L’ennesimo annuncio arriva a microfoni accesi e con la sala piena. Una lettera dell’Asl To4, uno studio di fattibilità, un possibile riutilizzo dell’ex scuola Marsan per attività sanitarie. Sulla carta è una novità. Nel clima che si respira in Consiglio comunale, però, somiglia più a un tentativo di raffreddare la tensione che a una decisione vera.
Perché ieri sera l’aula non era una delle tante. Tra il pubblico sedevano in molti, quasi tutti provenienti dal quartiere a nord della ferrovia. Gli stessi che dieci giorni fa avevano organizzato un sit-in davanti ai cancelli di via IV Novembre, su iniziativa del Comitato Nord Ferrovia, esponendo uno striscione inequivocabile: basta parole, via l’amianto dalla Marsan. Non una protesta simbolica. Una richiesta precisa: bonifica o demolizione. Una scelta.
E invece la scelta, ancora una volta, non arriva.
Il sindaco Claudio Castello prende la parola dopo l’intervento della consigliera Claudia Buo. Annuncia che proprio in questi giorni è pervenuta una nota firmata dal direttore generale dell’Asl, Luigi Vercellino. La legge in aula: «A seguito dei recenti incontri e dei sopralluoghi presso l’edificio dell’ex scuola Marsan chiediamo l’autorizzazione a sviluppare uno studio di fattibilità tecnica ed economica per valutare un eventuale utilizzo dell’immobile da parte dell’Asl».

L'intervento di Claudio Castello ieri in Consiglio comunale
Uno studio. Non un progetto esecutivo. Non un finanziamento. Non una data. Uno studio.
L’effetto è immediato. Da un lato l’amministrazione che prova a mostrare movimento. Dall’altro un quartiere che da anni sente parlare di scenari, alternative, possibilità. E che ieri sera non è venuto in Consiglio per ascoltare l’ennesima ipotesi.
Per capire il peso di quel momento bisogna tornare indietro. L’ex scuola Marsan è chiusa dal 2019 per la presenza di amianto. Nel 2017 lo stesso sindaco aveva annunciato l’abbattimento entro un anno, poi diventati due. Sono passati quasi dieci anni. L’edificio è ancora lì.
Lo ricorda in aula Claudia Buo (LiberaMente Democratici). E lo fa partendo dagli atti, non dalle impressioni. «Nel 2017 fu lei, Sindaco, ad annunciare la chiusura entro un anno come preludio all’abbattimento. Sono passati quasi dieci anni». Nel 2019 la Giunta approva la chiusura definitiva e affida a uno studio esterno la stima dei costi di bonifica e demolizione: circa 446 mila euro. Nel novembre 2024 arriva il Documento di fattibilità delle alternative progettuali: sei scenari, cinque dei quali prevedono la demolizione. L’unico che ipotizza il recupero dell’edificio stima costi per almeno un milione e mezzo di euro.
Non basta. Buo cita anche il Piano Amianto 2025, redatto dal Comune. «Conferma la presenza diffusa di materiali contenenti amianto nei pannelli prefabbricati, nella pavimentazione e nella canna fumaria e classifica come urgente un intervento di risanamento, indicando tra le opzioni prioritarie la rimozione completa e la demolizione».
La domanda è semplice: se i documenti parlano così chiaro, perché la decisione continua a slittare?
«Come gruppo abbiamo proposto demolizione, bonifica e restituzione dell’area alla città, come area verde o sede di servizi condivisi. Proposte con copertura economica, ma ignorate», attacca la consigliera. E aggiunge: «Anche la raccolta firme dei cittadini è stata respinta. Governare significa assumersi responsabilità». La chiusura è una richiesta netta: «È tempo di passare dalle parole ai fatti».
Fuori dall’aula, prima della seduta, la voce del quartiere è stata altrettanto chiara. Il portavoce del Comitato Nord Ferrovia, Andrea Rigoni, non gira attorno al problema. «Siamo qui perché dopo nove anni di promesse mancate vogliamo risposte sul futuro della scuola Marsan e soprattutto sull’amianto contenuto nella struttura». Il riferimento è diretto al 2017. «Da allora non è stato fatto nulla. Non è logico che un bene pubblico venga lasciato inutilizzato e abbandonato».
Il Comitato ha raccolto firme, le ha depositate in Comune. «La nostra petizione è stata bocciata senza una motivazione logica, rimandando la decisione a un futuro indefinito». E sulla fiducia nell’amministrazione: «La speranza che facciano qualcosa è ormai quasi nulla, visto che manca un anno e mezzo alla fine del mandato. Però è necessario intervenire per la salute pubblica».
