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Eternit bis, clamoroso stop della Cassazione: senza traduzione in tedesco della sentenza il processo torna a Torino

Processo rinviato: si allungano i tempi e torna lo spettro della prescrizione

Eternit bis

Eternit bis, Schmidheiny condannato per Cavagnolo

La Cassazione ha annullato la sentenza d’appello del processo Eternit bis e ha rinviato tutto a Torino. Non per entrare nel merito delle responsabilità. Non per rivedere le prove. Ma per una questione di traduzione: la decisione dovrà essere riscritta in una lingua comprensibile all’imputato, il tedesco.

È questo il nuovo capitolo di una vicenda che da oltre vent’anni accompagna Casale Monferrato e le sue ferite. Il 17 aprile 2025 la Corte d’Appello di Torino aveva condannato l’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny a 9 anni e 6 mesi per le morti provocate dall’amianto lavorato nello stabilimento Eternit. In primo grado si era parlato di disastro ambientale, ma nel 2015 la Suprema Corte aveva dichiarato il reato prescritto. In questo filone, invece, l’imputazione è di omicidio colposo, non di omicidio con dolo eventuale come aveva chiesto l’accusa.

Adesso si riparte. O meglio, si rallenta.

Gli “ermellini” hanno stabilito che la sentenza va tradotta. Un diritto dell’imputato, previsto dall’ordinamento. Ma il tempo, ancora una volta, si allunga. E a Casale la parola che torna a farsi largo è sempre la stessa: prescrizione.

«Siamo amareggiati. I tempi si allungano e c’è il rischio che tanti altri casi vadano in prescrizione», ha commentato l’associazione Sicurezza e Lavoro, parte civile nel processo. Non è una dichiarazione rituale. È la fotografia di una paura concreta: che la giustizia si consumi nei corridoi del calendario.

Più politico il tono di Alberto Deambrogio, segretario regionale di Rifondazione Comunista: «Il percorso della giustizia per le vittime dell’amianto subisce l’ennesima battuta d’arresto». E ancora: «Il tempo gioca a sfavore delle vittime passate e di quelle che ancora verranno. Lo spettro della prescrizione è attuale e odiosissimo». Parole che chiamano in causa non solo i tribunali, ma l’assetto stesso del sistema penale e le riforme in discussione.

La domanda, però, resta sospesa sopra la città che più di ogni altra ha pagato il prezzo dell’amianto: quante volte può essere rinviata la verità senza trasformarsi in un miraggio?

Dal 2004, anno dell’avvio della maxi-inchiesta della procura di Torino, il procedimento ha attraversato assoluzioni, prescrizioni, riqualificazioni dei reati, nuovi filoni. Ogni volta una svolta. Ogni volta una frenata. Intanto i nomi delle vittime continuano ad allungarsi, perché l’amianto non è una ferita chiusa con un timbro.

La Cassazione non ha assolto. Non ha ribaltato nel merito la condanna. Ha chiesto una traduzione. Ma per chi attende giustizia da decenni, anche una traduzione può suonare come l’ennesima distanza tra ciò che è stato vissuto e ciò che viene riconosciuto.

A Casale Monferrato la memoria non è un esercizio retorico. È un elenco di volti, famiglie, funerali. È la consapevolezza che il diritto, se arriva troppo tardi, rischia di diventare un simbolo svuotato.

Adesso la parola torna ai giudici torinesi. Con una sentenza da tradurre e un tempo che non smette di correre. E con una città che, ancora una volta, aspetta di capire se la giustizia sarà una promessa mantenuta o un’altra data da cerchiare in rosso sul calendario.

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