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«Chivasso non c’è!». L'intervento di Prestìa in Consiglio a Chivasso censurato dal Pd

Scoppia la bagarre durante le comunicazioni: Mazzer chiede di bloccare il consigliere, il presidente del Consiglio esegue. Prestìa se ne va

«Chivasso non c’è!». L'intervento di Prestìa in Consiglio a Chivasso censurato dal Pd

«Chivasso non c’è!». L'intervento di Prestìa in Consiglio a Chivasso censurato dal Pd

«Chivasso non c’è». È su queste tre parole – la rovesciatura polemica dello slogan social con cui l’assessore Gianluca Vitale, possibile candidato sindaco nel 2027, accompagna ogni post celebrativo dell’amministrazione Castello – che si è consumato l’ennesimo scontro in Consiglio comunale.

A scatenare la bagarre, la censura su un intervento dell'opposizione che stava mettendo in discussione la narrazione ufficiale della città. Il consigliere comunale Bruno Prestìa stava leggendo. Il Pd lo ha fermato. E il presidente del Consiglio Alfonso Perfetto è tornato al centro della polemica per il suo ruolo.

La scena è visibile sul canale YouTube del Comune di Chivasso. Il consigliere di Per Chivasso, Bruno Prestìa, prende la parola per una comunicazione. Inizia a leggere un testo costruito attorno a un ritornello: Chivasso non c’è. Un contro-slogan. Una risposta diretta al “Chivasso c’è” che da mesi campeggia sui social dell’assessore Vitale, a corredo di inaugurazioni, eventi, foto istituzionali.

È un attacco politico. Ma è anche un’operazione linguistica: prendere la formula della maggioranza e rovesciarla. Spogliarla dell’entusiasmo, sostituirla con un elenco di criticità.

Dopo diversi minuti, il capogruppo del Pd Stefano Mazzer chiede la parola per una mozione d’ordine. Il tono è fermo. «Chiedo una mozione d’ordine perché il consigliere Prestìa sta parlando da parecchio tempo ed è uscito dal tema previsto dal regolamento per le comunicazioni. Non basta dire “sto comunicando” perché sia una comunicazione. Il nostro regolamento stabilisce requisiti precisi. Se ci viene presentato un elenco di decine di questioni che, a vostro dire, andrebbero migliorate, questo – a rigore – non è una comunicazione. Sono stato paziente, e forse questa mozione andava sollevata prima, ma è giusto chiarire che nessuno vuole censurare nessuno. Però a tutto c’è un limite».

Parole che segnano il confine scelto dalla maggioranza: non è il contenuto a essere censurato – sostengono – ma la forma. Non il diritto di critica, ma l’uso improprio dello strumento.

Subito dopo interviene il presidente del Consiglio, Alfonso Perfetto. «Devo interromperla perché è stata presentata una mozione d’ordine. Le ripeto: lei non sta facendo una comunicazione, ma altro. La invito a concludere brevemente».

Perfetto legge il regolamento. Ricorda che le comunicazioni devono riguardare fatti o circostanze di particolare rilievo, celebrazioni, commemorazioni, manifestazioni di sentimenti del Consiglio. E aggiunge: «Ogni comunicazione non può superare i dieci minuti. Se lei continua a ripetere argomentazioni di natura politica, non siamo più nell’ambito di una comunicazione ma di un intervento diverso. Siamo già oltre la mezz’ora. Se l’intervento diventa strumentale, ho il diritto di toglierle la parola».

È qui che il confronto si trasforma in scontro. Perché la questione non è solo cronometrare i minuti. È decidere cosa è comunicazione e cosa è atto politico. E chi lo decide.

Perfetto rivendica il rispetto del regolamento. L’opposizione parla di censura. Non è la prima volta che il presidente viene accusato di non essere super partes. Dopo il “bau bau” rivolto al consigliere di Fratelli d’Italia Enzo Falbo, l’opposizione ne aveva chiesto le dimissioni, poi respinte dalla maggioranza. Anche stavolta la critica è la stessa: un presidente che interviene non solo per garantire l’ordine, ma per delimitare il perimetro del dissenso.

Prestìa non arretra. Annuncia che diffonderà il testo. Poi lascia l’aula. «Manderò tutto ai giornali e chiederò al segretario di verificare se sto sbagliando. Dopo l’appello abbandono l’aula. Se non si può parlare, me ne vado».

