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27 Gennaio 2026 - 10:23
Dormitorio, Castello che fai? Prima lo chiude, poi proroga l'ospitalità dei senza tetto in una struttura comunale senza nemmeno le docce. Perché?
Il 22 gennaio 2026 la Giunta comunale di Chivasso, guidata dal sindaco Claudio Castello, ha approvato una delibera con cui proroga l’assegnazione temporanea dei locali comunali di via Paleologi a persone senza fissa dimora, limitatamente al periodo invernale.
Chiudere un dormitorio e poi prorogare l’ospitalità in altri locali comunali. Dire che un servizio non funziona e poi inventarne uno peggiore, più fragile, più povero, più precario. Parlare di futuro mentre si corre dietro al presente. La delibera con cui la Giunta Castello proroga l’assegnazione dei locali di via Paleologi alle persone senza fissa dimora non è un atto neutro. È l’ennesima soluzione tampone. L’ennesima toppa messa su una falla che la stessa amministrazione ha aperto scientemente.
La domanda, a questo punto, è inevitabile e perfino banale nella sua semplicità: che senso ha chiudere un dormitorio se poi si tengono aperti altri locali comunali per ospitare le stesse persone? Se l’obiettivo era davvero superare un modello ritenuto inefficace, perché sostituirlo con una sistemazione peggiore, senza doccia, senza presidio, senza assistenza, dichiaratamente temporanea e sperimentale? Non aveva più senso tenere aperto il dormitorio, magari ripensandolo, invece di smantellarlo e poi rincorrere l’emergenza?
Perché è questo che raccontano gli atti. Non una strategia, ma una sequenza di reazioni. Prima la decisione politica di chiudere il dormitorio di via Nino Costa, programmata con largo anticipo nei documenti ufficiali. Poi il silenzio. Poi le promesse di modelli alternativi, sempre spostati un po’ più avanti. Poi le proteste. Infine, la delibera di Giunta che proroga l’uso di altri locali comunali “fino al termine del periodo termico”. Non una scelta strutturale, ma una sospensione del problema. Una tregua dal freddo, non una risposta politica.

Claudio Castello sindaco di Chivasso
La Giunta (di centrosinistra, ndr) lo dice chiaramente, quasi con un eccesso di prudenza lessicale: non è un servizio di accoglienza, non è un dormitorio, non c’è assistenza continuativa. Tutto è affidato alla responsabilità degli ospiti. È un modo elegante per dire che il Comune arretra, che si limita a concedere uno spazio chiuso e riscaldato, senza assumersi fino in fondo la responsabilità di una presa in carico. Una scelta che può essere comprensibile per pochi giorni, in una vera emergenza imprevista. Ma qui l’emergenza non era imprevista. Era annunciata, scritta nei bilanci, programmata nel DUP.
Ed è qui che la narrazione dell’amministrazione si incrina. Per mesi si è sostenuto che il dormitorio non funzionasse, che non producesse percorsi di reinserimento, che fosse un modello superato. Argomenti legittimi, se non fosse che il dormitorio non era mai nato per fare reinserimento. Era nato per evitare che le persone dormissero in strada, nei pronto soccorso, nelle stazioni. Era un presidio minimo di dignità, non una politica abitativa risolutiva. Giudicarlo con criteri che non gli appartenevano è stato un modo per giustificarne la chiusura senza assumersene fino in fondo la responsabilità politica.
Poi, però, la realtà ha bussato alla porta. E lo ha fatto rumorosamente. Sui social, sui giornali, in Consiglio comunale. La chiusura del dormitorio non è passata sotto silenzio. Ha acceso una protesta diffusa, trasversale, che ha messo in difficoltà in primis l'assessore alle Politiche Sociali Cristina Varetto e ha fatto emergere crepe evidenti nella maggioranza. A quel punto, la marcia indietro. Non dichiarata, non rivendicata. Mascherata da soluzione “sperimentale”, “temporanea”, “transitoria”. Parole che, a forza di essere ripetute, hanno perso ogni credibilità.
Il paradosso è evidente. Per mesi si dice che il dormitorio non va bene. Poi lo si chiude. E appena lo si chiude, si scopre che non esiste un’alternativa pronta. Così si utilizzano altri locali comunali, con standard più bassi, meno servizi, meno tutele. Non un superamento del modello, ma una sua versione impoverita. Non una politica nuova, ma una gestione affannata delle conseguenze di una scelta sbagliata o, quantomeno, mal programmata.
In tutto questo, il tempo è l’elemento che inchioda l'amministrazione Castello alle sue contraddizioni. Perché le risorse per il dormitorio sono state progressivamente ridotte fino ad azzerarle nel 2026. Non per mancanza di tempo, ma per scelta. Perché non si è arrivati al 31 dicembre con un progetto alternativo definito, finanziato, operativo. Perché si è preferito promettere, rinviare, tacere, piuttosto che affrontare apertamente il nodo politico di un servizio essenziale.
La delibera di proroga arriva dopo le proteste. Non prima. Arriva quando la pressione è diventata insostenibile. Arriva quando la città ha iniziato a fare domande. E arriva, soprattutto, quando la frattura politica dentro la maggioranza (su tutte, le critiche di Sinistra Ecologista, ndr) è diventata visibile, con una parte del centrosinistra sempre più a disagio di fronte a una gestione che appare distante dai valori che dice di rappresentare.
C’è anche un tema etico che non può essere eluso. Perché l'annuncio di Castello sui facebook all'indomani della chiusura del dormitorio di voler destinare i locali del CISS a un servizio per famiglie con figli affetti da disturbo dello spettro autistico, è una scorciatoia pericolosa. Un annuncio delicato. Mettere una fragilità contro un’altra, come se le risorse fossero un gioco a somma zero, è una scorciatoia pericolosa. Destinare spazi a servizi per famiglie con figli nello spettro autistico è una scelta sacrosanta. Ma non può diventare l’alibi per smantellare un presidio per persone senza dimora senza offrire un’alternativa equivalente. La politica serve proprio a evitare che le fragilità competano tra loro.
E allora torniamo alla domanda iniziale, quella che resta sul tavolo anche dopo la proroga: se oggi c’è bisogno di una soluzione tampone, perché ieri si è scelto di chiudere un servizio che, con tutti i suoi limiti, garantiva almeno un minimo di continuità e dignità? Se il dormitorio era davvero superato, perché non sostituirlo con qualcosa di meglio, invece di qualcosa di peggio?
La verità è che questa delibera non segna una svolta. Segna una pausa. Un rinvio. L’ennesima toppa. E certifica, implicitamente, che la chiusura del dormitorio non è stata governata, ma subita politicamente dopo essere stata decisa amministrativamente. È una contraddizione che pesa, perché riguarda l’idea stessa di welfare che questa amministrazione pratica: annunciata come inclusiva, realizzata come emergenziale.
Il problema non è la proroga in sé. Il problema è ciò che rivela. Rivela che non c’era un piano pronto. Rivela che si è arrivati alla scadenza senza una soluzione. Rivela che si è scelto di spegnere un servizio prima di accendere un’alternativa. E rivela, infine, una gerarchia di priorità che parla più degli atti che delle parole.
Se oggi la Giunta è costretta a mettere una toppa, è perché ieri ha scelto di non prevenire l’emergenza. Non per fatalità, ma per decisione politica. E questa è una responsabilità che nessuna proroga, nessun lessico prudente, nessun richiamo al futuro potrà cancellare.
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