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Konecta, accordo sulle uscite volontarie per 180 lavoratori. Asti e Ivrea chiudono

Al tavolo in Regione Piemonte nessuna marcia indietro dell’azienda sulla chiusura delle sedi. Evitati i licenziamenti collettivi, ma l’accentramento su Torino resta e i territori pagano il conto della riorganizzazione

Konecta, accordo sulle uscite volontarie per 180 lavoratori. Asti e Ivrea chiudono

Konecta, accordo sulle uscite volontarie per 180 lavoratori. Asti e Ivrea chiudono

Oggi, in Regione Piemonte, si è tenuto il secondo tavolo sulla vertenza Konecta. Un incontro annunciato, atteso, preparato con settimane di anticipo e caricato di aspettative soprattutto a Ivrea e Asti, dove questa vicenda ha ormai superato i confini della cronaca sindacale per diventare una questione sociale, economica e politica a tutti gli effetti.

Aspettative che però, ancora una volta, si sono infrante contro una realtà che appare sempre più granitica: nessuna marcia indietro sulla chiusura delle sedi di Ivrea e Asti. Su questo punto, l’azienda non ha arretrato di un millimetro. Ed è un dato che va ribadito con forza, perché è il vero nodo della vertenza, quello che nessun comunicato riesce ad addolcire.

Il tavolo, convocato dalla vicepresidente della Regione Piemonte e assessore al Lavoro Elena Chiorino, con la partecipazione degli uffici dell’Unità di crisi regionale, delle organizzazioni sindacali di categoria SLC CGIL, FISTEL CISL, UILCOM UIL, delle sigle della somministrazione NIDIL, FELSA, UILTEMP, del management aziendale di Konecta, di Confindustria Canavese e dei sindaci di Ivrea e Asti, ha preso atto dell’accordo raggiunto tra azienda e sindacati.

Un’intesa che prevede il ricorso a uscite esclusivamente su base volontaria, per un massimo di 180 lavoratrici e lavoratori complessivamente sui tre siti piemontesi. Un accordo che evita licenziamenti collettivi e traumatici, ma che lascia intatto lo scenario complessivo: Ivrea e Asti non rientrano più nella geografia produttiva di Konecta.

Nel corso dell’incontro, l’azienda ha nuovamente illustrato le ragioni del progetto di accorpamento, parlando della necessità di concentrare gli investimenti su un unico grande polo a Torino, da trasformare in un hub digitale capace – nelle intenzioni – di sostenere la trasformazione del business e la tenuta del settore CRM-BPO, messo sotto pressione da cali significativi di volumi, in particolare nel back office e nel documentale. Una scelta strategica che Konecta definisce inevitabile, ma che per i territori assume il volto concreto di una dismissione.

Netta la posizione delle organizzazioni sindacali, che hanno ribadito la loro contrarietà all’accorpamento delle sedi piemontesi, pur accettando la chiusura della procedura di esubero esclusivamente su base volontaria e la sottoscrizione di un protocollo di intesa che istituisce un tavolo permanente di confronto e apre alla possibilità di investimenti futuri in Piemonte.

«Abbiamo evitato licenziamenti forzati, ma questo non significa che la vertenza sia chiusa», sottolineano le segreterie regionali di SLC CGIL, FISTEL CISL e UILCOM UIL. «Restiamo fortemente contrari alla chiusura delle sedi di Ivrea e Asti, perché avrebbe ricadute pesantissime sui territori e sulle condizioni di vita delle lavoratrici e dei lavoratori. Continueremo il confronto con la Regione per affrontare la crisi del settore e per salvaguardare la continuità territoriale e occupazionale».

«È una vertenza che seguiamo con la massima attenzione e responsabilità», ha dichiarato Elena Chiorino, sottolineando come la Regione abbia accolto le richieste di azienda e sindacati e ribatdito la disponibilità a mettere in campo strumenti di accompagnamento per i lavoratori. Si parla di Academy Piemonte per percorsi di upskilling e reskilling, di politiche attive del lavoro, di un possibile utilizzo del Piano A.L.Fa. per favorire la conciliazione tra vita e lavoro.

