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31 Gennaio 2026 - 20:18
L’ex scuola Marsan è ancora lì. Chiusa nel 2019 per la presenza di amianto, con la promessa del sindaco di Chivasso Claudio Castello di demolizione immediata già nel 2017 e poi rimasta sospesa tra annunci e rinvii, oggi è diventata il simbolo più crudo di un’amministrazione che parla di sicurezza e salute pubblica ma, nei fatti, non arriva mai al punto.
Davanti ai cancelli di via IV Novembre, questa mattina, sabato 31 gennaio, una folla di residenti, famiglie, anziani e cittadini preoccupati si è radunata per un presidio che non è stato un semplice atto di protesta, ma una richiesta netta: stop alle parole, iniziative concrete contro l’amianto e bonifica o demolizione dell’area. Slogan, striscioni – come quello con scritto “Basta parole, via l’amianto dalla Marsan” – non sono solo un grido di rabbia, ma una chiamata alla responsabilità civica e sanitaria.
Quello che è successo oggi non nasce dal nulla. È l’esito di anni di promesse, dibattiti, richieste formali, proteste e una sensazione sempre più diffusa di impotenza di fronte a un problema che non può essere trattato come una pratica qualsiasi. La Marsan non è un edificio qualunque. E' un pezzo di quartiere che da tempo vive con l’idea di avere accanto una struttura chiusa, abbandonata, e legata a una parola che non dovrebbe mai convivere con la vita quotidiana di una comunità: amianto.
La storia della Marsan è la storia di una contraddizione che non sta più in piedi. Una scuola chiusa perché considerata pericolosa, con materiali contenenti amianto, eppure ancora lì, intatta, mentre intorno la vita continua a scorrere. Nel frattempo il Comitato Nord Ferrovia, realtà spontanea di cittadini, ha provato a tenere acceso un faro su quell’edificio. Non con slogan vuoti, ma con segnalazioni e richieste precise. Negli anni si è parlato anche di una falla nella copertura del tetto, un dettaglio tecnico che per i residenti diventa subito una domanda semplice: se la struttura è davvero “sotto controllo”, perché la percezione del rischio cresce invece di diminuire?
I cittadini che si sono radunati oggi di fronte alla Marsan
La tensione è salita ancora di più quando, nelle scorse settimane, l’amministrazione comunale ha respinto la petizione che chiedeva l’abbattimento dell’edificio. Una bocciatura che ha avuto l’effetto di una porta chiusa in faccia. Non solo per il merito della decisione, ma per il messaggio implicito: il quartiere chiede una scelta definitiva, il Comune rimanda, prende tempo, sposta il problema più avanti. E così l’ex scuola resta lì, come un promemoria quotidiano di quanto possa essere lunga la distanza tra ciò che viene detto e ciò che viene fatto.
La decisione della Giunta, formalizzata con una deliberazione di fine dicembre 2025, ha confermato la linea dell’amministrazione: niente demolizione come risposta immediata, ma altre ipotesi, altre strade, altri ragionamenti. Solo che, in un quartiere che da anni convive con l’incertezza, la parola “alternative” non suona come progettazione. Suona come rinvio.
Il presidio di oggi, per questo, è stato molto più di una manifestazione. È stato un gesto politico e civile insieme. Un atto di fiducia nella possibilità di contare ancora qualcosa, di farsi ascoltare, di pretendere che la salute non venga trattata come un tema secondario. Tra i partecipanti c’erano volti noti del quartiere, persone che da tempo seguono la vicenda e che hanno contribuito a costruire una rete di cittadini attivi. Presenti anche l’ex sindaco Lino Ciuffreda, la consigliera comunale di Liberamente Democratici Claudia Buo, il consigliere comunale di Fratelli d’Italia Enzo Falbo e il consigliere comunale Bruno Prestià.
Le parole d’ordine del presidio sono state chiare, senza tanti giri: protezione della salute, trasparenza negli atti, azioni concrete contro l’esposizione all’amianto e una soluzione definitiva. Perché la Marsan, così com’è, non è più tollerabile. Non è un tema da commissioni, non è un argomento da campagna elettorale, non è una pagina da voltare “quando ci saranno le condizioni”. È un rischio percepito come reale da chi vive lì, ogni giorno.
E non è un caso che, insieme alla protesta, sia arrivato anche un passo formale: un esposto alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Ivrea. Un documento firmato da un cittadino, con cui si chiede di verificare lo stato di conservazione dei materiali contenenti amianto, il rispetto della normativa in materia di tutela della salute e dell’ambiente e l’eventuale presenza di responsabilità legate alla mancata o ritardata bonifica del sito. È un passaggio che cambia il livello dello scontro, perché non è più soltanto una questione di indirizzo politico o di scelte urbanistiche. È una questione che chiama in causa anche la possibilità di omissioni, ritardi, responsabilità.
La Marsan è chiusa dal 2019. Da allora, nel quartiere si sono succedute segnalazioni, proteste, richieste, tentativi di interlocuzione. Ma il punto è che, a distanza di anni, l’edificio non è stato bonificato in modo definitivo né demolito. È rimasto in uno stato che i cittadini descrivono come abbandono, in un’area urbana abitata e frequentata, anche da minori. E quando un problema resta lì così a lungo, smette di essere solo un problema tecnico: diventa una ferita politica, un cortocircuito amministrativo, una prova di credibilità.
L’amministrazione, dal canto suo, ha più volte sostenuto che i controlli periodici non hanno evidenziato criticità tali da imporre interventi drastici immediati. Ma qui la distanza tra Comune e quartiere si fa profonda. Perché da una parte ci sono relazioni, procedure, monitoraggi; dall’altra c’è la vita reale di chi abita a pochi metri da quella struttura e non accetta più l’idea che il rischio si gestisca con la sola manutenzione dell’attesa.
L’amianto non è un’opinione. È un rischio sanitario noto, con conseguenze gravi e spesso irreversibili. Ed è proprio questo che rende insopportabile il tempo lungo della politica, fatto di passaggi, rinvii, “valuteremo”, “stiamo lavorando”, “ci sono progetti”. Oggi, davanti alla Marsan, i cittadini hanno detto una cosa semplice: basta. Basta alle parole, basta ai rinvii, basta alle promesse che cambiano forma ogni anno senza mai trasformarsi in una scelta definitiva.
La protesta racconta anche un’altra cosa: che quando istituzioni e cittadini smettono di parlarsi davvero, il conflitto diventa inevitabile. Non perché i cittadini vogliano lo scontro, ma perché si sentono costretti a alzare la voce per non essere lasciati soli. Il presidio di stamattina è stato questo: una comunità che non chiede favori, chiede responsabilità. E che, dopo anni di attesa, ha deciso di portare la vicenda su un piano più alto.
E a Chivasso, quando una storia arriva a questo punto, significa che la pazienza è finita da un pezzo.
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