Il gesto è politico quanto le parole.

Ecco il testo integrale che stava leggendo.

Bruno Prestìa consigliere comunale di Per Chivasso

«Negli ultimi tempi, uno degli slogan più in voga nella compagine di governo cittadino è “Chivasso c’è”. Non c’è post, notizia o commento che non abbia questa dicitura, enfatizzata con grande rilievo. Allora mi sono guardato attorno, con maggiore attenzione rispetto al solito, cercando di scrutare il più possibile. Mi sono detto: andiamo a capire a Chivasso cosa c’è, perché magari mi sfugge qualcosa.

Tra l’enfasi per un concerto e la soddisfazione per la presentazione di un libro – ben venga tutto ciò – ho trovato diversi però.

A Chivasso, a distanza di due giorni, due commercianti del centro storico si sono visti sfondare la vetrina con un tombino. Un danno enorme, una paura diffusa tra chi lavora già tra tasse, Ztl, parcheggi a pagamento e Tari alle stelle. E allora mi sono detto: Chivasso non c’è.

Chivasso non c’è quando si istituisce una Ztl scolastica che frutta mediamente 20 mila euro al giorno, con la scusa della sicurezza, senza consultare i commercianti, senza considerare i servizi per gli utenti. Quando si dice che in pausa pranzo i negozi sono chiusi, dimenticando bar e gastronomie che lavorano proprio in quell’orario. E mentre si parla di sicurezza, passano comunque 150-160 auto al giorno. O quando si dimentica che in via Blatta c’è un centro di igiene mentale che non può adattarsi a orari imposti.

Chivasso non c’è quando non accetta confronto, come sulla cartellonistica della Ztl che ancora oggi non è chiara.

Chivasso non c’è quando ci sono bande di bulli che picchiano coetanei pensando di farla franca.

Chivasso non c’è quando sotto Natale alcune famiglie trovano la casa violata.

Chivasso non c’è quando si chiude un dormitorio rischiando di lasciare al freddo persone indigenti, salvo correre ai ripari solo dopo proteste.

Chivasso non c’è quando i commercianti vengono in Consiglio e si trovano quattro agenti a ridosso degli scranni e al primo brusio vengono fatti uscire.

Chivasso non c’è quando le scuole attendono manutenzioni che non arrivano.

Chivasso non c’è quando si manifesta per difendere occupazioni abusive e poi si lascia una famiglia in una tenda al freddo.

Chivasso non c’è quando una petizione sulla Marsan viene accantonata senza confronto.

Chivasso non c’è quando continuano scarichi abusivi di rifiuti mentre la tassa è sempre più alta.

Chivasso non c’è quando la fibra non arriva e gli scavi si sovrappongono senza programmazione.

Chivasso non c’è quando si dice che il 95 per cento dell’acquedotto è nuovo ma si rompe continuamente.

Chivasso non c’è quando in estate non c’è un evento vero per i giovani e poi ci si lamenta che se ne vanno.

Chivasso non c’è quando in biblioteca studenti e studentesse vengono disturbati.

Chivasso non c’è quando attraversare la passerella della stazione fa paura.

Chivasso non c’è quando la nuova passerella promessa non è finita.

Chivasso non c’è quando in stazione non ci sono panchine dentro ma solo fuori.

Chivasso non c’è quando paghi l’abbonamento del pullman e resti in piedi.

Chivasso non c’è quando le strade sono piene di buche e i marciapiedi sono impraticabili.

Chivasso non c’è quando per la mensa si applicano criteri che penalizzano chi ha sempre pagato.

Chivasso non c’è quando una Commissione di controllo deve avvisare prima di controllare.

Chivasso non c’è quando si promettono 700 posti di lavoro per un polo logistico e dopo quattro anni sono zero.

Chivasso non c’è quando nel Dup si leggono progetti senza fondi stanziati.

Chivasso non c’è quando non si ricorda adeguatamente la Giornata del Ricordo e le foibe, come se esistessero morti di serie A e di serie B.

Chivasso deve tornare ad ascoltare i cittadini. Tra un anno e mezzo si voterà. Se vogliamo invertire l’astensionismo dobbiamo cambiare marcia. Guardate la sala piena stasera: è perché una parte di città non è stata ascoltata. Solo allora si potrà dire “Chivasso c’è”. Perché adesso, mi spiace dirlo, Chivasso non c’è».

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