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30 Gennaio 2026 - 13:34
L'ex sindaco Libero Ciuffreda di Chivasso
La Giunta del sindaco di Chivasso Claudio Castello chiude il dormitorio e poi proroga un riparo “povero”, senza docce e senza assistenza continuativa. E mentre Chivasso discute, protesta e si divide, torna a parlare Lino Ciuffreda, ex sindaco di centrosinistra e medico, l’uomo che dieci anni fa aprì il presidio di via Nino Costa per togliere le persone senza dimora dalla strada e dal pronto soccorso. Non cerca la rissa politica, ma inchioda l’amministrazione a una parola che pesa più di ogni slogan: responsabilità. E la traduce in un concetto semplice, quasi brutale nella sua evidenza: se una persona muore di freddo, la città ha fallito. Il resto, dice, sono alibi, “oblio”, “nascondimento”, promesse vuote. E una toppa che non regge.
Quando Lino Ciuffreda racconta perché nacque il dormitorio di via Nino Costa, non lo fa con nostalgia amministrativa né con retorica da bilancio. Lo fa con un ragionamento elementare, da medico prima ancora che da ex sindaco: garantire un posto dove non si muore. “Fu una decina d’anni fa e l’obiettivo minimo era quello di garantire alle persone senza fissa dimora di avere un luogo, un luogo dove potessero essere accolti, potessero in qualche modo ad esempio curare l’igiene personale, scaldarsi”, spiega. E poi mette sul tavolo il dettaglio che spesso sparisce nelle comunicazioni ufficiali: allora il “rifugio” per molti era il pronto soccorso dell’ospedale. “Quello che accadeva in quel periodo era che il rifugio… per queste persone era il pronto soccorso dell’ospedale civico. Una situazione che oltre che creare problemi ai degenti, agli operatori sanitari, andava a risolvere o comunque ad aiutare… a ridare una dignità, un nome, un luogo a persone che in quel momento… avevano delle grosse difficoltà, delle grosse fragilità”.
Il punto, per Ciuffreda, non è mai stato vendere il dormitorio come una soluzione “magica”, né promettere reinserimenti automatici. Era un presidio minimo di dignità, e lo dice senza girarci attorno: “Tutto ciò gravato da un fattore che era il fattore meteorologico, cioè il freddo”. È qui che l’ex sindaco fa emergere la frase più dura, quella che chiarisce il suo approccio: “Io ricordo sempre che… dicevo: sappiate che se una persona senza fissa dimora che sta nel nostro territorio muore di freddo io mi dimetto e con me tutti voi si va a casa, perché significa che abbiamo perso il senso del servizio e dell’aiuto alle persone con maggiori fragilità”.
Non è una battuta. È una linea etica. E infatti, nella ricostruzione di Ciuffreda, l’apertura del dormitorio non fu un atto solitario né un colpo di teatro. Fu una scelta di rete, fatta perché la rete già esisteva e doveva essere messa nelle condizioni di funzionare. “Da lì scattò di nuovo una bella collaborazione, collaborazione innanzitutto con l’ASL”, racconta, spiegando che la priorità era togliere il pronto soccorso da quel ruolo improprio: “Era importante fare in modo che non fosse il pronto soccorso il luogo dove potevano in qualche modo trovare caldo, sostegno”. E insiste: in quelle situazioni gli operatori sanitari fanno quello che possono, ma non è il posto giusto. “Capita frequentemente che… i medici, gli infermieri, le OS… si occupavano in qualche modo di loro. Ma non era il luogo opportuno”.
A quel punto, dice, arrivò anche un coinvolgimento più ampio: “Poi anche associazioni, persone singole… e pur con le sfumature diverse anche i sindaci della zona diedero poi il consenso affinché si trovasse una soluzione”. Una soluzione che lui stesso definisce “ponte”: “Una soluzione che necessariamente in quel momento sarebbe stata una soluzione ponte in attesa di un qualcosa di più strutturato, più definitivo”. E qui aggiunge un elemento che per Chivasso è decisivo: la presenza di una rete storica di volontariato e solidarietà. “A Chivasso era già presente un’associazione storica… a capo, oltre che un nucleo iniziale di Caritas e di altre associazioni… oppure di singoli che si occupavano proprio dell’aiuto materiale di queste persone”.
