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11 Febbraio 2026 - 14:02
Sul dormitorio a Chivasso la maggioranza chiude: “Nessun tavolo”. Scontro durissimo in Consiglio
Non ci sarà nessun tavolo sul dormitorio. La maggioranza lo ha detto in Consiglio comunale, per bocca di Adriano Pasteris. E lo ha detto senza giri di parole, rispondendo a Liberamente Democratici che – attraverso Claudia Buo e, nei giorni scorsi, con la disponibilità espressa da Libero Ciuffreda su queste pagine – avevano chiesto di riaprire un confronto vero, istituzionale, pubblico.
Non un post. Non un comunicato. Un tavolo.
La risposta è arrivata secca, con toni alti e nervi scoperti: «Adesso chiedete un altro tavolo per partorire chissà cosa. Ma avete già partorito abbastanza». Fine. Nessuna apertura. Nessuna disponibilità a discutere un modello alternativo. Nessuna volontà di mettere intorno allo stesso tavolo maggioranza, opposizione, associazioni, volontariato, ASL.
E questa è la notizia politica.
Il resto – le interruzioni, le scintille, le schermaglie – è il rumore di fondo. Ma il punto resta: la maggioranza non intende riaprire la partita del dormitorio come tema politico condiviso. Si va avanti così. Con la soluzione attuale. Senza tavoli.
Eppure in aula non si è discusso solo di un regolamento o di un capitolo di bilancio. Si è discusso – con parole pesanti – di che cosa significa per una città prendersi cura dei più fragili.
La consigliera Claudia Buo ha riportato il tema in Consiglio con un intervento che non lasciava margini: «La chiusura del dormitorio è stata una scelta politica, deliberata. Avevate promesso un potenziamento del servizio, non la sua cancellazione».
E ancora: «Qui non c’entra l’ideologia: qui si umiliano diritti fondamentali. Una città si giudica da come tratta i più fragili. E su questo terreno, Chivasso sta arretrando».
Non è una sfumatura. È un’accusa frontale: arretramento.
Di fronte a questo, la maggioranza ha scelto la linea della difesa dura. Adriano Pasteris ha preso la parola e ha provato a ribaltare la narrazione. Prima attaccando l’origine del dormitorio: «All’epoca c’era gente che dormiva al pronto soccorso. Si è partorito un dormitorio dove potevano andare solo uomini. Alle sei o sei e mezza del mattino venivano mandati via, anche con il freddo. Per un costo totale di 75 mila euro l’anno, soldi dei chivassesi».
Qui si è consumato uno dei passaggi più delicati della serata. Buo ha provato a interromperlo, contestando il dato economico: per lei quei numeri non sono corretti. Dagli atti pubblici, il costo del servizio di accoglienza notturna risulta pari a 58.800 euro l’anno, non 75 mila. Una differenza non irrilevante, soprattutto quando si usa l’argomento del peso sulle “tasche dei chivassesi”.
Pasteris non ha arretrato: «Quello è il costo che è gravato sulle tasche dei chivassesi».
Ma la questione non è solo aritmetica. È politica. Perché quando si dice in aula che 75 mila euro sono “soldi dei chivassesi” spesi per quattro persone, si introduce un criterio di valutazione preciso: il valore di un servizio si misura in rapporto al numero degli utenti.
Ed è qui che la discussione cambia natura.
Le parole della consigliera del Partito Democratico, Carla Vera Cena, non hanno alzato il livello. Anzi. Hanno mostrato un disagio culturale prima ancora che politico. «La consigliera Buo cavalca ogni volta questo fatto del dormitorio. Su questo tema si strumentalizzano le persone e i cittadini di Chivasso», ha detto.
Poi la giustificazione tecnica: «Il dormitorio è stato chiuso perché il CISS non garantiva più i locali. È stato avviato un progetto per ragazzi autistici e si è dovuto chiudere. Provvisoriamente è stata individuata una sistemazione in via Paleologi».
Infine l’argomento comparativo: «Nessun Comune del circondario ha mai avuto un dormitorio. Nessuno».
