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04 Gennaio 2026 - 09:40
Epstein
La mail parte da Roma, ma il peso specifico di quelle righe cade su Casale Monferrato e a Cavagnolo, nel torinese.
È il 20 novembre 2014 e mentre la Cassazione ha appena annullato le condanne inflitte a Stephan Schmidheiny per la strage dell’Eternit, un finanziere svizzero scrive a un ex alto ufficiale del Mossad per ringraziarlo. «Desidero esprimere la mia profonda gratitudine per l’aiuto che hai offerto e per gli sforzi che hai compiuto a sostegno della causa di STS». STS è la sigla dietro cui si cela Schmidheiny, proprietario e amministratore di fatto della multinazionale dell’amianto. A firmare è Heinz Pauli, il suo storico braccio destro. Il destinatario è Avner Azulay, ex alto ufficiale dell’intelligence israeliana.
Poche ore dopo, Azulay gira il messaggio a Ehud Barak, ex primo ministro israeliano, già capo di stato maggiore dell’esercito e direttore dell’intelligence militare. «Fine della storia! Tutto ciò che abbiamo fatto è stato offrire i nostri servizi». Barak risponde due giorni dopo: «Grazie. Auguro a lui e agli altri tutto il meglio».
Questa catena di messaggi – resa pubblica dalle anticipazioni dell’inchiesta di Report, la trasmissione di Sigfrido Ranucci – non è una nota a margine. È una crepa profonda dentro uno dei più grandi processi per disastro ambientale mai celebrati in Italia. Il processo Eternit, quello che per la prima volta aveva portato alla condanna penale dei vertici di una multinazionale per un disastro ambientale doloso permanente. Un processo che, se fosse arrivato a sentenza definitiva, avrebbe potuto aprire un precedente europeo.
Il 13 febbraio 2012 Stephan Schmidheiny era stato condannato in primo grado a 16 anni di carcere. In Appello la pena era salita a 18. Poi la Cassazione, nel novembre 2014, annulla tutto senza rinvio per intervenuta prescrizione del reato di disastro ambientale, accogliendo la richiesta del procuratore generale Francesco Maria Iacoviello. Sei minuti di lettura della sentenza bastano a cancellare anni di indagini, udienze, testimonianze, morti.
È lì che la storia giudiziaria si ferma. Ma è anche lì che, oggi, tornano le domande. Perché le mail raccontano di una rete internazionale che si muove prima, durante e dopo la decisione della Cassazione. Il 16 settembre 2013, prima ancora del deposito del ricorso, Pauli scrive ad Azulay che inoltra immediatamente a Barak. Si parla di strategie, di incontri a Tel Aviv, di una strada definita «l’unica promettente»: lavorare «nei circoli della società romana», facendo pesare il rischio che una decisione sfavorevole avrebbe potuto danneggiare l’immagine dell’Italia e scoraggiare gli investimenti internazionali.
Documenti clamorosi, che si intrecciano con gli Epstein file e con i rapporti emersi tra Barak e Jeffrey Epstein, e che – secondo l’inchiesta di Report – collocano il processo Eternit dentro una rete globale di relazioni, interessi, pressioni. Non prove giudiziarie, ma indizi che riaprono una ferita mai rimarginata.

Stephan Schmidheiny
È una ferita che a Casale Monferrato e a Cavagnolo non si è mai chiusa. E che oggi torna a sanguinare. «Eravamo sicuri che Schmidheiny le avesse tentate tutte, aveva molti mezzi», ha dichiarato Bruno Pesce, tra i fondatori dell’Associazione delle vittime dell’amianto, in un’intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica. «Noi dell’associazione siamo stati spiati per oltre vent’anni, ma non pensavamo si arrivasse fino a un ex alto agente del Mossad. Speriamo che non incida ancora sulle sentenze».
La mente torna inevitabilmente a quei giorni del novembre 2014. «Assistemmo al fallimento della giustizia», ha ricordato Pesce. «Come si poteva dichiarare prescritto un reato proprio nel periodo in cui c’era il picco delle morti, oltre 50 per mesotelioma ogni anno? Al massimo si doveva agire per cambiare il diritto. Non voglio credere ci siano stati condizionamenti e spero ancora che ci sia giustizia».
Oggi quella speranza si aggrappa a un nuovo processo. Nei prossimi mesi la Cassazione sarà chiamata a pronunciarsi sul cosiddetto processo Eternit bis, in cui Schmidheiny è imputato per omicidio colposo plurimo aggravato. Le vittime contestate inizialmente erano 392 – 62 lavoratori e 330 residenti – morti per l’esposizione all’amianto nello stabilimento di Casale Monferrato. In Appello la condanna è arrivata: 9 anni e 6 mesi di carcere. Ma il perimetro si è ristretto. Ventotto assoluzioni, ventisette prescrizioni, novantuno vittime riconosciute. Numeri che, per chi ha vissuto quella strage sulla propria pelle, restano una contabilità incompleta.
«È sempre la mannaia della prescrizione», ha detto Nicola Pondrano, sempre a Repubblica, altro fondatore dell’associazione, ex lavoratore Eternit e delegato sindacale. «Dobbiamo tenere tutti la schiena dritta». Non solo guardando al passato, ma anche al presente. «Le bonifiche ora stanno latitando. Il Piemonte ha fatto opere importanti, ma in tutta Italia bisogna stare attenti per non rischiare altri drammi».
C’è poi chi, come Mario Corsato, allora sindaco di Cavagnolo, sede della Saca, ex consociata Eternit, e oggi membro dell’associazione, non si dice sorpreso dalle rivelazioni di Report. «Avevamo intuito che l’imprenditore avesse un aiutino esterno, viste le possibilità economiche notevoli, ma mai pensavamo a questo livello». La battaglia, dice, resta profondamente impari. «Le vittime ci sono ogni anno. Sapevano che di amianto si moriva. E non solo continuavano a lavorarlo senza protezioni, ma lo spargevano sul territorio, incuranti della salute pubblica».
Oggi, a distanza di oltre dieci anni da quella sentenza che cancellò tutto, il rischio è che la storia si ripeta. Non perché le carte siano le stesse, ma perché la sproporzione di forze resta intatta. Da una parte le famiglie, i malati, i morti che continuano ad aumentare. Dall’altra un sistema di relazioni internazionali, risorse economiche, influenze che – come raccontano quelle mail – non si fermano davanti ai confini nazionali né davanti alle aule di giustizia.
La Cassazione avrà di nuovo l’ultima parola. E stavolta non potrà ignorare il contesto.
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