Misure importanti, almeno nelle intenzioni, che guardano al “dopo”.

Ma il problema, per molti lavoratori, è il prima. E soprattutto l’oggi.

konecta

Perché mentre si ragiona di prospettive e strumenti futuri, si chiudono sedi reali, si svuotano uffici, si cancellano presidi occupazionali che per anni hanno rappresentato una delle poche certezze in territori già messi a dura prova. Ivrea e Asti non sono semplici sedi operative, ma città che hanno garantito a Konecta – e prima ancora a Comdata – competenze, continuità e numeri. A Ivrea si parla di circa 700 addetti, ad Asti di oltre 400 lavoratori. Persone in carne e ossa, non numeri su una slide: donne e uomini con contratti part-time, turni spezzati, figli da accompagnare a scuola, genitori anziani da accudire, mutui da pagare.

Oggi, a queste persone viene chiesto di “seguire il lavoro” a Torino. Un invito che sulla carta appare ragionevole, ma che nella realtà quotidiana si trasforma in una prova di resistenza. Ore di viaggio ogni giorno, costi di trasporto che incidono pesantemente su stipendi già modesti, turnazioni incompatibili con gli orari dei mezzi pubblici, una qualità della vita che si abbassa drasticamente. In questo contesto, parlare di “uscite volontarie” rischia di diventare una formula ipocrita: quando restare significa sacrificare tutto, la scelta non è più davvero libera.

È il meccanismo ben noto del licenziamento mascherato, quello che non passa da una lettera formale ma da condizioni rese impraticabili. Un manuale già visto in molte ristrutturazioni di grandi gruppi, soprattutto quando si tratta di sedi periferiche, lontane dai riflettori e dal potere decisionale.

Il tavolo di oggi non arriva dal nulla. Affonda le radici nel 21 gennaio, quando la vertenza Konecta ha fatto il suo ingresso ufficiale in Regione. Un debutto segnato da un elemento simbolico e politico fortissimo: l’assenza dell’azienda. Un’assenza formalmente concordata, come chiarito successivamente, ma che ha lasciato comunque un messaggio difficile da ignorare. Le decisioni strategiche erano già state prese. Il confronto sarebbe arrivato dopo, a giochi avviati.

A distanza di settimane, il tavolo del 9 febbraio conferma quella sensazione. La Regione prova a spostare il discorso su un piano più alto, parlando della necessità di un documento di respiro nazionale sulla crisi del settore del customer care e del BPO, di una riflessione strutturale che vada oltre la singola vertenza aziendale. «Andare alle radici dei problemi», è il messaggio. Un intento condivisibile, ma che cozza con una realtà brutale: le radici, intanto, vengono estirpate dai territori.

Il punto, ormai, non riguarda solo Konecta. Riguarda il rapporto di forza tra multinazionali e istituzioni. Perché quando un gruppo internazionale può decidere il destino di oltre mille lavoratori, chiudere sedi storiche e imporre accentramenti senza che il perimetro delle decisioni venga realmente rimesso in discussione, il problema diventa politico.

Il tavolo regionale di oggi certifica dunque una doppia verità. Da un lato, un impegno istituzionale che prova a non lasciare soli i lavoratori, mettendo sul campo strumenti e parole di attenzione. Dall’altro, però, la conferma che la direzione intrapresa da Konecta non cambia.

La vertenza continua, i tavoli si susseguono, i comunicati si moltiplicano. Ma intanto il tempo passa. E per centinaia di lavoratrici e lavoratori di Ivrea e Asti il futuro resta sospeso, appeso a decisioni prese lontano, in stanze dove i territori non siedono mai davvero.

Insomma, non è solo una riorganizzazione aziendale. È l’ennesima dimostrazione di un modello che consente alle multinazionali di attraversare i territori, usarli e poi abbandonarli, lasciando alle comunità il conto finale. E far finta che sia una semplice “dinamica di mercato” non è più un’opzione.

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