La preoccupazione non è politica. È quotidiana. «Viviamo tutti in quella zona. La struttura è abbandonata e basterebbe un evento atmosferico grave per provocare dispersione di amianto nel quartiere».
È in questo contesto che l’annuncio dell’Asl arriva come una mossa difensiva. Perché nessuno in aula ignora il tempismo: la protesta dieci giorni fa, la sala piena ieri sera, la pressione che cresce. E improvvisamente una lettera che apre a uno studio.
A quel punto interviene Matteo Doria (Amo Chivasso e le sue Frazioni). Non contesta l’Asl. Contesta il metodo. «La storia della Marsan è molto più lunga del 2017». Ricorda le interrogazioni del 2013 e del 2016, quando la scuola era ancora aperta e le famiglie erano preoccupate per la presenza di amianto, seppur incapsulato.
Poi l’accusa politica diventa frontale. «Sono passati tredici anni e siamo ancora fermi. Ogni volta che portiamo l’argomento in Consiglio salta fuori una novità, una lettera, un progetto. Poi non succede nulla». Non è solo un attacco al sindaco in carica. È un atto d’accusa su una gestione lunga, che attraversa ruoli e mandati.
Doria cita anche le occasioni mancate. «È passato il treno del Pnrr e non avete pensato di utilizzare quelle risorse per bonificare l’area e restituirla al quartiere». Poi la domanda che inchioda la discussione: «Vuole fare qualcosa in quell’area oppure no? Basta colpi di scena. Ci dica cosa intende fare e soprattutto entro quali tempi. La differenza tra un sogno e un progetto è una data».
Una data. È questo che manca. Non uno studio. Non una manifestazione d’interesse. Una decisione con un cronoprogramma.
La Marsan è diventata il simbolo di una distanza. Da una parte i documenti, le relazioni tecniche, i monitoraggi periodici che – sostiene l’amministrazione – non imporrebbero interventi drastici immediati. Dall’altra la percezione di un rischio che, quando si parla di amianto, non può essere trattato come un dettaglio.
L’amianto non è un’opinione. È una sostanza che la legge considera pericolosa. Il solo fatto che un edificio pubblico chiuso per la sua presenza resti in piedi per anni senza una soluzione definitiva produce un cortocircuito politico. Perché la domanda dei cittadini non è sofisticata: se era pericolosa allora, perché è accettabile oggi?
Il sindaco, nel leggere la nota dell’Asl, non ha fornito scadenze. Non ha parlato di demolizione. Non ha annunciato un cambio di rotta. Ha parlato di uno studio per valutare un eventuale utilizzo.
È una strada possibile. Ma è anche l’ennesima apertura che sposta il punto più avanti. Prima la chiusura, poi la stima dei costi, poi il documento di fattibilità, poi le alternative, ora lo studio dell’Asl. La traiettoria è sempre la stessa: si aggiunge un passaggio, ma la decisione resta sospesa.
Intanto il quartiere osserva. E si organizza. Il sit-in di dieci giorni fa non è stato un episodio isolato. È stato il segnale che la pazienza è finita. Non per spirito di contrapposizione, ma per logoramento.
La politica locale vive anche di simboli. La Marsan è diventata uno di questi. Non per la sua architettura. Per il tempo che è passato.
Nel 2017 la promessa era l’abbattimento. Nel 2019 la chiusura definitiva. Nel 2024 un documento con sei scenari. Nel 2025 il Piano Amianto che parla di urgenza. Nel 2026 uno studio di fattibilità dell’Asl.
La sequenza è chiara. Manca l’atto finale.
Il Consiglio comunale di ieri non ha deciso nulla sulla Marsan. Ha certificato una frattura. Da una parte l’amministrazione che rivendica prudenza e valutazioni tecniche. Dall’altra un quartiere che non accetta più l’idea che la salute si gestisca con il rinvio.
La politica può permettersi il tempo lungo. I cittadini no. Quando davanti a casa c’è un edificio chiuso per amianto, ogni mese pesa.
E allora la domanda resta sospesa nell’aula e nel quartiere: la Marsan sarà demolita, riutilizzata o continuerà a essere studiata?
Finché non arriverà una risposta con una data, l’ex scuola resterà quello che è oggi: un edificio chiuso e una promessa incompiuta.