Cerca

Attualità

Il carcere che tradisce la Costituzione: a Ciriè gli studenti scoprono cosa c’è davvero dietro le sbarre

Al Centro socioculturale di Ciriè l’ultimo incontro per le classi quinte: dati, diritti e contraddizioni di un sistema penitenziario sotto pressione

Il carcere che tradisce la Costituzione: a Ciriè gli studenti scoprono cosa c’è davvero dietro le sbarre

Il carcere che tradisce la Costituzione: a Ciriè gli studenti scoprono cosa c’è davvero dietro le sbarre

Non un semplice momento formativo, ma un confronto diretto con uno dei nodi più delicati della democrazia contemporanea. Lunedì 9 febbraio, al Centro socioculturale di Ciriè, si è svolto l’ultimo incontro del percorso rivolto alle classi quinte sul tema “La Costituzione e il carcere”, chiudendo un ciclo di appuntamenti pensati per avvicinare gli studenti a una realtà spesso distante, ma centrale nel rapporto tra Stato, diritti e giustizia.

A guidare la riflessione è stata la professoressa Perla Arianna Allegri, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino, dove insegna Filosofia del Diritto, e membro dell’Osservatorio nazionale di Antigone sulle condizioni di detenzione. Un profilo che ha consentito di tenere insieme il piano teorico e quello concreto, intrecciando i principi costituzionali con i dati aggiornati sul sistema penitenziario italiano.

Il punto di partenza è stato il dettato della Costituzione, che assegna alla pena una funzione chiara e non negoziabile: non solo punire, ma rieducare. Un principio che affonda le radici nell’articolo 27 e che impone allo Stato di costruire un sistema capace di favorire il reinserimento sociale delle persone detenute. In quest’ottica, il carcere dovrebbe essere un luogo in cui trovano spazio istruzione, formazione professionale, lavoro e attività sociali e culturali, strumenti indispensabili per ridurre la recidiva e restituire alla società individui in grado di ricostruire un percorso di legalità.

Un ideale che, però, si scontra con una realtà segnata da criticità strutturali profonde. I numeri presentati durante l’incontro parlano chiaro: a fronte di una capienza regolamentare di poco più di 51.000 posti, la popolazione detenuta in Italia supera oggi le 63.000 unità. Il risultato è un tasso di sovraffollamento reale intorno al 135%, una condizione che incide in modo diretto sulla qualità della vita negli istituti e rende estremamente difficile attuare percorsi rieducativi efficaci.

Il sovraffollamento non è solo una questione di spazi, ma un fattore che amplifica tensioni, disagi e fragilità. Durante l’incontro è stata analizzata la composizione della popolazione detenuta, soffermandosi sulla presenza di persone straniere, sulla condizione delle donne e su quella dei minori, ambiti in cui le esigenze specifiche rischiano spesso di restare sullo sfondo. Particolare attenzione è stata riservata anche al disagio psicologico, con un focus sugli eventi suicidari, che nelle carceri si verificano con una frequenza nettamente superiore rispetto alla società esterna.

In questo quadro complesso, la professoressa Allegri ha richiamato più volte il principio della dignità della persona, che non viene meno con la perdita della libertà personale. Un concetto ribadito anche dai più recenti sviluppi giurisprudenziali, come la sentenza della Corte Costituzionale del 2024, che ha riconosciuto l’affettività come parte integrante della dignità umana. Un passaggio che segna un punto fermo: la pena può limitare la libertà, ma non può annullare i diritti fondamentali.

Il dialogo con gli studenti è stato uno degli elementi centrali dell’incontro. Le domande e le riflessioni emerse hanno mostrato una partecipazione attenta e consapevole, segno di un interesse autentico verso un tema spesso percepito come lontano, ma che in realtà tocca il modo in cui una società misura se stessa. Parlare di carcere, in questa prospettiva, significa interrogarsi sul confine tra sicurezza e diritti, tra punizione e responsabilità, tra esclusione e possibilità di riscatto.

L’appuntamento di Ciriè ha così chiuso un percorso che ha messo al centro non solo il diritto, ma anche la dimensione umana della pena. Un confronto che, al di là delle aule scolastiche, restituisce una domanda scomoda ma inevitabile: quanto il sistema penitenziario italiano riesce oggi a essere coerente con i valori scritti nella Costituzione. Una domanda che resta aperta, affidata alle nuove generazioni chiamate, domani, a dare risposte più giuste e consapevoli.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori