio.
La vicenda dell’Eternit-bis è ormai un nodo che intreccia dolore, rabbia, attesa, e una giustizia che avanza a passi da lumaca.
Il procedimento nasce dall’inchiesta della Procura di Torino per le morti causate dall’esposizione all’amianto negli stabilimenti italiani della multinazionale Eternit. La fibra killer ha causato migliaia di morti: operai, residenti, famigliari. Queste vittime non sono numeri, sono volti, storie, famiglie distrutte.
Nel filone principale del caso, in primo grado la Corte d’Assise aveva riconosciuto la responsabilità di Stephan Schmidheiny per omicidio colposo legato a 91 episodi di morte dopo esposizione ad amianto. In appello la condanna era stata confermata a 9 anni e 6 mesi.
Ma ora la Suprema Corte di Cassazione ha deciso di annullare senza rinvio la sentenza di secondo grado perché la decisione non è stata tradotta nella lingua comprensibile all’imputato, tedesco di madrelingua. E ha rimesso tutto alla Corte d’Assise d’Appello di Torino perché la traduca e riscriva.
Questo significa che il processo non è chiuso, ma neppure si può dire davvero che sia aperto. È in una sospensione tecnica che rischia di diventare sostanziale.
Le associazioni parte civile, come Sicurezza e Lavoro o Afeva – Associazione Familiari Vittime Amianto, esplodono di rabbia: “Un’ennesima beffa”, “giustizia che si allontana”, “si continua a morire mentre la giustizia si inciampa nei cavilli” sono espressioni ricorrenti nei loro comunicati.
E il rischio principale è la prescrizione. Con tempi così lunghi, con questi continui rinvii, molti reati potrebbero cadere nel vuoto tecnico del calendario. È una prospettiva che per i famigliari è un insulto, perché dà l’impressione che il sistema penale italiano sia più attento alla forma che alla sostanza. Questo processo dura da anni, tra imponenti fascicoli, ricorsi, interpretazioni, cambi di indirizzo tra le Corti, e intanto il dolore di chi ha perso una persona cara resta senza una conclusione definitiva.
La “colpa cosciente” contestata ai giudici d’appello non riguarda una mera negligenza: significa che l’imputato avrebbe consapevolmente proseguito attività produttive nonostante la certezza scientifica della letalità dell’amianto. Nel diritto penale italiano questa è una delle figure più forti di colpa, ben più della semplice imprudenza.
Eppure, oggi, la conclusione di tutto ciò è affidata a una traduzione.
È come se, in una tragedia umana, i protagonisti fossero costretti a tornare al prologo ogni volta. Ogni moto processuale li riporta indietro, come in un loop infinito.
E le famiglie, i sopravvissuti, le associazioni, sentono la dimensione paradossale di una giustizia che sembra fermarsi sui formalismi mentre il tempo uccide.

Il dramma dell’amianto in Piemonte non si limita a Casale Monferrato. A Cavagnolo, piccolo paese nei pressi di Torino, la Saca, consociata dell’Eternit, ha lasciato un’eredità di dolore che ancora oggi è palpabile nelle strade, nelle case e nei cuori di chi ha visto morire i propri cari.
La Saca è stata attiva dal dopoguerra fino alla fine degli anni ’80. Lì si producevano manufatti in fibrocemento contenenti amianto, senza alcuna protezione reale per lavoratori e comunità. La polvere mortale non restava confinata ai capannoni: la si respirava nelle strade, nelle case, addosso alle persone.
La storia di Cavagnolo è raccontata da chi c’era, da chi ha visto amici, genitori e fratelli ammalarsi lentamente, tra tosse continua, difficoltà respiratorie e diagnosi che suonavano come una sentenza di morte.
Uno dei casi più noti è quello di Giulio Testore, dipendente della Saca, morto nel 2008 dopo 27 anni di esposizione all’amianto. Il processo che coinvolge la sua morte ha già visto una condanna in primo grado e una successiva riduzione di pena in appello, ma la Cassazione ha annullato la condanna e disposto un nuovo appello, con il rischio che la prescrizione cancelli ogni responsabilità penale.
È la beffa nella beffa: in una comunità che ha già pagato un prezzo umano enorme, ora viene negata una conclusione giudiziaria che – per i familiari – sarebbe un segno di riconoscimento del torto subito.
La rabbia delle famiglie è comprensibile.