Il Comune, per Ciuffreda, non poteva e non può lavarsene le mani. Non perché “fa bello”, ma perché è un dovere istituzionale. “Il municipio, il Comune capofila tra l’altro di un territorio, non poteva penso non possa ancora esimersi dall’occuparsi di queste persone”. E questo passaggio diventa la chiave per leggere lo scontro di oggi: la scelta della Giunta Castello di chiudere il dormitorio e poi offrire una sistemazione alternativa più debole.
Sulla decisione del 31 dicembre e sulla soluzione successiva nei locali comunali, Ciuffreda non si limita a dire che non gli piace. Fa una distinzione netta: non c’è continuità con la sua amministrazione, non c’è la stessa idea di welfare, non c’è la stessa sensibilità. E lo dice senza diplomazia. “Mi spiace dirlo, non vi è alcuna continuità con l’amministrazione che ho avuto l’onore e l’onere di guidare”, taglia corto. Poi allarga: “Mi sembrano veramente fuori da quei principi guida che… vanno al di là del colore politico. Lì si tratta proprio di sensibilità personale, di principi, quasi di imperativi etici”. E la conclusione è pesante: “Io ahimè devo riconoscere che non hanno questa sensibilità, lo dimostrano i fatti, leggendo il bilancio, leggendo il DUP”.
La domanda successiva, inevitabile, è politica e personale insieme: Castello era nella Giunta Ciuffreda come assessore ai lavori pubblici. Se l’aspettava? “No, non mi aspettavo una scelta di questo tipo”, risponde, e aggiunge che non si aspettava nemmeno altre scelte. Ma si ferma subito, quasi per non trasformare tutto in un regolamento di conti: “Non è il tema, né vorrei perdere tempo a parlare di Castello e della sua amministrazione”. E torna al punto centrale: cosa rappresenta, davvero, questa soluzione “alternativa” che non ha docce, non ha assistenza continuativa, non ha i servizi garantiti prima?
Qui Ciuffreda definisce la misura: per lui non è una riforma, non è un cambio di modello, è un rattoppo imposto dall’alto. “Questa soluzione… è una soluzione tampone, una soluzione imposta da Torino, così ce la diciamo tutta”. E ricostruisce lo schema che, a suo dire, ha guidato la Giunta: decisione presa, problema rimosso, promessa di alternative senza strumenti reali. “Loro avevano ormai deciso di chiudere e di non occuparsene, facevano finta che c’era un’ipotesi alternativa, stavano studiando… ma con quali strumenti?”.
Il cuore del suo ragionamento, però, non è tecnico. È culturale. È l’approccio con cui un’amministrazione guarda alle persone senza dimora. E qui introduce un concetto che considera fondamentale: tutti contano. “Il tema è questo innanzitutto che tutti contano, tutti sono persone e se partiamo da questo presupposto allora ci rendiamo conto che se tutti sono persone bisogna avere ovviamente attenzione che significa anche corresponsabilità”, dice. E precisa: “Questo non significa assistenzialismo”. È un passaggio importante, perché sposta il discorso dalla carità alla responsabilità pubblica.
Ciuffreda cita anche un progetto nazionale che, secondo lui, indica una strada concreta: “Tutti contano”. “È un progetto nazionale… della Federazione italiana organismi per le persone senza dimora con l’Istat”, racconta, spiegando che l’obiettivo è “censire, capire il fenomeno”. Non parlare “a sensazione”, non decidere per slogan, ma misurare e conoscere. “Si sono iscritti mi pare seicento, settecento volontari a Torino per andare ad intervistare, andare a capire, andare a cercare, andare a individuare questa fetta della popolazione… e da lì poi far scaturire delle proposte”.