È una linea difensiva debole. Perché se il parametro è “gli altri non ce l’hanno”, allora il tema non è più la qualità della risposta sociale, ma l’allineamento verso il basso.
Ed è qui che il contrasto con le parole pronunciate pochi giorni fa da Libero Ciuffreda su queste pagine diventa evidente.
Ciuffreda non ha chiesto di riaprire il dormitorio così com’era. Non ha detto “tutto bene, torniamo indietro”. Ha detto una cosa diversa: «Proviamo a risederci intorno a un tavolo, ammettiamo l’errore e ripartiamo».
Ha parlato di responsabilità, di ASL, di rete cittadina, di volontariato, di approccio scientifico. Ha detto: «Il Consiglio comunale è il luogo dove si ragioni».
Ha ricordato la sua linea etica: «Se una persona senza fissa dimora muore di freddo io mi dimetto».
Si può essere d’accordo o meno con lui. Ma il livello del ragionamento era questo: responsabilità pubblica, corresponsabilità, coinvolgimento.
La risposta della maggioranza è stata un’altra cosa. «Ma perché dovremmo mai costruirlo? Risolveremo le questioni man mano che vengono fuori», ha detto Pasteris.
E ancora: «Nessuno ha dormito fuori. Sono in un posto dove possono stare tutto il giorno. Non vengono buttati fuori alle sei del mattino».
Qui si gioca il cuore della vicenda.
Per la maggioranza il tema è pragmatico: nessuno è rimasto per strada, quindi il problema è risolto. Per Buo e per Ciuffreda il tema è strutturale: non basta non far dormire qualcuno all’addiaccio, serve una presa in carico dignitosa, organizzata, stabile.
Due visioni diverse dello stesso fenomeno.
C’è poi un altro passaggio che pesa. Pasteris ha insistito sul fatto che il vecchio regolamento prevedeva l’uscita alle sei del mattino. Ma, come ha ricordato Buo, «il regolamento non è scritto nella pietra». È il Comune che lo definisce. Se l’orario era inadeguato, si poteva modificare. Se l’accesso era limitato agli uomini, si poteva ampliare. Se mancavano servizi, si potevano integrare.
Le regole non sono una calamità naturale. Sono scelte politiche.
Ed è singolare che chi oggi governa usi le rigidità del passato come argomento per giustificare la cancellazione del servizio, invece di rivendicare la possibilità di migliorarlo.
Il tono alto del dibattito racconta un nervo scoperto. Non è un caso che Pasteris abbia chiuso con un attacco diretto: «Avete già partorito abbastanza». Non è un caso che Buo abbia parlato di diritti umiliati. Non è un caso che in aula si sia arrivati a contestare pubblicamente i numeri.
Quando si discute di bilanci si può litigare sui decimali. Quando si discute di persone senza tetto il conflitto è più profondo. Perché tocca l’idea stessa di comunità.
La domanda, alla fine, è semplice: quanto vale, per Chivasso, un servizio di accoglienza notturna?
58.800 euro? 75 mila? Troppi per quattro persone? O il costo minimo di una città che non vuole tornare a vedere il pronto soccorso trasformato in dormitorio?
Non è una questione ideologica. È una scelta di priorità.
Il paradosso è che la città, fuori dall’aula, sembra più disponibile della politica. Ciuffreda lo ha detto chiaramente: «La rete di solidarietà di Chivasso è straordinaria». Ha parlato di volontari pronti, di associazioni, di ASL. Ha detto: «Apriamo un tavolo».
La maggioranza ha risposto: no.
Non perché il tema non esista. Non perché non sia urgente. Ma perché – questa è la sensazione – si teme che riaprire la discussione significhi ammettere che la chiusura del dormitorio è stata una scelta discutibile.
E così si continua a discutere con toni alti. In aula. Sui social. Nei comunicati.
Intanto il dormitorio non c’è più.
C’è una sistemazione provvisoria. Senza docce. Con la promessa che “si sta lavorando”. Con l’assicurazione che “nessuno è rimasto fuori”.
