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05 Gennaio 2026 - 10:17
Ranucci (Report)
La notizia è semplice e devastante: il processo Eternit non è mai stato solo un processo italiano. Le anticipazioni dell’inchiesta di Report, andata in onda domenica 4 gennaio 2026, riaprono una ferita che a Casale Monferrato e Cavagnolo non si è mai chiusa. La riaprono non sul piano emotivo – quello non si è mai rimarginato – ma su quello politico, giudiziario e morale. Perché quelle mail raccontano che, mentre in aula si parlava di prescrizione, fuori dall’aula qualcuno lavorava per influenzare il contesto.
Il punto non è stabilire oggi colpe penali nuove. Il punto è prendere atto che attorno al processo Eternit si muoveva una rete internazionale, attiva prima, durante e dopo la decisione della Cassazione del novembre 2014. Una rete che parlava di strategie, di incontri a Tel Aviv, di relazioni da attivare nei circoli della società romana per far pesare un argomento preciso: una condanna definitiva a Stephan Schmidheiny avrebbe potuto danneggiare l’immagine dell’Italia e scoraggiare gli investimenti esteri. Non la salute pubblica, non i morti, non i territori contaminati. L’immagine.
Le mail partono da Roma, ma il loro peso specifico ricade su due luoghi ben precisi: Casale Monferrato e Cavagnolo. È il 20 novembre 2014. La Cassazione ha appena annullato senza rinvio le condanne inflitte a Schmidheiny per il disastro Eternit, dichiarando prescritto il reato di disastro ambientale. In quelle stesse ore, Heinz Pauli, storico braccio destro del magnate svizzero, scrive a Avner Azulay, ex alto ufficiale del Mossad: Desidero esprimere la mia profonda gratitudine per l’aiuto che hai offerto e per gli sforzi che hai compiuto a sostegno della causa di STS. STS è Schmidheiny.
Azulay gira il messaggio a Ehud Barak, ex primo ministro israeliano, già capo di stato maggiore e direttore dell’intelligence militare. Fine della storia! Tutto ciò che abbiamo fatto è stato offrire i nostri servizi, scrive. Barak risponde due giorni dopo: Grazie. Auguro a lui e agli altri tutto il meglio. Poche righe, nessuna firma ufficiale, ma un sottotesto che pesa come un macigno: qualcuno rivendica un ruolo.
Quella catena di messaggi non è un dettaglio folkloristico. È una crepa profonda dentro uno dei più grandi processi per disastro ambientale mai celebrati in Europa. Il processo che per la prima volta aveva portato alla condanna penale dei vertici di una multinazionale per un disastro ambientale doloso permanente. Un processo che, se fosse arrivato a sentenza definitiva, avrebbe potuto cambiare il diritto, non solo la giurisprudenza.
Il 13 febbraio 2012 Schmidheiny era stato condannato in primo grado a 16 anni di carcere. In Appello la pena era salita a 18. Poi, nel novembre 2014, la Cassazione cancella tutto in sei minuti di lettura della sentenza, accogliendo la richiesta del procuratore generale Francesco Maria Iacoviello. Anni di indagini, udienze, testimonianze, morti, spazzati via dalla parola prescrizione. È lì che la giustizia si ferma. Ed è lì che, oggi, tornano le domande.
Perché le mail raccontano che già il 16 settembre 2013, prima ancora del deposito del ricorso in Cassazione, Pauli scrive ad Azulay e Azulay inoltra immediatamente a Barak. Si parla di incontri, di una strategia definita l’unica promettente: lavorare sui contesti politici e relazionali, non sugli atti processuali. Non è una prova giudiziaria. Ma è un indizio pesante, che oggi si intreccia con gli Epstein file e con i rapporti emersi tra Barak e Jeffrey Epstein. Dentro quella rete, secondo Report, finisce anche Eternit. E quindi Casale.

Report
Un’altra ferita. L’ennesima. E non stupisce che la politica torni a muoversi. Alberto Deambrogio, segretario regionale di Rifondazione Comunista per Piemonte e Valle d’Aosta, parla di abiezione del capitale, di un capitalismo che non è solo irresponsabile ma nichilista, capace di sacrificare persone e territori per la perpetuazione del potere. Il tono è durissimo, volutamente. Quello che abbiamo visto all’opera è un principio mortifero, dice in sostanza Dambrogio, una logica che considera uomini e donne come birilli. Parole che legano la vicenda Eternit a un’idea più ampia di dominio e disumanizzazione, senza sconti.
Più istituzionale, ma non meno netta, la posizione di Chiara Gribaudo, deputata Pd e presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro. Auspico che venga fatta chiarezza molto presto sulle indiscrezioni che vorrebbero un collegamento tra il maxi processo Eternit e Jeffrey Epstein, dichiara. E aggiunge una frase che pesa più di qualsiasi ricostruzione geopolitica: Il mio pensiero va ai familiari delle vittime, che attendono da oltre vent’anni una giustizia più volte deludente. Il punto è tutto lì. Anche se quelle indiscrezioni non fossero confermate, il danno morale è già avvenuto.
A Casale e Cavagnolo nessuno si dice davvero sorpreso. Bruno Pesce, fondatore dell’Associazione delle vittime dell’amianto, lo dice chiaramente: Eravamo sicuri che Schmidheiny le avesse tentate tutte. L’associazione, racconta, è stata spiata per oltre vent’anni. Non pensavamo si arrivasse a questo livello, ammette. E torna con la memoria a quei giorni del novembre 2014: Assistemmo al fallimento della giustizia. Una frase che a Casale non è uno slogan, ma una constatazione.
La domanda che ritorna è sempre la stessa: come si può dichiarare prescritto un reato mentre c’è il picco delle morti? Oltre cinquanta l’anno, solo per mesotelioma. Al massimo si doveva cambiare il diritto, dice Pesce. Non piegarlo alla contabilità dei tempi. Eppure è quello che è successo.
Oggi la speranza si concentra sul cosiddetto Eternit bis, il processo per omicidio colposo plurimo aggravato. In Appello la condanna è arrivata: 9 anni e 6 mesi di carcere. Ma anche qui il perimetro si è ristretto. Ventotto assoluzioni, ventisette prescrizioni, novantuno vittime riconosciute su centinaia di morti. Una contabilità che, per chi ha respirato amianto, resta inaccettabile.
È sempre la mannaia della prescrizione, dice Nicola Pondrano, ex lavoratore Eternit. Dobbiamo tenere la schiena dritta. Non solo nei tribunali, ma anche sul territorio. Perché le bonifiche rallentano, l’attenzione cala, il rischio di nuovi drammi resta. La strage non è finita, è solo meno visibile.
C’è poi chi, come Mario Corsato, ex sindaco di Cavagnolo, non si dice stupito. Avevamo intuito che ci fosse un aiutino esterno, racconta. Ma non a questo livello. La battaglia, dice, è sempre stata impari. Da una parte le vittime che continuano a morire. Dall’altra risorse economiche, relazioni, influenze che non conoscono confini.
Tra qualche mese la Cassazione tornerà a pronunciarsi. Avrà di nuovo l’ultima parola. Ma questa volta non potrà far finta che il contesto non esista. Perché Casale Monferrato non chiede vendetta. Chiede una cosa molto più semplice e molto più scomoda: che la giustizia non sia più prescritta prima ancora di arrivare alla verità.
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