Poi porta il ragionamento su un dato che, implicitamente, smonta la narrazione dell’emergenza improvvisa: Torino ha già una rete di posti. “A Torino ci sono un migliaio di posti messi a disposizione per coloro che non hanno una fissa dimora”, dice, ricordando che esistono strutture diverse, dalla pastorale agli ostelli, ai dormitori. Il punto, ancora una volta, non è “se si può”, ma come lo si fa. “Ciò che conta… è l’approccio”.
E l’approccio che attribuisce alla Giunta Castello è una condanna politica precisa: superficialità, rimozione, paura del confronto. “Sono molto superficiali, mirano l’oblio, al nascondimento dei reali problemi, al non confronto, all’incapacità di esaminare, vogliono solo apparire”, affonda. E chiude con un’immagine che è quasi un giudizio morale: “Questa apparenza fatua, vacua, che non serve certo alla città”.
Quando si arriva al tema della sostenibilità economica del servizio, Ciuffreda non propone formule magiche. Riparte da due leve: ASL e rete di solidarietà cittadina. Sull’ASL è netto: serve coinvolgerla, perché il problema sanitario è reale e torna sempre al pronto soccorso. “Richiamare l’ASL, ripartiamo dall’ASL”, dice, e cita il direttore generale che conosce e apprezza: “Io penso che poteva certamente aiutare, penso che possa ancora farlo”. Poi spiega perché: “Significa evitare ciò che sta nuovamente accadendo e cioè che persone senza fissa dimora ora stazionano in pronto soccorso o nelle zone vicine per potersi scaldare”.
Qui entra in gioco lo sguardo da medico, che non indulge in allarmismi ma non edulcora. “Senza fare allarmismi, ma è chiaro che se uno non si lava, se uno non ha la possibilità di cambiarsi d’abito, è più soggetto a malattie… spesso anche malattie infettive diffusive”, avverte. È un passaggio che ribalta un luogo comune: non è “buonismo”, è sanità pubblica, prevenzione, gestione del territorio.
La seconda leva è la città. Ciuffreda la descrive come una comunità capace di rispondere, se interpellata con serietà. “La rete di solidarietà di Chivasso è una rete straordinaria”, dice. E aggiunge: “Tutte le volte che è stato chiesto, tutte le volte che è stato lanciato un appello, c’è stata una risposta straordinaria”. La domanda retorica che segue è un’accusa implicita alla politica: “Vuole che una città come la nostra… non fosse in grado di affrontare questo problema? Ma certo che lo è in grado, ma ci va la volontà”.
La parola torna: volontà. Non una volontà generica, ma la volontà di mettere il tema nelle sedi giuste, di non governare a colpi di proclami, di non spostare la polvere sotto il tappeto. Quando si arriva alla domanda sul futuro, Ciuffreda non si rifugia nel “tanto ormai”. Concede una possibilità: tornare indietro. “Può capitare a tutti di fare errori… anche madornali”, dice. “Anche a me è capitato, solo chi non fa”. Ma poi la condizione è chiara: niente propaganda, niente frasi buone per i social. “Io mi auguro che loro possano tornare indietro e che facciano delle proposte, argomentandole nelle sedi opportune, non attraverso proclami”.
La sede, per lui, è una: il Consiglio comunale. “Il consiglio comunale è il luogo dove si ragioni”, insiste. E aggiunge un metodo che suona come una lezione di politica di base: “Uno può avere una posizione, può averne un’altra, ma certamente è quello il luogo, con i fatti e non con chiacchiere che volano come il vento”.
Tra le proposte concrete che indica, Ciuffreda torna su un punto operativo: aprire un tavolo con associazioni e cittadini. “Aprire un tavolo, un tavolo con le associazioni”, dice. E racconta cosa vede parlando con la gente: “Tutte le volte che parlo con i cittadini… sono allibiti, attoniti, non hanno compreso questo modo”. Ma, aggiunge, sono pronti a dare una mano. E porta un esempio: una rete di cittadini che si sta occupando di una famiglia afghana accolta in città. “Si figuri se non c’è questa disponibilità”, dice, e torna a martellare: “Ma la volontà”.