È abbastanza? Per qualcuno sì. Per altri no.
Ma una cosa è certa: finché la risposta politica sarà “non ci sarà alcun tavolo”, la questione non si chiuderà. Perché il tema non è solo dove dormono quattro persone. È che idea di città si vuole costruire.
E quella, prima o poi, torna sempre in Consiglio comunale. Anche se si prova a liquidarla con una battuta.
La chiusura definitiva del dormitorio comunale di via Nino Costa è stata fissata dal Comune di Chivasso per mercoledì 31 dicembre 2025 alle ore 7.30, segnando la fine di un servizio nato nel 2015 come risposta concreta alla fragilità abitativa di persone senza fissa dimora e per evitare che fossero costrette a cercare riparo nel pronto soccorso dell’ospedale. La scelta, deliberata e programmata da mesi nei bilanci e nei documenti di piano dell’Amministrazione, aveva ridotto progressivamente i fondi destinati al servizio fino ad azzerarli dal 2026, rendendo inevitabile la cessazione dell’attività stessa.
La decisione è stata motivata dalla Giunta di centrosinistra guidata dal sindaco Claudio Castello con argomentazioni che mescolano considerazioni tecniche e politiche: secondo Palazzo Civico, l’accoglienza notturna “non ha garantito gli auspicati percorsi di reinserimento, integrazione ed autonomia” per le persone che ne usufruivano, e pertanto è ritenuta superata rispetto alle esigenze attuali.
Quel che è diventato più evidente, però, non è tanto il giudizio sulla qualità del servizio, quanto il modo in cui la sua scomparsa è stata gestita nel tempo e nelle forme. La chiusura non è avvenuta per un’improvvisa emergenza, né per condizioni estreme dell’immobile: era prevista da tempo nei documenti contabili, con tagli progressivi di risorse nel 2024 e 2025 fino alla cancellazione completa nel 2026.
L’effetto pratico di questa programmazione è stato l’impoverimento strutturale del servizio: posti letto ridotti gradualmente, meno personale, meno risorse per l’assistenza, fino all’atto finale di spegnimento. Di fronte a questo, le alternative strutturate promesse dall’Amministrazione sono rimaste sulla carta, tra annunci generici di “modelli innovativi” e riferimenti a progetti teorici di terzo settore o gestione intercomunale che non si sono mai concretizzati in atti operativi prima della chiusura.
La reazione pubblica, istituzionale e civile, è stata forte. Cittadini, associazioni, pezzi della maggioranza e dell’opposizione hanno contestato la scelta, denunciando l’assenza di un’alternativa degna e stabile per persone che, pur fragili, non vanno semplicemente “spostate” da un luogo all’altro. La mobilitazione è culminata, a ventiquattr’ore dalla chiusura, in una delibera di Giunta che appare più una toppa che un progetto: il 30 dicembre 2025 l’esecutivo ha deciso di destinare due locali comunali in via Paleologi, adiacenti al Centro Incontro per Anziani, come riparo emergenziale per cinque persone senza dimora.
Questa soluzione, formalmente adottata “in via eccezionale, temporanea e sperimentale”, non è configurata né come dormitorio né come struttura residenziale assistita: non prevede presidio, controllo, assistenza continuativa o servizi sociali integrati. Gli assegnatari dovranno firmare un atto di impegno che li rende responsabili della gestione degli spazi e della convivenza.
Il risultato è un paradosso politico e sociale in cui, dopo anni di retorica su innovazione e modelli migliori, la risposta concreta all’emergenza abitativa è un “riparo povero”, privo di servizi essenziali come docce e assistenza continuativa, transitorio nella forma e temporaneo nei tempi, mentre il modello precedente – pur con limiti suoi – sparisce senza un’alternativa matura e definita.
Questa sequenza di scelte – programmazione di chiusura, tagli progressivi, mancanza di pianificazione alternativa e intervento tardivo in extremis – non risolve il nodo centrale: come una comunità civile risponde alla fragilità abitativa senza escludere nessuno e senza lasciare gli ultimi in balia del freddo e della precarietà.
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