Questo sentimento non è isolato. Tra gli abitanti di Cavagnolo, la memoria dell’amianto è ancora viva. La presenza della fabbrica ha segnato territori interi, generato malattie e morte non solo tra i lavoratori, ma anche tra chi abitava nelle vicinanze. Le fibre killer non conoscono confini: entravano nelle case, si depositavano sugli abiti, venivano respirate da intere famiglie.
E mentre a livello nazionale si dibatte di cavilli procedurali, nella comunità di Cavagnolo si ricordano i nomi. I funerali. Le stanze vuote. Le promesse di giustizia che sembrano sempre un passo più lontane.
La lotta delle famiglie non è solo per una condanna: è per la verità, per il riconoscimento che ciò che è accaduto non è stato un destino ineluttabile, ma una tragedia causata da scelte produttive e dall’incapacità di tutelare chi lavorava e viveva accanto alla fabbrica
Oggi, i processi che riguardano Cavagnolo sono simbolo di una giustizia che esita, si allunga, ritorna indietro. È la dimostrazione che, per molte famiglie, il sistema giudiziario non è un alleato, ma spesso un ostacolo ulteriore su un percorso già pieno di dolore.

Prima di Eternit-bis c’è stato Eternit. Ed è lì che si è consumata la prima grande frattura tra la promessa di giustizia e la realtà del diritto penale: una frattura che oggi, con l’ennesimo rinvio “tecnico” per una traduzione, si riapre identica, come se dodici anni non avessero insegnato nulla.
Il processo Eternit (quello “storico”, quello del disastro ambientale doloso) arriva a sentenza di primo grado il 13 febbraio 2012: 16 anni di reclusione per Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier, con l’accusa di aver guidato una catena industriale che ha seminato morte e malattia in più territori, tra cui Casale Monferrato, Cavagnolo, Bagnoli e Rubiera. Quel verdetto, per chi viveva da decenni il lutto dell’amianto, aveva un suono preciso: finalmente lo Stato diceva che non era “fatalità”, ma responsabilità.
Poi arriva l’appello. 3 giugno 2013: condanna più pesante, 18 anni per Schmidheiny, mentre la posizione di De Cartier si chiude per ragioni procedurali legate alla sua età e alle condizioni. Anche qui, per le famiglie, era un passaggio netto: la giustizia non solo teneva, ma rafforzava l’impianto. Eppure, sotto quel trionfo giudiziario, c’era già la mina: la prescrizione.
La Cassazione, nel 2014, annulla tutto dichiarando prescritto il reato di disastro: non perché quel disastro non ci fosse stato, non perché non fosse stato immenso, ma perché – secondo la lettura dei giudici di legittimità – il procedimento era partito quando i termini erano già scaduti. Il punto, nero su bianco, è devastante: la prescrizione non arriva “alla fine” come traguardo inevitabile; è come se fosse stata lì dall’inizio, a decretare una corsa partita già perduta. È qui che Casale Monferrato impara la lezione più crudele: puoi avere anni di udienze, migliaia di parti civili, montagne di prove e storie, ma puoi ritrovarti con nulla in mano perché il calendario vince sul merito.
Questo è il precedente. E quando oggi si parla di Eternit-bis, quel precedente non è un ricordo: è un avvertimento.
Eternit-bis nasce proprio da quella ferita: se il disastro ambientale era finito nel buco nero della prescrizione, allora si prova un’altra strada, più “granulare”, più legata alle persone: omicidio colposo per singoli episodi di morte. È un tentativo di aggirare l’effetto-trappola che aveva divorato Eternit I. E infatti, nel percorso bis, arriva una condanna: il 17 aprile 2025 la Corte d’Assise d’Appello di Torino condanna Schmidheiny a 9 anni e 6 mesi per 91 episodi di omicidio colposo legati all’amianto di Casale Monferrato.
E adesso? Adesso siamo a febbraio 2026 e la scena è quella che le famiglie temevano: un altro stop che non tocca il cuore del processo, ma ne blocca la marcia.
L’11 febbraio 2026 la Cassazione annulla senza rinvio la sentenza d’appello e rimanda a Torino perché la decisione venga tradotta in tedesco, lingua madre dell’imputato. Non è un’assoluzione, non è un colpo di spugna “nel merito”, ma è una cosa che per chi aspetta giustizia da vent’anni pesa quasi allo stesso modo: è tempo regalato al tempo.
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