Poi ricollega il tavolo all’idea dell’approccio “scientifico”: conoscere il fenomeno, monitorare, non improvvisare. “Mettiamo un approccio scientifico”, propone, tornando a citare “Tutti contano” e ricordando che in quel mondo associativo Chivasso non parte da zero. “Io penso faccia parte anche Punto a Capo”, aggiunge, citando la sensibilità storica di alcune realtà locali.
C’è un passaggio che, più di altri, restituisce la fotografia della soluzione attuale come un gesto di rimozione. Ciuffreda dice di essere andato personalmente a vedere il centro d’incontro. E quello che vede gli sembra un tentativo di nascondere. “Io sono andato personalmente al centro d’incontro a vedere… ed è avvilente”, racconta, precisando di aver visto dall’esterno. E poi la frase: “È un po’ come nascondere la polvere sotto il tappeto”.
Non è solo un giudizio estetico o logistico. È una diagnosi politica: il fenomeno è più ampio, va governato con le risorse che ci sono, ma governato davvero. “Il fenomeno è ben più ampio, deve essere governato con le risorse che si hanno a disposizione”, dice. E qui rivendica anche la natura “evolutiva” del progetto originario: non era scritto da nessuna parte che fosse immutabile. “Non c’era scritto da nessuna parte che era immutabile”, sottolinea. “In quel momento è stato aperto con la prospettiva di strutturarlo come servizio e di eventualmente cambiarlo”. E chiude con una frase che è quasi un manifesto amministrativo: “I progetti sono ongoing, vanno avanti anche con il mutare delle situazioni”.
Alla fine, il messaggio che Ciuffreda vuole consegnare all’amministrazione comunale non è una minaccia elettorale né una polemica personale. È un invito pubblico a rientrare in una logica di responsabilità condivisa. “Proviamo a risederci intorno al tavolo, ammettiamo l’errore e ripartiamo”, dice. E aggiunge: “Anche rivedendo quello che poteva essere il progetto così come era stato pensato dieci anni fa”.
La chiusura è un appello esplicito a smettere di trasformare la fragilità in terreno di propaganda. “Ringrazio il suo settimanale per lanciare questo appello: al di là delle divisioni, delle visioni politiche… in questo momento francamente sono assolutamente ininfluenti”, afferma. E poi offre una disponibilità concreta, non simbolica, legata anche al suo ruolo nel mondo valdese e nelle reti nazionali: “Diamo un servizio. Se può servire anche nella mia qualità di membro della Chiesa valdese… che siede a Roma… noi abbiamo dei servizi in tutta Italia… proprio di accoglienza… noi siamo a disposizione”. E chiude con una previsione che è anche una sfida all’amministrazione: “Penso proprio di non essere solo, penso che avremo tanta compagnia: quel tavolo magari sarà affollato, con la sorpresa dell’amministrazione”.
Nessun rancore, dice. Nessuna voglia di fare polemica fine a se stessa. Ma una promessa che suona come un impegno personale: “Senza nessun rancore, nessuna volontà di fare polemiche politiche, se non di dire le cose come stanno”. E aggiunge, con una nota quasi confidenziale: “Ci conosciamo a sufficienza per sapere che è una mia caratteristica”.
In mezzo a una città che rischia di abituarsi all’emergenza come se fosse normalità, Ciuffreda rimette il tema nella sua forma più nuda: non si può spegnere un servizio senza accenderne uno equivalente. Non si può chiamare “transizione” ciò che è soltanto arretramento. Non si può parlare di futuro mentre si lascia che il presente si arrangi, al freddo, senza docce, senza assistenza, senza presa in carico. E soprattutto, non si può chiedere ai cittadini di credere alle parole se gli atti raccontano il contrario.
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